Meno figli, più soli: così la solitudine alimenta la crisi demografica

L'Italia è il Paese più vecchio dell'Ue-27. Uno scenario in cui la denatalità può diventare un fattore che alimenta la solitudine, riducendo le relazioni, il desiderio di figli, e rendendo più fragili gli anziani
April 1, 2026
Meno figli, più soli: così la solitudine alimenta la crisi demografica
Due anziani mentre usano i loro smartphone/ SICILIANI
C’è una parola che rimane sottotraccia, cioè non è mai pronunciata ma se ne avverte l’indizio e il peso, nel rapporto Istat sugli indicatori demografici 2025, nel quale tra le tante cose abbiamo preso atto che in Italia sono nati 15mila bambini in meno rispetto all’anno prima, che il 37% delle “famiglie” in realtà non è una famiglia perché nella casa vive una persona da sola, e che l’unico vero primato che ci contraddistingue tra i 27 Paesi dell’Europa è quello del Paese più anziano, con un’età media di anni 47,1. La parola, dunque, è “solitudine”. Non c’è in realtà un indicatore che rilevi la percezione di isolamento degli italiani, ma per quanto le reti relazionali resistano, o ci si impegni per generarne di nuove, la traiettoria demografica che ci contraddistingue conduce inevitabilmente a un lento e progressivo aumento della solitudine. Si tratta di un destino comune a molte aree nel mondo, ma c’è un motivo di cui si parla ancora poco e che invita a non prendere sottogamba questo aspetto: la maggiore solitudine è una conseguenza dei cambiamenti demografici in atto, ok, ma a un certo punto arriva a dare vita a un circolo vizioso capace di produrre a sua volta effetti demografici, arrivando ad alimentarsi da sé stessa. Come? A spiegarlo bene è un saggio pubblicato a inizio 2026 sulla rivista Demographic Research, a firma di Hisrael Passarelli-Araujo,  ricercatore in Demografia all’Università brasiliana del Minas Gerais, e nel quale si propone di incominciare a prendere scientificamente in considerazione nelle ricerche sulla popolazione il fattore delle connessioni sociali e delle interazioni tra le persone (The demography of loneliness: Rethinking social connections in population research).
Se si guarda ai grandi cambiamenti demografici globali, dal calo della fecondità all’aumento della speranza vita e all’invecchiamento, fino alle migrazioni, è chiaro che tutto questo abbia come conseguenza un aumento della solitudine: con meno figli che vengono al mondo e con le persone che vivono più a lungo, o con coppie meno stabili, le reti familiari si riducono e nel mondo sviluppato diventa sempre più comune vivere soli. Già oggi in Italia la famiglia media ha solo 2,2 componenti, in vent’anni i nuclei unipersonali sono aumentati di 11 punti, e quasi il 17% della popolazione della Penisola vive da sola. A questo si può aggiungere il ruolo delle migrazioni: un immigrato –  in Italia ne sono entrati 440mila lo scorso anno – è spesso anche una persona sradicata dal suo contesto e che a causa della barriera linguistica può faticare a inserirsi nella nuova società. O l’urbanizzazione: andare a vivere nelle grandi città lasciando le campagne, nei contesti meno avanzati produce forme di segregazione residenziale, vedendo evaporare le antiche reti di relazioni.
Certo, “vivere” soli non significa necessariamente “sentirsi” soli, anzi questo fa una grande differenza, ma è indicativo che quasi una persona su quattro nel mondo abbia dichiarato a quelli di Gallup nel 2023 di sentirsi “molto” o “abbastanza” sola. Insomma, il problema c’è, e non incide solo sugli indicatori del benessere: la solitudine è contagiosa al punto da diventare una causa diretta di cambiamenti demografici e sociali. Parliamo delle nascite, ad esempio. I giovani che si sentono socialmente disconnessi possono incontrare più problemi a instaurare relazioni affettive, avere paura a diventare genitori perché avvertono la mancanza di reti di sostegno, o ancora essere vittime di un senso di precarietà che posticipando il progetto di una famiglia, fino a rinunciarvi. La solitudine cronica, come rivelano alcuni studi condotti nei Paesi scandinavi, si associa poi facilmente a un minore desiderio di figli e al ritardo nella formazione di unioni di coppia, minando il passaggio alla genitorialità.
Si potrebbe qui aprire una riflessione su quanto della decisione sempre più ricorrente di non avere figli sia frutto di una scelta autenticamente libera, come si tende talvolta a dire con una nota di compiacimento, o non invece il frutto di condizionamenti negativi poco visibili e molto subdoli. Anche se la denatalità ha molte cause – il lavoro, il reddito, le politiche familiari, i costi delle case, la cultura … eccetera – la solitudine non si presenta solo come un sentimento privato, ma come un fattore capace di alterare la percezione intorno alla possibilità di diventare padri o madri, diventando un ulteriore freno alle nascite e al rinnovo della popolazione. Oltretutto, ci sono  importanti differenze di genere: le donne, forse perché più consapevoli di quanto siano importanti le reti di relazioni e di cura per diventare madri, in genere riportano livelli più alti di solitudine rispetto agli uomini. A parte questo, il problema è che il calo delle nascite fa crescere l’aumento del rischio di essere soli nelle fasi successive della vita, quando si è anziani, e la famiglia si trasforma in una delle più importanti forme di cura e di integrazione sociale. La solitudine, quale fattore di stress, è considerato un acceleratore di declino fisiologico e predittore di morte prematura, come il fumo e l’obesità. Per questo, anche se ci siamo abituati al calo delle nascite, e a pochi sembra interessare ancora qualcosa, il fatto che nel 2025 in Italia siano nati 355mila bambini, 15mila in meno rispetto al 2024, dovrebbe farci riflettere e un po’ preoccupare.

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