La biblioteca tra i grattacieli che vuole cambiare Milano (partendo da un pallone)
Nel cuore del quartiere Isola, un progetto culturale trasforma il racconto sportivo in legame sociale, memoria condivisa e occasione concreta di inclusione urbana

C’è un punto di Milano in cui la città, all’improvviso, trattiene il respiro, sospesa nell’occhio di un ciclone che, in qualche modo, tiene tutto in equilibrio. Per arrivarci bisogna infilarsi sotto la sua pelle: scendere alla stazione di Porta Garibaldi, seguire le indicazioni verso via Guglielmo Pepe e risalire una scalinata in corrispondenza del binario 20. Quasi senza accorgersene, si entra in una porta temporale che si apre verso il quartiere Isola. Un nome che non è una metafora, ma una ferita geografica: nella seconda metà dell’Ottocento la ferrovia lo separò dal resto di Milano, come un taglio netto. Qui, dove prima «era tutta campagna», è cresciuto nel secolo scorso un quartiere popolare e operaio, ostinato, con un’identità così forte da resistere a tutto, anche al fatto di essere stato, per anni, rifugio della malavita milanese. Quando si sbuca dalla rampa che sale dai binari dell’alta velocità questa storia si intuisce, si legge nelle architetture popolari, negli spazi, nel giardino condiviso e aperto fino al tramonto, ma se all’improvviso lo sguardo si alza ecco comparire, a poche decine di metri, le vetrate dei grattacieli, l’acciaio, il cemento e il verde del Bosco Verticale, il profilo della Milano che corre veloce nel mondo. Insomma, sotto e sopra la velocità, in mezzo Isola con i suoi panni stesi, i cortili, un’eco di officine e di vita operaia al confine del business e del suo slang itanglese. Il quartiere Isola è una cerniera, un luogo dove la Milano cosmopolita e quella popolare si guardano, si sfiorano, si interrogano, si mescolano. In via Pepe c’è un playground coloratissimo, frequentato dai ragazzi di Slums Dunk, l’associazione di Tommaso Marino e Bruno Cerella, ex cestisti professionisti che, attraverso il basket, insegnano un linguaggio nuovo, meticcio, urbano: lo street sport come grammatica contemporanea della relazione. Dentro questa tensione tra radici e altezze è nata, in via Federico Confalonieri numero 3, una biblioteca interamente dedicata allo sport. Non dentro a un edificio monumentale o a un luogo istituzionale, ma nella corte di un blocco di case popolari della MM: un posto che Gianni Mura, a cui la biblioteca è intitolata, avrebbe adorato. Era il 21 marzo del 2020 quando Gianni se ne andò, l’Italia era nel pieno della pandemia, rinchiusa nel primo lockdown, non fu possibile neppure salutarlo al suo funerale.
Oggi Mura è ricordato nel Famedio, fra i personaggi illustri che hanno recato fama alla città di Milano, insieme, per dire, ad Alessandro Manzoni eppure siamo certi che il suo spirito sia più a suo agio in questo locale nel cortile di una casa popolare che guarda dal basso i grattacieli, quasi come forma di resistenza. Quel cortile si è affollato all’inverosimile lo scorso febbraio: quattrocento persone, il gotha della narrazione sportiva del Paese e gli amici di Gianni, gli hanno reso omaggio inaugurando la Biblioteca dello Sport Gianni Mura, da un’idea di Paolo Maggioni, giornalista e volto de La Domenica Sportiva e di Michele Papagna, lider maximo dell’associazione Altropallone, nota per il premio omonimo nato nel 1997 che celebra l'impegno sociale, etico e solidale nel mondo dello sport, ponendosi come alternativa al tradizionale «Pallone d'Oro» e che proprio Mura vinse nella sua secondo edizione. Michele e Paolo la prossima estate, il cortile, vorrebbero vederlo affollato di nuovo, grazie a un maxischermo dove guardare in comunità le partite dei Mondiali, perché lo sport, in via Confalonieri 3, è cultura, letteratura, ma soprattutto un modo di stare al mondo, un codice condiviso che ricuce differenze. Vestali del luogo, oltre all’archivista Giorgia Dolce, una rete di volontari che immaginano la biblioteca dello sport non solo come un posto dove si conservano libri, ma come un punto di riferimento per giovani, appassionati, studiosi. Il Salone Internazionale del Libro di Torino (che a Gianni Mura dedica un premio di letteratura sportiva), Radio Popolare, il Festival dei Diritti Umani, le realtà del quartiere, la parrocchia: tutti trovano uno spazio di incontro e sostengono questo laboratorio civile che usa lo sport e la sua narrazione come strumento. Duemilacentosettantatré libri già sugli scaffali, una vetrina speciale che raccoglie il fondo Gianni Mura, trecentocinquanta volumi recuperati dalla sua scrivania nella redazione di Repubblica e dalla sua casa milanese (insieme a documenti e appunti che andrebbero digitalizzati per non disperderne la memoria) e una bacheca dedicata al suo grande amore: il Tour de France. Le donazioni si susseguono, recentemente è arrivato alla biblioteca il fondo Chicca Speroni, centinaia di libri della prima giornalista assunta dalla Gazzetta dello Sport. Per capire davvero il senso di questo luogo bisogna fermarsi, guarda un po’, sulle parole che lo fondano. Un vero e proprio manifesto, un testo costitutivo a firma di Paolo Maggioni, uomo che conosce bene sia lo sport che Milano: «Crediamo nella forza di un pallone. Crediamo nella forza delle parole e della letteratura. Crediamo che ogni biblioteca che nasce sia anche un ponte. E che la costruzione di un ponte, in ogni senso, è sempre un gesto di pace». Una visione, semplice e radicale: lo sport e la cultura come collanti sociali e strumenti di lotta a ogni forma di discriminazione; la narrazione come possibilità di rendere immortali i campioni, ma anche i gregari, i brocchi, gli sparring partner.
Una geografia umana dello sport di cui Gianni Mura era il maestro, colorando i suoi articoli con il sudore e la fatica, certo, ma anche con i luoghi, la musica, il vino, le persone. C’era, nei suoi scritti, una forma di rispetto profondo per lo sport e per chi lo pratica, senza il doping della retorica e con quella capacità rara di stare accanto ai protagonisti, senza mai mettersi sopra di loro. Raccontava lo sport come un romanzo popolare, le osterie come luoghi dell’anima, le sconfitte come momenti necessari, con uno sguardo largo e ironico, capace di tenere insieme la competizione e la vita. Leggerlo (pochi giorni fa, sempre nel cortile della biblioteca, è andata in scena la prima Muratona, maratona di letture dei suoi articoli) significa provare una nostalgia limpida e, insieme, una responsabilità: quella di non perdere quel modo di raccontare, di non smarrirne la misura. È anche per questo che la biblioteca nasce nel quartiere Isola, dopo la sbornia di Milano-Cortina 2026: un piccolo esempio di legacy olimpica che non ha bisogno di grandi opere, ma di relazioni per costruire comunità, ovvero fare politica nel senso più alto e nobile del termine, «un frattale, qualcosa da replicare ed esportare» come si augura Michele Papagna. In quel punto preciso di Milano, dove lo sguardo sale e scende vertiginosamente, una biblioteca apre le sue porte e ci ricorda che lo sport è un fatto, insieme, popolare e culturale. Se è vero che una città si misura anche da come custodisce le sue parole, allora questo spazio nel cuore di Isola è una promessa da mantenere.
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