La giustizia selettiva di Israele
La nuova legge israeliana reintroduce la pena capitale per terrorismo. Nel mirino però ci sono gli estremisti palestinesi. Le critiche dell' Onu e dei giuristi

«La morte va contrastata, non inflitta. Ho visto troppa morte nella mia vita. Ho incontrato troppe persone che, nella mia vita, hanno inflitto la morte. (…) Con ogni cellula del mio essere e con ogni fibra della mia memoria, mi oppongo alla pena di morte in tutte le sue forme», scrisse Elie Wiesel nel 1989. Erano trascorsi quarantaquattro anni da quando l’autore e Nobel per la Pace era stato liberato da Auschwitz. Da quell’11 aprile 1945 e fino alla sua morte, nel 2016, aveva scelto di custodire e diffondere la memoria del “male assoluto” della Shoah. Affinché “mai più” potesse ripetersi. Questa era per Wiesel la missione del popolo ebraico e dello Stato di Israele – di cui era fervente sostenitore – dopo lo spartiacque della persecuzione nazista. In tale percorso – faticoso, come dimostra il sostegno all’impiccagione di Adolf Eichmann nel ‘62 –, aveva maturato un’opposizione totale alla condanna capitale. Posizione in linea con la tradizione ebraica, in cui è “l’chaim” – vita – l’augurio nelle occasioni più speciali. «Quando un Sinedrio, nell’antichità, pronunciava una sola condanna a morte durante tutto il suo mandato, quel Sinedrio veniva definito omicida», affermava Wiesel. Fa effetto riflettere sulle sue parole all’indomani dell’approvazione da parte della Knesset della nuova legge sulla pena capitale. Quasi in concomitanza con la decisione dell’Iran di mandare a morte chiunque condivida «contenuti ostili al governo», il Parlamento israeliano ha ripristinato le esecuzioni in tutto il territorio sotto il controllo di Tel Aviv, inclusa la Cisgiordania occupata e il 53 per cento della Striscia di Gaza, dopo l’abolizione di fatto nel 1954. Almeno per i delitti ordinari. L’unica eccezione da allora è stata l’impiccagione di Eichmann, colpevole di “crimini eccezionali”. Già prima, fin dalla sua fondazione, lo Stato ebraico l’aveva applicata solamente al soldato Mier Tobasky, accusato falsamente di tradimento nel 1948.
Il provvedimento – proposto dal partito di estrema destra, Otzma Yehudit, e approvato con 62 voti favorevoli e 48 contrari – ora ripropone il boia per i responsabili di terrorismo. Non tutti, però. Il patibolo è riservato a una categoria specifica: quanti uccidano «con l’intento di negare l’esistenza dello Stato di Israele». Pur non dicendolo esplicitamente – a differenza della versione emendata nell’iter parlamentare –, il testo risulta, dunque, riservato agli estremisti palestinesi. Vengono esclusi, al contrario, quanti commettono stragi per altre finalità. Spesso, anzi, con il malinteso proposito di difendere la sicurezza degli ebrei. È il caso – citato dall’esperto ed ex difensore pubblico israeliano Yoar Sapir – di Baruch Goldstein, autore del massacro di 29 arabi nella moschea di Hebron del 1994. Il distinguo contraddice uno dei cardini dei sistemi penali democratici: la non discriminazione “ratione subiecti”. Non è l’unico aspetto problematico. Il fatto che sia comminata a maggioranza e non unanimità e nei Territori sia comminata da tribunali militari, l’intervallo ridotto tra condanna ed esecuzione – 180 giorni –, sollevano perplessità perfino nei giuristi che sostengono la pena di morte sul modello statunitense. Da qui la levata di scudi internazionale: l’Onu ha definito “crimini di guerra” eventuali esecuzioni. E delle organizzazioni per i diritti umani interne e di una parte dell’opposizione progressista che hanno fatto ricorso alla Corte suprema. Tra gli oppositori anche una frangia del mondo religioso ebraico. Come il rabbino Benny Lau di Gerusalemme. «Ѐ vendetta legalizzata – ha dichiarato –. Una violenza mascherata dalla difesa della sicurezza».
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