L'intesa per una pace giusta e duratura è ancora possibile
Non è detto sia già arrivato il momento in cui le armi taceranno, ma il proseguire del lavoro su una nuova bozza lascia intendere che sarà così. E l'Europa può avere un ruolo

Si può capire meglio la drammatica trattativa sul destino dell’Ucraina leggendo il datato best seller di Donald Trump L’arte di fare affari che non studiando saggi e documenti prodotti da esperti e consiglieri del Dipartimento di Stato americano o delle altre cancellerie mondiali. La tecnica è presto detta. Consiste nell’avviare i negoziati con una proposta oltraggiosa o irrealistica, destabilizzando la controparte e spostando il dibattito sul proprio terreno. L’idea è che poi si può fare una leggera marcia indietro rispetto alla posizione iniziale, consentendo all’interlocutore di ritenersi soddisfatto per il risultato raggiunto, mentre si tratta di una débâcle. Il piano in 28 punti fatto trapelare la scorsa settimana e percepito come un ultimatum da Kiev rientra con buona probabilità nella strategia della Casa Bianca di provare a chiudere una guerra con una semplificazione dello scenario tale da offendere la dignità del popolo ucraino, come ha detto lo stesso presidente Volodymyr Zelensky nel suo discorso alla nazione, e da suscitare indignazione in Europa e in chiunque pensi che non possano essere la forza e la sopraffazione le regole delle relazioni internazionali. Certo, dopo quasi quattro anni di un conflitto tragico e sanguinoso, la prospettiva di un cessate il fuoco e di una ripresa dei negoziati è una fiammella di speranza che non va mai spenta da qualunque parte si accenda. Ma consegnare a Mosca territori ancora in proprio possesso e farsi dettare i prossimi passaggi istituzionali dal Cremlino era troppo per l’Ucraina. Come era troppo per l’Europa vedersi costretta a spettatrice di un assetto a lei sfavorevole in cui avrebbe pagato per i danni provocati dalla Russia e incorporato nello Statuto della Nato un articolo sulla perpetua esclusione di Kiev quasi dettato da Vladimir Putin, peraltro riammesso con tutti gli onori nel consesso internazionale. Come se i crimini di guerra per cui è sotto mandato di arresto dalla Corte penale internazionale fossero cancellabili senza oneri quasi fossero una vecchia multa non pagata per divieto di sosta. Ammesso che fosse una via per provare il riavvicinamento tra le parti scompaginando le carte, forse anche nell’accogliere gran parte delle richieste avanzate da Putin già in agosto durante il vertice in Alaska, per poi poterlo costringere a un sì definitivo, il piano originario non poteva che provocare ulteriori tensioni, tra l’altro lasciando ai margini un attore chiave sullo scacchiere globale come la Cina, indirettamente a fianco di Mosca nel conflitto e interessata a un indebolimento di entrambi i fronti. Il rilancio europeo e la riunione d’emergenza a Ginevra di domenica hanno riportato il pendolo del confronto verso la ragionevolezza, avvalorando l’ipotesi che questo percorso fosse già in parte calcolato nei disegni da venditore immobiliare del leader della superpotenza mondiale. Ciò che però importa, a questo punto, è come il campo dei volenterosi amici dell’Ucraina – Ue, Gran Bretagna, Canada, Giappone e altre nazioni non rassegnate a vedere palesemente stracciati tutti i principi alla base delle Nazioni Unite – possa trasformare la piattaforma americana in un funzionale punto di partenza per la diplomazia.
Se i negoziatori “privati” di Trump possono essere affascinati da un’intesa che dia vantaggi di breve termine all’America (soprattutto davanti agli elettori Maga) senza preoccuparsi delle conseguenze, il segretario di Stato Marc Rubio e molta parte dell’establishment repubblicano comprendono che schierarsi di fatto con la logica del Cremlino e alienarsi l’Europa non aiuterà a rendere gli Usa più forti e più influenti, quand’anche prevalesse il cinismo sulle sorti della causa ucraina. Zelensky sia in difficoltà sul campo di battaglia per la mancanza crescente di uomini e mezzi, sia indebolito dagli scandali di corruzione (sebbene il loro emergere dimostri che c’è ancora dialettica tra poteri a Kiev, mentre a Mosca si vedono solo repressioni del dissenso) è consapevole che non può dettare condizioni né perdere l’alleanza con Washington, se vuole traghettare l’Ucraina indipendente verso un futuro di relativa libertà e prosperità. Sta all’Europa tentare di riequilibrare la situazione, garantendo appoggio al Paese aggredito e difendendo i principi della legalità e della sovranità, senza però spegnere la possibile soluzione politica alla crisi che la “spallata” di Trump potrebbe aprire. E va sottolineato come il contropiano del cosiddetto E3 (Francia, Germania, Gran Bretagna) è finalmente un documento politico di sicurezza comune che può pesare davvero. Neppure la Russia, apparentemente accontentata, potrà giocare troppo di rilanci al tavolo che la Casa Bianca vuole guidare fino in fondo. Non a caso il piano prevede al numero 27 che il percorso sia sorvegliato da un Consiglio presieduto dal tycoon. Non è la nostra guerra, ha ripetuto per mesi, è la guerra di Joe Biden. Tuttavia, vuole intestarsi la sua conclusione e i suoi esiti, circostanza che al Cremlino non può piacere troppo, posto che deve propagandare la retorica della vittoria piena per mantenere la sua presa interna sul potere.
on è detto che sia arrivato finalmente il momento in cui le armi taceranno; ma se c’è una possibilità, va esplorata sino in fondo, e il proseguire del lavoro su una nuova bozza lascia intendere che sarà così. Fermarsi sulla linea del fuoco e poi discutere degli assetti territoriali, dare vere assicurazioni di sicurezza a Kiev, incassare credibili impegni russi per il futuro, tenere una postura severa verso chi ha invaso e ucciso civili inermi sono alcuni dei capisaldi che renderebbero l’intesa giusta e duratura come si auspica fin dall’inizio. Malgrado le incognite di un compromesso che crei precedenti pericolosi e di combattimenti congelati senza una vera soluzione, ci vogliono sapienza, fermezza e coraggio da parte di tutti per perseguire questa strada. Perché c’è un traguardo fondamentale da raggiungere: la pace dove ora c’è morte, sofferenza e distruzione.
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