L'inquietante ritorno della pena capitale (in nome di Dio)
Politiche securitarie, retoriche violente, richiami religiosi distorti: assistiamo a una deriva che banalizza la vita umana e legittima la brutalità istituzionale

Con un cappio giallo appuntato sulla giacca, il ministro israeliano Itamar Ben Gvir e i parlamentari del suo partito hanno discusso il disegno di legge per introdurre la pena di morte per i palestinesi che uccidono cittadini israeliani, sostenendo che costituisca un efficace deterrente e una adeguata forma di giustizia per le vittime. Il cappio - ci ha tenuto a chiarire - è solo «una delle opzioni attraverso le quali applicheremo la pena di morte per i terroristi. Certo, c’è l’opzione della forca, della sedia elettrica e anche l’opzione dell’iniezione letale». Aggiungendo: «con l’aiuto di Dio, approveremo questa legge e faremo sì che i terroristi vengano messi a morte”. Approvata la legge con il determinante sostegno di Benjamin Netanyahu, il Ministro si è abbandonato ad un brindisi gioioso e trionfalistico con i suoi. Ben Gvir si è anche dichiarato orgoglioso delle condizioni sempre più disastrose dei prigionieri palestinesi sotto la sua supervisione, ai quali dovrebbe essere dato «il minimo del minimo» di cibo necessario. Anzi, ha tenuto a precisare, «invece di dare più cibo ai prigionieri, bisognerebbe sparargli in testa». Il Presidente Trump ha disposto sin dall’inizio del suo mandato un più ampio ricorso alla pena di morte, ritenendo che abbia una efficacia deterrente e che costituisca il giusto risarcimento morale per le vittime. Tra i reati che più meriterebbero la pena capitale, secondo il Presidente, gli omicidi commessi da immigrati irregolari e quelli connessi al traffico della droga. Quanto alle modalità di esecuzione, oltre alla iniezione letale, per aumentare l’effetto deterrente si potrebbe a suo giudizio ricorrere alla fucilazione e all’impiccagione. Favorevole, comunque, al ripristino della tortura per simulazione di annegamento (“bring back waterboarding”). Tematiche momentaneamente accantonate perché ora è impegnato nell’aggressione all’Iran (”li stiamo massacrando” - ha annunciato con incontenibile soddisfazione - e la guerra si concluderà quando avremo “finito il lavoro”), per il cui successo i pastori evangelici hanno invocato con lui, nello Studio ovale, la protezione divina. Non c’è dubbio che per ogni coscienza degna di questo nome atteggiamenti come quelli evocati, tra i non pochi analoghi che potrebbero essere richiamati, abbiano una disgustosa, irreprimibile forza emetica. La riprovazione se possibile si accresce quando per la realizzazione di simili propositi viene invocata la protezione divina. Già papa Francesco aveva ammonito che «non si può offendere, non si può fare la guerra, non si può uccidere in nome della propria religione, in nome di Dio», invocarlo a questi fini è un «tradimento blasfemo» e un «oltraggio a Dio». Per Papa Leone XIV, nessuno può usare Dio per giustificare la guerra: perché Dio «non ascolta la preghiera di chi la fa con le mani che grondano sangue». Si farà osservare, a ragione, che di atteggiamenti ciecamente repressivi o violentemente aggressivi è, e purtroppo sarà, affollata la storia. Ma, in certe dichiarazioni e in certi atteggiamenti vi è un elemento in grado di aggiungere raccapriccio: la spavalda, irridente ostentazione della propria cinica indifferenza per il valore della vita umana. Per intenderci: Putin, condannato per crimini guerra dalla Corte penale internazionale, ha avvertito l’ipocrita pudore di chiamare “operazione speciale” la sua scellerata guerra contro l’Ucraina. In molti atteggiamenti dei nostri purtroppo alleati, invece, si brinda e ci si vanta spudoratamente della morte di tanti esseri umani: una spregevole, esibita disumanità in nome di un’auto-riconosciuta supremazia. La pena e l’orrore suscitati sono gli stessi; qui si aggiunge il disgusto. Certo, anche questo patetico e brutale primatismo conoscerà la fine, ma - ci invitava a non illuderci il grande Brodsky - «l'abiezione del cuore umano e la volgarità della mente umana non tramontano mai con la scomparsa dei loro esponenti più dotati» e purtroppo «si può facilmente immaginare il nostro -ismo, impreziosito dal suo post-, entrare comodamente, sulle labbra dei cretini, nel porto del futuro».
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