Nel tempo dell'immediato, la profezia del tempo d'Avvento
Nello spazio dell’attesa c'è l’umano: lì il desiderio si approfondisce, la ricerca matura, il dolore può essere elaborato, l’amore smette di essere possesso. Senza attesa tutto implode

Non c’è tempo per l’Avvento. Non c’è tempo perché quello esterno, convenzionale, è deformato, accelerato, dissolto, mentre quello interiore rischia di essere smarrito. Infatti: Attendere? Chi? Cosa? E, più radicalmente: cosa significa attendere? Domande con sonorità arcaica, come oggetti smarriti in un museo linguistico. “Attendere”, “aspettare”: vocaboli sbiaditi, parole che la tendenza dominante della nostra epoca ha riposto nel cassetto delle inutilità. Nella cultura dell’immediatezza, dove tra bisogno, desiderio e appagamento non esiste più alcun intervallo, il tempo dell’attesa è diventato un lusso, anzi, un fastidio, economicamente un costo. C’è una fretta nell’aria, una impazienza febbrile, paradossale e grottesca se considerata con la perdita di orizzonte, di futuro, di mète chiare verso cui tendere. C’è un’accelerazione verso l’indefinito - o verso il nulla - che non abbiamo scelto: una pressione costante in cui rischiamo di smarrire il bene più fragile e più umano: il nostro tempo interiore, il ritmo che ci permette di vivere, decidere, esprimerci. Sant’Agostino lo riassume con una frase che respira da sola: tempus distensio animi. Il tempo come dispiegamento dell’anima: un’estensione intima, personale, che riafferma silenziosamente il primato della persona sul rumore del mondo. È una dimensione minuta, non percepibile immediatamente, fatta di frammenti minuscoli che possiamo ancora custodire. È silenzio. A volte comincia da un gesto semplice: infilare la chiave nella toppa, fermarsi un istante, contare fino a dieci, e decidere con quale volto entrare in casa. O in ufficio, o in classe… nel piccolo intervallo ci restituisce a noi stessi. È la soglia che separa il reagire dal rispondere.
Tra noi e un cellulare c’è una differenza radicale: quando tocchiamo un’icona digitale, la reazione è immediata, automatica, sempre uguale. La vita, invece, quando “ci tocca”, apre uno spazio potenzialmente infinito: una soglia in cui possiamo scegliere, non reagire. In quella soglia sta tutto l’umano: libertà e responsabilità, decisione e non automatismo. Dissolvere questo tempo intermedio è suicida, perché sostituisce la relazione con la mera connessione. C’è un’immagine che ci può aiutare a rendere visibile questa verità: la grande terracotta invetriata di Andrea della Robbia nella Basilica de La Verna, che raffigura l’Annunciazione. Non è un’Annunciazione eloquente: non insiste sulle parole dell’Angelo, né su quelle di Maria. Coglie il momento sospeso tra la richiesta e la risposta, quel frammento di libertà che nessuna urgenza può annullare. L’Angelo attende, quasi supplica. Maria ascolta, non reagisce: decide. È il tempo dell’umano, il tempo in cui la storia nasce. Oggi stiamo rischiando di perdere questo tempo, di archiviare l’Avvento e sostituirlo con l’immediatezza, dove tra desiderio e soddisfazione non esiste più intervallo. Le nostre giornate sono segnate dall’impazienza al semaforo, l’irritazione per un cellulare che non risponde immediatamente, la ricerca compulsiva di soluzioni immediate – sostituendo l’attesa con un algoritmo. Nel culto del “subito” ogni pausa sembra una sconfitta. Eppure proprio l’intervallo è ciò che ci distingue dalla macchina. Nello spazio dell’attesa si custodisce l’umano: lì il desiderio si approfondisce, la ricerca matura, il dolore trova un varco per essere elaborato, l’amore smette di essere possesso. Senza attesa tutto implode: il desiderio si consuma, la ricerca diventa superficiale, la guarigione pretende miracoli, la fedeltà perde misura, perfino fare la fila – semplice esercizio di civiltà – viene percepita come rito insensato. Per questo l’immediatezza produce disumanizzazione.
In questo paesaggio culturale, l’Avvento è ancora di più una profezia per tutta l’umanità, ma rischia di non essere più compreso nemmeno dai cristiani: il ricamo della fede è infatti impossibile senza la stoffa umana. Forse tutto può ricominciare per ciascuno da un gesto semplice: raccogliere i mille frammenti di tempo esterno che ci attraversano ogni giorno e saldarli con il ritmo del nostro tempo interiore. Ritrovare la soglia, il silenzio, l’intervallo, la libertà di rispondere.
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