Nella bellezza di un’icona la libertà che esce dal carcere
Nella struttura di Fossombrone l’arte della scrittura sacra accompagna i detenuti in un percorso interiore di cambiamento. La storia di Damiano e Giovanni nel laboratorio “Luce dentro”

Nel buio della detenzione la fede e la bellezza possono accendere una luce che ridona speranza a chi vive in cella. Accade nel carcere di Fossombrone, nelle Marche, dove la scrittura delle icone è diventata la strada privilegiata per un percorso di cambiamento che ha coinvolto uomini condannati all’ergastolo. Le loro storie raccontano che fare i conti con il “fine pena mai” non ha significato rassegnarsi ma è diventato una sfida per provare a rimettersi in gioco. E ha contribuito a mandare messaggi positivi a chi vive “fuori”, a una società che guarda al carcere come un buco nero. Il passato di Damiano parla di reati gravi, di scelte sbagliate, di legami stretti con la mafia. «Fino a quando le forze dell’ordine mi hanno arrestato. Quel giorno ha segnato la fine di un’esistenza sbagliata, e oggi devo ringraziare per quel giorno. Questi 15 anni di detenzione sono diventati l’occasione per una profonda e radicale revisione della mia vita, e Dio mi è venuto a cercare e mi ha fatto compagnia».
Una tappa importante del suo percorso è stata l’incontro con i volontari del Rinnovamento nello Spirito Santo che gli hanno proposto di partecipare al Progetto Sicomoro, un’esperienza che mette a confronto le persone detenute con le vittime di reati analoghi a quelli da loro compiuti: un confronto vertiginoso, a tratti drammatico, che per Damiano ha significato fare i conti con il passato malavitoso, con i danni spesso irreparabili causati a tante persone ma anche con la possibilità di essere guardato come uomo desideroso di avviare un percorso di cambiamento. Poi è arrivato l’incontro con la scrittura delle icone, un’esperienza che lo ha segnato profondamente. «Quando si realizza un’icona si recuperano due aspetti che la vita in carcere sembra negare: la libertà e la bellezza. Sono in prigione, ma nessuna restrizione può impedirmi di sperimentare la libertà interiore che nasce dal sentirmi amato da Dio, abbracciato dalla Sua misericordia e guidato dalla Sua mano quando dipingo. I reati di cui sono responsabile mi hanno portato in questo luogo di restrizione, ma l’amore di cui sono oggetto mi rende libero. E la scrittura delle icone è diventata per me un’esercizio di imitazione della Bellezza divina che contemplo e provo a fissare sulla tavola. Nella scrittura iconografica il divino si affaccia nello spazio e nel tempo degli uomini, secondo una “prospettiva rovesciata” nella quale è Dio che si rivolge all’uomo». L’esercizio della tecnica pittorica è accompagnato da un’esperienza di autentica ascesi personale fatta di preghiera, digiuno, silenzio, meditazione della Parola di Dio, momenti che accompagnano e nutrono le sue giornate.
“Luce dentro” è il nome del laboratorio iconografico nato nel 2020 all’interno del carcere di Fossombrone e in cui Damiano trascorre le sue giornate: un nome che parla della novità portata da questa esperienza e della speranza che la alimenta. Il laboratorio è gestito dall’associazione Mondo a Quadretti in convenzione con l’area trattamentale dell’Istituto penitenziario marchigiano. Alle pareti e sui tavoli sono esposte icone che raffigurano il volto di Cristo, ritratti di Maria e dei santi, scene ispirate ai racconti della Bibbia. Sono opere eseguite con una padronanza della tecnica iconografica che ha raggiunto livelli di eccellenza e ha riscosso apprezzamenti fuori delle mura del carcere: 120 le opere cedute e donate a diversi estimatori in tutta Italia. Dal 29 marzo al 7 aprile, 40 tavole realizzate nel laboratorio verranno esposte nella mostra in programma a Mombaroccio (Pesaro) presso il santuario del Beato Sante. «Sarà un’occasione per fare apprezzare la qualità artistica maturata e per costruire ponti di dialogo tra la realtà carceraria e la società civile – spiega Giorgio Magnanelli, presidente della Conferenza regionale Volontariato e Giustizia, da 26 anni ingaggiato in un infaticabile servizio che si esprime anche con la pubblicazione del giornale Un Mondo a Quadretti, nel quale si affrontano le problematiche legate alla carcerazione e vengono valorizzate le esperienze culturali ed artistiche promosse dalla popolazione detenuta.
Un’altra persona segnata indelebilmente dall’incontro con la tradizione iconografica è Giovanni, condannato all’ergastolo e che in carcere ha già trascorso 26 anni: aveva appreso i primi rudimenti durante la detenzione nel carcere bolognese della Dozza sotto la guida di Antonio Calandriello, il maestro iconografo che l’ha accompagnato anche dopo il trasferimento a Fossombrone, dove è diventato punto di riferimento anche per Damiano nel laboratorio “Luce dentro”. «Scrivere un’icona è molto più che un’esercitazione di tecnica pittorica – racconta –: è la modalità grazie alla quale entro in un rapporto profondo con il Mistero, lo riconosco come fonte della mia vita, sperimento la potenza della Sua misericordia, e nell’inferno della condizione carceraria posso ritagliarmi un angolo di Paradiso. Anche se il corpo è da molti anni prigioniero non mi considero un “sepolto vivo”, anzi, sto facendo un’esperienza di libertà interiore. È una consapevolezza che mi è stata consegnata dalla tradizione iconografica orientale, secondo la quale raffigurare nell’icona un personaggio della Rivelazione è come entrare in comunione con Dio, similmente a quanto avviene nella preghiera. Si sperimenta la Bellezza riconoscendo Chi ne è all’origine attraverso i tratti dipinti – anzi, scritti – dall’iconografo sulla tavola».
Giovanni attualmente si trova nel carcere di Rimini, vive in regime di semilibertà, spera di ottenere presto la libertà condizionale e sogna di aprire un laboratorio dove poter trasmettere i segreti di un’arte preziosa ma sempre meno coltivata. Nel 2015 ha consegnato nelle mani di papa Francesco un’icona realizzata insieme a Damiano e Pasquale (con cui ha condiviso per molti anni l’esperienza del laboratorio di Fossombrone), nella quale viene raffigurato Gesù-Buon Pastore che accoglie la pecorella smarrita, «una scena evangelica nella quale viene plasticamente riassunta l’avventura umana di persone come noi, persone che si erano perdute ma hanno conosciuto l’amore di Dio, e grazie a quell’amore hanno potuto ricominciare una nuova esistenza». In occasione del Giubileo dei detenuti, il 14 dicembre 2025, Giovanni ha donato a papa Leone un’icona raffigurante la Sacra Famiglia. «Nell’omelia della Messa celebrata nella basilica di San Pietro, il Santo Padre ha pronunciato parole che sono un balsamo per l’esistenza di quanti vivono in carcere, e che alimentano la nostra speranza: “Nessuno vada perduto!”».

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