La Brexit? Un fallimento. Ecco gli studi che lo dimostrano

Dieci anni dopo il referendum del giugno 2026, le ricerche smentiscono la promessa sovranista
January 18, 2026
La Brexit? Un fallimento. Ecco gli studi che lo dimostrano
Le proteste del 2025 a Londra contro la Brexit /Fotogramma
Il fantasma del free trade, nato nell’Inghilterra del Settecento ed elevato nel tempo a bandiera della destra globale, continua ad agitarsi e a svelare verità inquietanti. Nei mesi che precedono il decennale del referendum sulla Brexit del giugno 2016, si moltiplicano i bilanci, e non sono positivi. A peggiorare il quadro, nell’ultimo anno, è intervenuto anche il ciclone Trump con il suo turboprotezionismo, che ha colpito inevitabilmente anche la Gran Bretagna.
Il paradosso è evidente: gli inglesi, che hanno votato a destra per molti anni cruciali (dal 2016 al 2024 si sono succeduti Cameron, May, Johnson, Truss e Sunak), oggi sono vittime delle due versioni economiche del conservatorismo globale: il libero mercato invocato dalla Brexit e il protezionismo di Trump. Sarà giunto il momento di cambiare musica? Di certo i maggiori centri di studi economici britannici stanno elaborando cifre che confermano le più nere aspettative sulle sorti della Brexit. Il Financial Times ha appena espresso un giudizio netto: la Brexit è stata un fallimento. Gli argomenti economici provengono da fonti autorevoli, come una recente ricerca del centro studi indipendente americano Nber (National Bureau of Economic Research), che ha messo al lavoro cinque economisti per valutare gli effetti dell’abbandono dell’Unione Europea. Il risultato conferma i timori di chi prevedeva il peggio: il Pil britannico risulta inferiore dal 6 all’8 per cento, nel periodo successivo al 2016, rispetto a quello di paesi europei con caratteristiche simili. Peggio di quanto pensassero nel 2016 anche i più pessimisti.
Anche fonti nazionali e parlamentari britanniche, come un recente rapporto dell’Office for Budget Responsibility, confermano il bilancio negativo e sommano agli effetti della Brexit quelli dei dazi trumpiani: la stima è una caduta del 15 per cento dell’export nel lungo periodo. Drammatica, per un’economia un tempo assai dinamica come quella britannica, è soprattutto la caduta degli investimenti, che la Nber valuta in una contrazione del 18 per cento rispetto alla media delle maggiori economie europee. Un fenomeno spiegato anche dalla lunga fase di incertezza, che ha segnato la procedura di uscita, conclusasi solo nel 2021, cinque anni dopo il referendum (che finì 51,9 per i leave e 48,1 per i remain), e che oggi si prolunga sotto i colpi della politica dei dazi di Trump.
Dentro questa cornice, la Gran Bretagna – da cui arrivano quotidianamente cronache di disagio sociale e di disservizi della sanità pubblica – si confronta con prospettive di crescita assai modeste. Le stime autunnali della Commissione Europea hanno ridotto il Pil dall’1,4 per cento di quest’anno all’1,2 del prossimo; anche l’Ocse segnala rallentamenti. I livelli non sono inferiori a quelli dell’Eurozona, ma le previsioni subiscono revisioni al ribasso, come nel recente World Economic Outlook del Fondo monetario internazionale, che ha ridotto di un decimo le stime per il 2026. Soprattutto, il consenso tra gli economisti è che se l’Inghilterra fosse rimasta nell’Unione sarebbe cresciuta sensibilmente di più.
A conferma dei numeri, i report che arrivano dalla Gran Bretagna indicano che il sogno di fare di Londra la “Singapore del Tamigi”, a dieci anni di distanza, è naufragato. La polemica contro la burocrazia europea è stata smentita dai fatti: il nuovo sistema doganale britannico ha imbrigliato i commerci, moltiplicato le certificazioni, accresciuto regole e costi per le imprese, il freno all’immigrazione crea problemi sul mercato del lavoro. Anche nell’opinione pubblica britannica solo una sparuta minoranza considera la Brexit un successo.
Eppure Nigel Farage, protagonista allora del combattuto referendum e oggi a capo di un raggruppamento fortemente anti-immigrazione, risulta in testa in diversi sondaggi. Il virus del populismo, ormai, non sembra arrestarsi nemmeno di fronte alla lampante chiarezza dei numeri. E la destra sarà chiamata a sciogliere un nodo con se stessa: liberismo o protezionismo?

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