Il gatto, la volpe e i social network

La condanna a Meta segna una svolta: è stata riconosciuta la responsabilità della piattaforma nell’aver favorito meccanismi che amplificano fragilità e disagio giovanile. Il caso, sostenuto anche da evidenze interne, apre a un approccio di sanità pubblica tra prevenzione, regole e nuovi modelli digitali
March 26, 2026
Il gatto, la volpe e i social network
Genitori che affermano di aver perso i propri figli a causa dei social media hanno mostrato uno striscione con i nomi dei bambini fuori dal tribunale di Los Angeles dove sono state giudicate Meta e Google /Reuters
A Los Angeles, il processo contro Meta si è concluso con una condanna per la multinazionale, ritenuta responsabile di aver creato un ambiente capace di generare dipendenza nei suoi utenti, senza mettere in atto alcuna forma di protezione e precauzione per prevenire il rischio corso dai minori quando si avventurano nel suo territorio. In particolare, la sentenza condanna la società perché era più che consapevole di aver generato un ambiente virtuale che sfruttando la vulnerabilità e la fragilità del funzionamento mentale di bambini, preadolescenti e adolescenti, li ha portati a vivere sempre più esperienze nel mondo virtuale, esperienze che ne hanno ulteriormente aumentato la vulnerabilità psichica e il disagio mentale. Il processo ha avuto questo sviluppo non solo perché i genitori hanno chiesto di valutare la corresponsabilità dei social media nel determinare i problemi di salute psichica dei loro figli giovanissimi (alcuni dei quali arrivati al suicidio dopo essersi dotati di un profilo social), ma anche perché sono stati reperiti moltissimi documenti interni all’azienda, nei quali si evince la consapevolezza dei suoi dirigenti rispetto al rischio per la salute indotto dal loro ambiente virtuale. L’azienda, anziché sviluppare strategie correttive e preventive a protezione dei minori, in realtà ha aumentato il rischio nei loro confronti riempiendo i social media, in modo senziente e consapevole, di artifici finalizzati ad aumentarne l’additività senza avvertire i propri utenti di quei rischi con cui, entrando nei social media, si trovavano a contatto senza saperlo. Ciò che è accaduto a Los Angeles è sovrapponibile a ciò che nel secolo scorso è accaduto alle multinazionali del tabacco.
Dopo decenni in cui – in tutti i modi – avevano cercato di negare la correlazione tra consumo di tabacco e rischio per la salute, un tribunale ne ha rivelato la colpevolezza, dimostrando che al proprio interno esse avevano piena contezza di ciò e pur sapendolo, avevano messo in atto strategie di marketing e di manipolazione del prodotto tale da renderlo sempre più attraente e additivo per i suoi consumatori (potenziali e attuali), aumentandone deliberatamente il rischio di danno alla salute. La dinamica sotto processo è molto simile a ciò che Collodi racconta nella storia di Pinocchio. Il Gatto e la Volpe incontrano Pinocchio. Si accorgono subito che è alquanto ingenuo e maldestro. Ma constatano anche che ha le tasche piene di zecchini d’oro. Un buon adulto, a questo punto, si preoccuperebbe di mettere in protezione quel minore. Un pessimo adulto, invece, sfrutta e manipola quell’ingenuità a proprio vantaggio, per prendersi gli zecchini d’oro. Poco gli importa se poi quel minore ne avrà delle conseguenze a breve, medio e lungo termine. L’importante è portarsi a casa il bottino. Questo è in concreto ciò che è successo con i nostri figli e il loro ingresso nei social media. Le piattaforme, al pari del gatto e della volpe, ne hanno compreso l’ingenuità e la vulnerabilità e hanno saputo sfruttarle a vantaggio del loro tornaconto economico. Lo sapevano e hanno deliberatamente agito, nonostante le evidenze crescenti portate dalla letteratura scientifica che correlavano l’ingresso intenso e precoce dei minori nei social media con un crescente disagio psicologico, come ha ben evidenziato Jonathan Haidt nel suo volume Generazione ansiosa che è diventato un testo fondamentale e di riferimento globale perché attraverso dati di epidemiologia clinica e comportamentale ha ben spiegato come e perché il mondo digitale ha avuto un impatto così devastante sulla salute degli adolescenti in tutto il mondo. Ora il re è nudo. Questa sentenza è un punto di non ritorno, perché da oggi in poi i social media dovranno dichiararsi, proprio come accade per le sigarette, un fattore di rischio conclamato per la salute in età evolutiva e adottare tutte le misure finalizzate alla riduzione del danno dipendente dal loro utilizzo in età evolutiva. Probabilmente questa sentenza permetterà a questo tema di non essere più relegato solo al dibattito educativo, ma di inserirlo nella più ampia cornice che fa riferimento alla sanità pubblica. Quando la sanità pubblica si occupa della gestione di un fattore di rischio conclamato per la salute, produce strategie di natura educativa (molte scuole stanno promuovendo progetti di consapevolezza digitale rivolti sia agli studenti che alle famiglie), di natura ambientale (la scuola smartphone-free ne è un esempio) e di natura giuridica (la legge australiana che ha vietato i social media ai minori ne è un esempio). La sentenza di Los Angeles intercetta un cambio radicale di approccio al mondo digitale che negli ultimi due anni interessa tutto il mondo. Da un iniziale tecno-entusiasmo oggi siamo approdati ad un essenziale tecno-realismo. È fondamentale che il mondo digitale sia strumento che migliora le nostre vite e non ambiente di vita che ci distoglie dalla vita reale. Probabilmente, si dovrà rivedere in toto il meccanismo dell’algoritmo che ha reso tutti noi soggetti sempre più vulnerabili all’ingaggio dopaminergico, su cui si basa il funzionamento delle piattaforme digitali. La questione è urgente. Serve consapevolezza e alleanza all’interno di tutta la comunità educante, ma anche da parte degli specialisti che si occupano di salute in età evolutiva.

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