La crisi e la via disarmante della diplomazia globale
Tra impegni disattesi e nuovi equilibri di potere, si indebolisce il legame tra diritti umani, pace e istituzioni, mentre il dialogo internazionale fatica a incidere

Lo scenario geopolitico mondiale evidenzia ogni giorno la crisi in cui versano le organizzazioni internazionali, di cui si denuncia l’impotenza, senza però dare la giusta rilevanza al loro lavoro sottotraccia, che garantisce comunque canali di dialogo. Tuttavia, è lampante la loro scarsa incidenza sulle agende politiche. Un dato aiuta a comprendere la complessità di tale situazione. Il decennio 2015-2025 è iniziato con la firma di tre importanti documenti – la Laudato si’ di papa Francesco, gli Accordi di Parigi sul clima e l’Agenda Onu 2015-2030 – e si è concluso in un contesto non solo profondamente diverso, ma anche in larga parte scettico, se non ostile, a quegli impegni. Non bisogna sorprendersi più di tanto, perché i cicli elettorali riservano cambiamenti del genere; quindi, non si tratta semplicemente di valutare le decisioni di un leader o di un partito. Ciò che sta mutando è il rapporto tra la tutela dei diritti umani e il ruolo delle istituzioni nel garantirla. Proprio ricordando i tre documenti prima menzionati, Raffaella Gherardi offre una riflessione puntuale su questo legame in un libro disponibile da pochi giorni per i tipi di Scholé (Diritti, pace, istituzioni. Tra XX e XXI secolo). Per molti versi, è un’iniziativa controcorrente, perché, dopo il denso saggio di Gherardi, vengono riproposti alcuni documenti, tra cui la Carta delle Nazioni Unite (1945) e la Dichiarazione universale dei diritti umani (1948). Qual è l’utilità di riproporre impegni ufficiali che vengono ormai disattesi? L’interrogativo è fuorviante, perché è proprio nei momenti di difficoltà delle istituzioni che è opportuno confrontarsi con i documenti che le hanno plasmate.
Alla pura e semplice denuncia della crisi degli organismi internazionali, occorre affiancare una riflessione consapevole del percorso che hanno intrapreso per tenere insieme pace, istituzioni e diritti umani. La lettura di Gherardi è critica riguardo allo stato attuale delle democrazie, specie quando denuncia il progressivo frantumarsi della sagoma del cittadino arbitro (espressione cara a Roberto Ruffilli) in grado di far valere le proprie idee. E segnala che è sempre più sotto scacco ogni flebile tentativo volto a promuovere la pace attraverso il diritto. Innanzitutto, perché l’idea di pace promossa da importanti leader politici è una «pace imperiale», cioè senza alcun rispetto per il diritto internazionale e alcuna propensione a coniugarsi con un’idea di giustizia. È quindi una pace che si intreccia con gli affari e con gli interessi economici, apertamente rivendicati quali parametro di riferimento per le strategie politiche. In effetti, il petrolio, le terre rare o porzioni di territorio sono al centro delle contrattazioni, basti pensare al Venezuela o alla Groenlandia.
Non è una novità che gli interessi siano la causa delle guerre, ma è inedito il fatto che le istituzioni che dovrebbero evitarle sono di fatto molto indebolite. Come ha ricordato papa Leone XIV, la «via disarmante della diplomazia» avrebbe bisogno di un rafforzamento delle istituzioni sovranazionali, non di una loro continua delegittimazione. L’epoca storica ce lo impone, poiché, come ha ricordato ancora il pontefice, «la giustizia e la dignità umana sono più che mai esposte agli squilibri di potere tra i più forti». È una constatazione dura, ma che dobbiamo accettare con sano realismo.
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