I conflitti e la scomparsa della politica del "prima"

«La guerra continua la diplomazia con altri mezzi», diceva Clausewitz. Peccato che oggi non ci sia la diplomazia che precede. Non che nella sfera pubblica manchino le parole e i discorsi, ma sono formulati non per confrontare i pareri, bensì per asseverare il proprio scagliandolo in faccia all’avversario
April 4, 2026
I conflitti e la scomparsa della politica del "prima"
Carl von Clausewitz, ufficiale dell'esercito prussiano e uno dei principali teorici della guerra moderna. A lui è attribuita la frase "La guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi"
La guerra non è nient’altro che la continuazione della diplomazia con altri mezzi, ha assicurato Clausewitz. Il celebre asserto del generale prussiano oggi non sembra più troppo valido: perché non si può dare continuazione di ciò che non esiste; o, se esiste, gioca una partita autoreferenziale senza nessi effettivi con la possibilità di incidere sulla realtà. Oggi la guerra prescinde dalla diplomazia, la ignora, la sostituisce di sana pianta. Dall’Ucraina a Gaza all’Iran, si può forse dire che ci sia stato un serio, concreto, credibile tentativo di affrontare le crisi al tavolo delle trattative? Ma la mancanza di dialogo (di disposizione al dialogo) nelle modalità con cui gli Stati gestiscono i rapporti reciproci non è che un aspetto di un fenomeno più generale che investe il complesso di attività attraverso le quali i singoli Stati organizzano i rapporti e le decisioni collettive al loro interno: ossia la politica. Su scale e in forme differenti, è la politica la grande assente.
L’arte di governare la pólis nasce nell’antica Grecia quando il potere discende dall’acropoli all’agorà, dal chiuso del palazzo, dal quale il basiléus cala verticalmente i suoi decreti, allo spazio aperto in cui le decisioni sono oggetto di un confronto orizzontale partecipato da tutti sotto gli occhi di tutti. In questa nuova dimensione lo strumento essenziale è il lógos, la parola, che a differenza della parola del sovrano (rhêma, épos, próstagma, a seconda delle circostanze) non ha un’unica direzione irreversibile, dall’alto verso il basso, ma è intrinsecamente aperta alla reciprocità in ogni direzione; e in quanto etimologicamente collegata al verbo légo, ossia “raccolgo, metto insieme, metto in ordine”, attraverso una serie di connessioni implicite acquista gli ulteriori significati di “discorso” (parole messe insieme), “ragionamento” (messe insieme in modo ordinato, argomentato, razionale), fino a identificarsi tout-court con la “ragione”. È questo polisemico lógos, da cui discende la capacità di concepire e discutere il giusto e l’ingiusto e gli altri valori, che Aristotele addita come la differenza specifica dell’uomo in quanto animale politico (politikòn zóon). Ma il discorso pubblico a cui assistiamo oggi ha ancora qualche cosa in comune con l’apertura originaria e l’intensità semantica del lógos? Si può ancora definire un lógos “politico”?
Non che nella sfera pubblica manchino le parole e i discorsi: ce n’è anzi un sovraccarico caotico e contraddittorio, culminante nella forma caratteristica della comunicazione contemporanea, la “narrazione”. Ma sono parole e discorsi a una sola direzione, formulati non per confrontare i pareri, bensì per asseverare il proprio scagliandolo in faccia all’avversario; non per aprire a possibili interlocutori ma per rinchiudere l’emittente nella immodificabile autosufficienza della propria posizione: proposta come un prodotto preconfezionato, da prendere o lasciare. Non è più il diá-logos che si svolge “tra” o passa “attraverso” (diá) le persone, sollecitando la mediazione, ma qualche cosa di diverso e profondamente a-politico: la parola si irrigidisce in parola d’ordine, slogan, ultimatum, il discorso argomentato e razionale si degrada a propaganda. E così la politica viene messa in soffitta, bypassata da quegli stessi attori che presumono di “farla”. Sul piano dei rapporti internazionali questo si riflette nello svuotamento delle Nazioni Unite come camera di compensazione dei conflitti, con la rinuncia delle parti a impegnarsi nella ricerca di un plausibile punto di caduta: così che all’azione diplomatica si sostituisce la forza, e la soluzione finale non è mai una soluzione definitiva. La guerra in corso in Iran ne è un drammatico esempio, con trattative poco o punto convinte, affidate (per parte americana) a negoziatori non di mestiere, più che altro una foglia di fico per ammantare l’unica vera opzione che accompagna i diktat trumpiani, ossia il ricorso alle armi.
Sul piano interno, all’abdicazione della politica consegue che le decisioni di interesse collettivo non siano più l’esito della contrattazione tra posizioni divergenti, ma della imposizione di una maggioranza a colpi di leggi blindate e voti di fiducia: anche in questo caso, la forza al posto del lógos. Anche quando, come nel caso italiano, si tratta di provvedimenti delicati quali sono le leggi costituzionali, che riguardando le regole del gioco richiederebbero la massima concertazione. Il che avviene non soltanto per l’indisponibilità della maggioranza a trattare, ma altresì per la simmetrica incapacità delle opposizioni a ricondurre il confronto sul terreno della politica. Risultato? Lo abbiamo appena visto: una legge come quella riguardante l’organizzazione della magistratura, che in teoria poteva interessare tutte le forze politiche, è passata in parlamento senza un reale dibattito, il referendum l’ha bocciata e tutto sarebbe come prima, non fosse che nel mentre si sono spesi tempo, energie e molti denari. Ma se il confronto politico si riduce all’enunciazione di posizioni catafratte, escludendo la fastidiosa incombenza della negoziazione, si può ancora, propriamente, parlare di politica? A meno che per politica non si intendano le gag da avanspettacolo che ci vengono inflitte con diabolica ripetitività, dalle aule parlamentari ai talk show. E se la politica, nel suo insieme, non fa politica, non si sforza di dare rappresentanza agli interessi generali anziché a quelli della parte maggioritaria, si può propriamente parlare di democrazia? È vera democrazia quella che si esaurisce nella chiamata alle urne, quando votiamo chi mandare a non fare politica?

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