I furbi, le rottamazioni e una favola a lieto fine (da scrivere)

Lo Stato si incaponisce a stendere tappeti rossi a chi l’ha tradito: elusori, mancati pagatori e multati. Anziché blandire gli evasori, si potrebbe incentivare l’emersione del “nero” e del “grigio” che caratterizza il lavoro domestico
January 25, 2026
Nella foto si vedono una signora anziana con la sua badante mentre fanno una passeggiata in un parco
/Foto Siciliani
E se rottamassimo le rottamazioni? No, perché in questi giorni è partita la quinta stagione della serie e ancora lo Stato si incaponisce a stendere tappeti rossi a chi l’ha tradito. A evasori e mancati pagatori, a elusori e multati che non si sono neppure pentiti, nonostante abbiano avuto anni, decenni, per saldare il conto con chi – la comunità, cioè noi tutti – assicura loro cure sanitarie, istruzione per i figli e strade asfaltate gratis et amore dei. Certo: ci saranno le eccezioni, i casi di vera necessità, ma sembra sempre che i debitori facciano un favore allo Stato pagando finalmente una frazione del dovuto e perciò vadano incoraggiati e rassicurati in mille modi. Quando invece si tratta di usare la leva fiscale per agevolare i cittadini-contribuenti, i governi, anche di diverso colore, al posto del tappeto piantano paletti che non trovi nemmeno in una gimkana: “fino a quel limite sì, oltre no”; “solo se la tua famiglia è riuscita a sopravvivere a Milano in affitto con 4 figli e un reddito di 10mila euro lordi”. Oppure devi averle tutte – tipo “essere ultra ottantenne, povero in canna e non autosufficiente” – ecco, in quel caso lì è come fare bingo! E infatti ci riescono in pochissimi.
Gli evasori, invece, sono tanti. E per convincerli a saldare il loro debito – “dai, su, fai uno sforzo” – si è pronti come questa volta ad abbuonargli sanzioni aggiuntive, interessi di mora, aggio e quant’altro. Gli si offre la “pace” quasi fossimo stati noi ad aggredirli: niente altri controlli, nessuna scocciatura. E poi, addirittura, un pagamento in 54 comode rate bimestrali: nove anni al tasso del 3% che neppure un mutuo casa agevolato è così conveniente. Nove anni, un tempo lunghissimo in cui l’esperienza purtroppo insegna che molti pagano le prime rate, poi chi si è visto si è visto: si decade dalla rottamazione numero x e si aspetta la new edition di solito meglio accessoriata. O un condono qualsiasi, una sanatoria quantomeno. D’altronde “per pagare e per morire c’è sempre tempo”, è il loro undicesimo comandamento.
Questa volta – ma è sempre “l’ultima”, si giura – sono ammesse alla rottamazione delle cartelle le «imposte non versate risultanti dalle dichiarazioni annuali, le somme dovute a seguito dei controlli automatizzati e formali; i contributi previdenziali Inps, con l’esclusione però dei debiti derivanti da accertamento» per un periodo che va addirittura dal 2001 al 2023. Sarebbero ben 393 miliardi di euro. Ma di questa massa di soldoni, che farebbe di colpo del nostro Paese il Bengodi, il Governo stima di recuperane con la rottamazione solo il 3,3%: 13 miliardi. Anzi no, perché gli evasori fanno i preziosi e nemmeno a blandirli accettano di pagare, per loro versare è come infrangere un tabù. Dunque, siamo realisti, si sono detti al ministero delle Finanze: porteremo a casa se va bene, ma proprio bene, 9 miliardi. E pazienza se facendolo ci rimetteremo 800 milioni di euro, la differenza tra il valore della cartella esattoriale e quanto verseranno i pentiti del modello Unico. “Meglio pochi, maledetti e subito”. Beh, subito subito no, in effetti. Ma vuoi mettere la soddisfazione quando nel 2035 finalmente l’imprenditore Gigi avrà restituito alla comunità tutto quel che doveva versare trentacinque anni prima: era un giovanotto a quell’epoca, ora è un settantenne. Oh, somme al netto dell’inflazione eh, che mica vorrai addebitargli anche quella, altrimenti per lui che “pace” - dei sensi - sarebbe.
La favola, per gli evasori, insomma continua. Per le famiglie italiane, invece, deve ancora iniziare. Di positivo, però, c’è che una volta tanto la leva fiscale e le agevolazioni potrebbero essere utilizzate in un percorso virtuoso. Con una strategia in grado di portare a un triplice risultato positivo: sostenere le famiglie, tutelare i lavoratori e far “guadagnare” lo Stato. La proposta in campo – presentata in questi giorni al Governo da Domina, una delle associazioni più rappresentative di datori di lavoro domestico – è quella di un cashback, un credito contributivo da assicurare a chi assume una colf o più spesso una badante in maniera regolare e mantiene vivo il contratto. Dopo il primo anno si vedrebbe accreditato il 25% dei contributi da versare, il secondo anno il 50%, fino ad arrivare al quarto anno al 100%. Un valore non spendibile altrimenti se non come sconto per i contributi previdenziali: un’agevolazione a “circuito chiuso”, impossibile truffare. Per le famiglie significherebbe arrivare a risparmiare fino a 2.600 euro circa l’anno. Eh già ma quanto costerebbe allo Stato? I calcoli dicono fino a un massimo di 5,8 miliardi in quattro anni. Ma a fronte di un maggiore incasso per lo Stato nello stesso periodo di 10,2 miliardi, derivante dall’imposizione fiscale su rapporti di lavoro – circa 800mila – che oggi sfuggono tanto alla contribuzione previdenziale quanto soprattutto alla tassazione dei redditi.
Invece che premiare i furbi, si assicurerebbe sostegno alle famiglie che sopportano un crescente costo dell’assistenza agli anziani. Anziché blandire gli evasori, si incentiverebbe l’emersione del “nero” e del “grigio” che caratterizzano il lavoro domestico. Una favola a lieto fine, in cui vincono tutti e nessuno ci perde. Qualcuno vuole scriverla prima della prossima legge di bilancio?

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