Dietro il blitz Usa in Venezuela ci sono petrolio e geopolitica

Nelle parole di Trump, la ragione principale dell’attacco in grande stile è emersa essere il controllo del petrolio e delle infrastrutture connesse. Ma c'è anche un messaggio: nel continente americano non c’è spazio per amministrazioni che rifiutino di allinearsi con la Casa Bianca
January 4, 2026
Dietro il blitz Usa in Venezuela ci sono petrolio e geopolitica
La conferenza stampa del presidente americano Donald Trump a Palm Beach dopo lo strike in Venezuela. Alle sue spalle, il Segretario di Stato Marco Rubio e il Segretario alla Difesa Pete Hegseth /Reuters
Lo Sceriffo ha voluto dare una dimostrazione di forza globale, trasformando il presidente venezuelano in una pressante minaccia agli Stati Uniti che ben pochi finora avevano visto. L’imponente blitz militare ordinato da Donald Trump per catturare Nicolás Maduro e la moglie nella loro residenza, e portarli davanti a una Corte americana, costituisce senza dubbio un’azione clamorosa che non ha molti precedenti e rappresenta un ulteriore colpo al diritto e all’ordine internazionali custoditi dalle Nazioni Unite. Inoltre, le ripercussioni sia sul Paese sudamericano sia sugli equilibri di potere con Russia e Cina saranno rilevanti e ancora da comprendere in queste ore convulse.
Nessuno può considerare Maduro un leader democratico, amico del proprio popolo. Al potere dal 2013, successore di Hugo Chávez, con il Partito Socialista Unito, ha scippato il risultato delle elezioni del 2024, quando il candidato dell’opposizione Edmundo González aveva con buona probabilità ottenuto una netta maggioranza alle urne. Non è riconosciuto dalla maggior parte delle cancellerie occidentali. Il suo regime, che ha impoverito una nazione dotata di grandi risorse naturali, è stato finora puntellato dalla Russia e dagli accordi commerciali con la Cina. E la droga fluisce certamente attraverso i suoi confini anche da altri Paesi produttori. Benché due organizzazioni criminali di origine venezuelana siano state designate negli Usa come terroristiche e una di esse venga descritta come legata allo stesso Maduro, risulta altamente improbabile che un cambio di governo a Caracas fermi la diffusione della cocaina in America, tanto meno che possa ridurre la piaga dell’oppioide Fentanyl, cui contribuisce maggiormente l’importazione di componenti chimici anche da Pechino.
Nelle parole di Trump, comunque, la ragione principale dell’attacco in grande stile, magnificato in una conferenza stampa a uso prevalentemente interno, è emersa essere il controllo del petrolio e delle infrastrutture connesse, molte di costruzione statunitense e nazionalizzate nel lontano 1976. Un grande vantaggio economico per Washington, che manderà le proprie aziende a estrarre e commercializzare il greggio. Il messaggio geo-politico è invece che nel continente americano non c’è spazio per amministrazioni che rifiutino di allinearsi con la Casa Bianca e lascino spazio ai suoi rivali. Non a caso è arrivato un nemmeno troppo obliquo messaggio per Cuba e i suoi “leader inefficienti”.
Che ne sarà del Venezuela? Secondo Trump, sarà temporaneamente “gestito” dai suoi collaboratori, il segretario di Stato Marco Rubio in testa, verso una transizione che non si annuncia per nulla semplice. Decapitato il regime e colpite ma non annientate le Forze armate, si tratta di comprendere se sia già pronta una via d’uscita per gli altri vertici e i generali – come forse era stato proposto al presidente arrestato (i termini della trattativa svolta fino a pochi giorni fa non sono noti) –, oppure se si vuole favorire una sollevazione popolare, che ci si augura senza ulteriori spargimenti di sangue. Gli Stati Uniti sarebbero pronti a dispiegare un contingente armato sul terreno, che significherebbe un passaggio di consegne tutt’altro che pacifico. Ci si aspettava anche una virtuale “incoronazione” di María Corina Machado, l’oppositrice premio Nobel in apparente sintonia con il tycoon, il quale rispondendo a una domanda non concordata, ha detto sorprendentemente che «non ha supporto popolare». La democrazia non si esporta con le armi, questo l’abbiamo amaramente ormai imparato – e Trump giurava di non volerlo più fare –, tuttavia una violazione come quella compiuta ieri – e anticipata dai bombardamenti di navi nei mesi scorsi, alcuni presumibilmente illegali – potrebbe trovare attenuanti solo se davvero comportasse una svolta positiva per il popolo venezuelano. E ciò è ancora tutto da dimostrare.
Maduro è incriminato per traffico di droga dal 2020 e sarà processato. Qualcuno, anche in Italia, che ha creduto nel modello socialista sudamericano “alla Chávez” se ne dorrà. Ben diversa e più veemente potrebbe essere la reazione di Russia e Cina, padrini interessati del leader venezuelano. Si potrebbe però pensare che, nel cinico Risiko mondiale, Putin abbia sacrificato la carta Venezuela per ottenere dall’America una conclusione favorevole dell’invasione in Ucraina e una nuova legittimazione internazionale. Diverso è il discorso per Xi Jinping, al quale Trump non vuole fare sconti se non forse, c’è da augurarsi che non accada, su Taiwan. Vedremo nelle prossime settimane quale sarà la postura reale di Pechino e Mosca di fronte al cambio di regime promosso dagli Usa.
Si discuterà a lungo su quanto legittimo fosse il ruolo presidenziale di Maduro e quindi se esista qualche appiglio legale per legittimare interventi unilaterali tesi ad assicurarlo alla giustizia. In ogni caso, le decisioni assunte dalla Casa Bianca confermano la totale imprevedibilità della politica estera americana – dalle promesse di non interferenza estera agli attacchi in Iran, Siria, Nigeria e Yemen e Somalia – e la volontà di affermare un modello di relazioni basate sull’interesse nazionale e sulla forza, prima che sulla diplomazia e sul diritto. Lo Sceriffo oggi si sente invincibile e non si fa troppi problemi contro i “cattivi”. Il forte timore riguarda i prossimi nomi sulla lista.

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