Il sorteggio dei giudici al posto della selezione:
4 buone ragioni per dire di no

Decidere nomine o elezioni affidandosi al caso, come si ipotizza per la magistratura, significa rinunciare al giudizio, sostituendo il principio del merito con la neutralità dell’estrazione. Così la democrazia si riduce a calcolo statistico
January 22, 2026
Il sorteggio dei giudici al posto della selezione:
4 buone ragioni per dire di no
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella durante un'Assemblea plenaria straordinaria del Consiglio Superiore della Magistratura/ FOTOGRAMMA
Il recente dibattito sull’opportunità di introdurre elementi di sorteggio nei processi selettivi, contenuto nella recente proposta di riforma costituzionale della magistratura, si fonda su un’idea apparentemente seducente: il caso come garanzia di imparzialità. In realtà, esso rappresenta una forma di negazione del merito e, in molti casi, un principio contraddittorio con la Costituzione e con il buon funzionamento dello Stato. Come ricordava Giovanni Sartori, la democrazia rappresentativa non è solo governo del popolo, ma anche selezione delle élite: deve permettere ai più competenti e responsabili di accedere ai ruoli decisionali. Il sorteggio, sostituendo la valutazione con un meccanismo stocastico, disgrega questa logica.
Le principali critiche a tale principio si articolano attorno a quattro punti. Il primo è il più evidente e riguarda la “cecità alla competenza”: il sorteggio dà a tutti aritmeticamente la stessa probabilità, ignorando però le differenze reali di esperienza e capacità. La seconda concerne la “rottura del nesso responsabilità-selezione”: se un incarico deriva dal caso, non c’è più relazione tra scelta e dovere di risponderne. La terza critica riguarda la “falsa imparzialità”: l’imparzialità non nasce, infatti, dall’assenza di un giudizio, ma da criteri razionali e trasparenti. Infine, l’ultima critica si riferisce al “paradosso del sorteggio meritocratico” che appare in maniera evidente nel caso di un sorteggio successivo a un filtro di idoneità. Infatti, una volta stabiliti i criteri che stabiliscono chi sono gli “idonei”, perché affidarsi ad un sistema aleatorio per scegliere solo alcuni di essi e non procedere, invece, con lo stesso criterio al fine di scegliere “i più idonei tra gli idonei”? Questo tipo di sorteggio, in buona sostanza, sostituisce l’arbitrio della scelta con l’arbitrio dei criteri.
Tre esempi concreti mostrano l’assurdità del metodo del sorteggio in diversi ambiti. Nell’università, dove la legittimità si fonda su merito e competenza, sorteggiare un Preside o un membro del Consiglio di amministrazione equivarrebbe a un’inaccettabile lotteria. Ma ancora di più lo sarebbe, ad esempio, sorteggiare, tra gli idonei all’Abilitazione Scientifica Nazionale, i professori da chiamare nei Dipartimenti con lo scopo di evitare gli abusi e le arbitrarietà talvolta presenti nelle scelte dei baronati accademici. Così facendo si metterebbero, infatti, sullo stesso piano i migliori ricercatori con chi abbia appena superato la soglia minima per l’abilitazione. Il caso, lungi dall’eliminare il potere, lo sostituirebbe con l’arbitrio. Anche in ambito sanitario, sorteggiare un dirigente medico di struttura complessa tra tutti i medici idonei sarebbe pura follia: le vite dei pazienti dipenderebbero da una variabile aleatoria. Anche con un filtro di merito preliminare, la selezione perderebbe la propria razionalità funzionale, negando il principio deontologico che lega la competenza alla responsabilità.
Lo stesso tipo di considerazioni possono essere svolte per gli ordini professionali. Se i componenti del Consiglio dell’Ordine dei Medici o degli Avvocati o degli Architetti fossero estratti a sorte, la rappresentanza verrebbe svuotata di significato e la competenza sostituita dal caso. La funzione di garanzia verrebbe meno, lasciando spazio a una burocrazia della sorte. In effetti, seguendo la logica del caso, considerata come l’antidoto proposto per fronteggiare la corruzione ed il clientelismo, si è arrivati persino a proporre la selezione dei membri del parlamento tramite sorteggio.
Proposte di questa natura lottocratica, che ai più suoneranno come nulla più che una boutade, sono state in realtà avanzate ufficialmente, ad esempio, da Beppe Grillo in Italia, ma anche da Ernest Callenbach e Michael Phillips negli Stati Uniti e da Anthony Barnett nel Regno Unito, solo per citarne alcune. Tuttavia, come osservano Nadia Urbinati e Luciano Vandelli, nel loro La democrazia del sorteggio, dietro l’appello alla sorte si cela la crisi della responsabilità politica. Delegare al caso equivale, infatti, a rinunciare al giudizio, sostituendo il principio del merito con la neutralità dell’estrazione. In tal modo, la ricerca di imparzialità si trasforma in una rinuncia alla valutazione, e la democrazia rappresentativa, fondata sul discernimento e sulla scelta, rischierebbe di ridursi a un mero esercizio statistico di calcolo delle probabilità.
Sul piano filosofico, la meritocrazia si radica nell’idea nietzschiana che gli individui non siano tutti uguali per talento o capacità. Per Nietzsche, infatti, la civiltà progredisce grazie all’opera degli outlier capaci di grandi idee e non grazie a chi è “medio”. In effetti, come ricordava Bobbio, questa idea è proprio la radice del pensiero “di destra” nel mondo occidentale. Il sorteggio, invece, negando tali differenze, aderisce ad una distorta visione egualitaria, la quale ricorda da vicino l’ideale comunista dell’“uno-vale-uno”. Il conflitto tra merito e sorte è dunque antropologico prima che politico: riguarda l’idea stessa di giustizia come proporzione e non come uguaglianza, secondo la lezione di Nietzsche.
Dietro l’apparente equità del sorteggio si nasconde, dunque, la sua profonda ingiustizia: trattare come uguali chi non lo è. Una società che vuole affidare a persone competenti la salute, l’istruzione, la giustizia e la cosa pubblica non può lasciare al caso la loro selezione. Una democrazia che confonde giustizia e sorteggio ha smarrito la misura tra valore e funzione. Se venisse costituzionalizzato, il principio del sorteggio non avrebbe più limiti di applicazione e quelli qui discussi sono solo alcuni esempi (solo apparentemente paradossali) delle pericolose conseguenze che ciò comporterebbe. In questo caso l’Italia, cesserebbe di essere una Repubblica fondata sul lavoro, e rischierebbe di diventare una Repubblica fondata sui capricci della dea Tyche della fortuna.
Giuseppe Arbia è Direttore dell'Altems (Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi Sanitari) e professore ordinario di Statistica Economica all'Università Cattolica del Sacro Cuore, campus di Roma

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