Finisce il Giubileo, e ora impariamo a sperare
Cosa ci ha insegnato l’Anno Santo dedicato alla «speranza che non delude»? Il teologo don Pierangelo Sequeri indica quali luci ci possono permettere di prolungare nella vita quotidiana il tempo di grazia che si conclude

L’invocazione e l’appello alla pace hanno incessantemente scandito il ritmo del tempo giubilare di Leone XIV, come i rintocchi del metronomo danno la misura del tempo musicale. I rintocchi continuano. Hanno preso slancio dal “Giubileo della Speranza” aperto da papa Francesco, e ci si aspetta che accompagnino un cambio di passo della fede. Quale cambio di passo è in grado di imprimere alla nostra fede, per tutto il tempo che rimane, questo gesto incalzante che indirizza la speranza anzitutto alla pace? Proviamo ad abbozzare qualche proposta per questo esercizio dello spirito.
Intanto, il Giubileo finisce, ma il Cristo, “nostra speranza”, rimane “con noi”, senza un momento di distrazione. Non ci guarda soltanto “dall’alto dei cieli”, non si presenta soltanto “nell’atto del sacramento”. Rimane con noi, sempre e dovunque.
La presenza del Signore occupa lo spazio orizzontale del nostro umano abitare, dei nostri incontri fraterni, delle nostre generose iniziative: spezza l’incantesimo che ci inchioda davanti allo specchio di noi stessi e ci distrae gli uni dagli altri. La presenza del Signore riempie il tempo verticale del nostro affinamento spirituale, delle nostre aspirazioni più alte, della nostra passione per la sapienza degna di essere trasmessa alle generazioni che seguono. Il Signore rimane con noi, ogni giorno, fino alla fine del tempo: guardi di lato, e Lui è già lì. Possiamo sognare eventi improbabili, impossibili agli umani ma possibili a Dio. Possiamo aspirare “a cose alte”, come il Papa ha esortato i giovani a desiderare, facendo volare gli stracci delle nostre vogliuzze da quattro soldi, apparentemente così giudiziose, così moderate, così devote. Il Signore rimane con noi.
Il secondo motivo dell’appello che ci invita a fare tesoro della fine del Giubileo è il deciso orientamento della speranza verso quella che il papa Leone – con bellissima immagine – ha chiamato la «costellazione educativa». Non solo la famiglia e la scuola, ma anche la comunità e la cultura.
Nell’alleanza educativa si decide il realismo della nostra speranza per la pacifica convivenza delle generazioni e dei popoli, delle religioni e delle culture. Il senso della vita è appeso alla sua trasmissione: e la passione educativa è il modo in cui la felicità del suo apprendimento si insedia nelle logiche della storia e nelle durate del tempo. In questa fase turbolenta della nostra civiltà stiamo imparando, attraverso la sconcertante miscela di vulnerabilità e di prepotenza di molti cuccioli adolescenti allo sbando, quanto ritardo e quanta retorica abbiamo accumulato sulla tanto chiacchierata “emergenza educativa”. Dobbiamo riconoscerlo: il “respiro umanistico” del quale il Vangelo è stato maestro e l’Europa testimone è bucherellato come un colabrodo. I fatti, però, mostrano che l’impegno di mettere mano ai potenziali intelligenti e affettivi dell’età scolare, che arricchiscono lo spirito e rallegrano la comunità, è all’ultima chiamata. Intanto, nonostante la straordinaria dedizione di molti eroici genitori e insegnanti, amministratori e professionisti, l’impresa educativa è socialmente abbandonata a sé stessa: troppo facilmente sostituita – anche nelle famiglie – dall’ossessione clinica della fitness e dall’addestramento tecnico al guadagno.
Il papa Leone, nella preziosa Lettera apostolica scritta in occasione dell’anniversario del documento conciliare Gravissimum educationis (il superlativo era già una profezia), ha esposto una visione di grande profilo – inconsueta nel lessico corrente – a riguardo dell’attitudine dell’educazione a farsi «atto evangelizzatore» e «scuola di speranza». L’investimento della speranza, in effetti, non si deve ridurre a un patetico auspicio: la necessità di una rivoluzione educativa, della mentalità e del costume, è una certezza fuori discussione. Ogni giorno, invece, spunta qualche rivoluzionario da operetta (che però semina zizzania tra le generazioni e produce danni reali), che si propone come pifferaio magico per gli orfani di cause all’altezza della dignità civile e umana perduta. Non è il momento di innescare un moto collettivo di riscatto dell’iniziazione umana, capace di ricostituire l’alleanza delle generazioni e di rigenerare la felicità dell’apprendere?
Un terzo motivo di prolungamento della speranza giubilare trova rispondenza nel legame della speranza con una postura della vita di cui riconosciamo l’alta ispirazione evangelica, ma anche l’umana commozione. Questa postura è la disposizione per l’intercessione.
Dove non possiamo ancora ottenere la pace nella quale speriamo possiamo in qualche modo metterci in mezzo, a protezione delle vittime del conflitto, della prevaricazione, dell’emarginazione. Questo è il tratto forte della speranza, che combatte la rassegnazione e l’indifferenza dello scoraggiamento, e coltiva la dignità e la responsabilità di ciò che chiede. L’intercessione disinnesca l’appello della pace dalla retorica di un’indignazione benestante, che ne carica tutto il peso sulle macerie dell’altro. Per puro dono di Dio, il campo di ogni conflitto e di ogni prevaricazione appare miracolosamente disseminato dagli atti “impossibili” della pace: che la propaganda dell’odio cerca in ogni modo di “oscurare”. Gesti di misericordia, atti di compassione, pratiche di accoglienza, di protezione e di cura, che sfidano l’inimicizia delle parti e le divisioni delle appartenenze, alzando la bandiera di una sollecitudine che ignora l’estraneità e illumina di umana fraternità la consapevolezza di un’umanità comune a ogni creatura di Dio. E ci ricorda chi siamo. Se speriamo veramente, con tutte le nostre forze, nella pacifica convivenza degli umani, faremo di tutto per ottenere la “prima pagina” a questi – noti e ignoti – testimoni dell’intercessione che salva il mondo dalla distruzione e gli umani dal disprezzo di sé stessi. E cercheremo di farne parte, ingrossando le loro fila, anche a distanza, nei modi e con i sostegni di cui disponiamo.
L’intercessione fraterna, che deve attrarre una massa critica di proporzioni irresistibili – che cosa stiamo aspettando? – smaschera l’ipocrisia delle false rivendicazioni e sfida l’ottusità delle brutali prevaricazioni che cercano, con ogni mezzo, di impadronirsi della storia.
Il congedo del Giubileo dovrà fare tesoro del suo lascito di riconoscimento di queste frontiere della speranza. La presenza del Signore, (a) che dobbiamo rendere in mille modi facilmente disponibile per nuovi forzati della distrazione commerciale e tecnocratica del bene comune, deve diventare un lampo abituale dello sguardo; la rivoluzione educativa (b) che si impunta sull’obiettivo di generare uomini e donne di qualità spirituale per la nuova Europa, dimostrando che non siamo indegni dell’umanesimo che ci fu donato; l’intercessione generosa, (c) che ci trasforma letteralmente in “corpi di pace” capaci di falsificare le presunte ragioni della volontà di potenza. Questo già basterebbe, mi pare, per convincerci – e per convincere – che non abbiamo aperto invano le porte della riconciliazione e della speranza del Giubileo. Inoltre, una gioiosa e appassionata concentrazione su questi “tre segni”, per dir così, della speranza che non vuole morire il 6 gennaio, apporterebbe alla Chiesa stessa un beneficio per il quale evidentemente non preghiamo abbastanza e con tutta l’anima. Lasciatemelo dire con ruvida franchezza. Si tratta della speranza di veder cessare – o almeno di cacciare nell’ombra, impedendole di occupare la scena – l’isteria litigiosa di dispute ecclesiastiche che francamente mortificano lo Spirito: per la qualità degli argomenti e l’autoreferenzialità delle dialettiche. I temi veramente cruciali per la riapertura della Chiesa e della storia vengono così risucchiati in una futile battaglia dei “like”, che incrementa la disaffezione del credente “normale” per le passioni liete della comunità e della missione.
La generosa apertura dello spirito della speranza evangelica alla partita multifocale di una vera e propria cultura cristiana della convivenza nella pace rimetterà in contatto le parti sfarinate di una generazione senza padri e senza madri, che faticano a riconoscersi anche quando si cercano con tutto il cuore. E le ricomporrà nell’orizzonte di una lieta comunità di origine e di destino, che lascia di nuovo ben sperare per il tempo che viene.
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