Come cambia la partita politica del 2027 dopo la vittoria del “No” al referendum
Per Meloni e la maggioranza il tema non è “se” durerà il governo, ma “come” intende arrivare fino in fondo. Il campo largo su leadership e programma non può più rinviare. Sullo sfondo c'è anche l'elezione del prossimo presidente della Repubblica

Per Giorgia Meloni e il centrodestra si è verificato lo scenario peggiore: la vittoria netta del “no” con una partecipazione sufficientemente ampia da legittimare il risultato e interrogare profondamente il Governo. Il primo interrogativo riguarda il merito non solo della riforma appena bocciata, ma dell’intero pacchetto di riforme della maggioranza, specchio della visione di società espressa dal centrodestra in questa legislatura: interventi polarizzanti, condotti con un metodo divisivo. Un bilancio è dunque inevitabile anche su premierato e autonomia: che ora escano dall’agenda parlamentare è scontato, ma la vera svolta politica sarebbe la messa in discussione di una postura che rende nel breve, ma poi presenta il conto. Una postura che mette tutto in discussione, compresa la Costituzione. Il secondo interrogativo riguarda le responsabilità di una campagna referendaria condotta in modo che si è rivelato sbagliato dalle forze di Governo e dalla stessa presidente del Consiglio, ma ancora prima dal ministro della Giustizia Carlo Nordio. Dopo le sconfitte, inizia la lunga notte delle accuse reciproche. Gli alleati indugeranno nelle segrete stanze su un “contro-effetto” della discesa in campo di Meloni, Fratelli d’Italia sospetterà che gli altri leader non hanno dato il massimo, qualcuno evocherà l’ombra di Berlusconi come tara sulla riforma della giustizia. Ma forse la verità è più semplice: dire in coro che lasciando il Csm così com’è l’Italia sarebbe stata inondata da spacciatori e molestatori ha rappresentato una sfida troppo ardua all’intelligenza dei cittadini.
C’è da riflettere. E c’è da riflettere sul terzo interrogativo, non inerente la durata del governo (si andrà fino in fondo, salvo colpi di scena), ma sul “come” arrivare alle politiche del 2027. Le ipotesi sono due, agli antipodi: convincersi a completare quella “svolta moderata” più volte accennata negli ultimi anni ma mai concretizzata, oppure imprimere una nuova accelerazione identitaria. È il vero nodo politico lasciato aperto dal referendum. Con Meloni che dovrà imboccare una strada e non accontentarsi di fare da baricentro tra Forza Italia e Lega, la cui reazione alla sconfitta consisterà in una forte caratterizzazione della propria presenza in maggioranza, con minori inclinazioni a trovare accordi. Scelta che s’impone anche per affrontare i complessi scenari internazionali ed europei: perdere un voto importante significa presentarsi più deboli ai tavoli con gli altri leader, e questo potrà essere surrogato solo con posizioni più chiare, meno oscillanti. Dal punto di vista delle conseguenze concrete, il voto del Sud rappresenta un enorme campanello d’allarme per l’esecutivo, tale da far diventare ancora più “conveniente”, per la maggioranza, cambiare la legge elettorale per eliminare i collegi uninonimali. Ma dopo il referendum, procedere sul sistema di voto con iniziative unilaterali potrebbe trasformare il Parlamento in una bolgia e coagulare ulteriormente quei pezzi di società civile che, combattendo per il “no” insieme ai partiti di centrosinistra, hanno mostrato proprio in questa campagna elettorale una buona capacità di mobilitazione. Ancora fronte Governo, infine, difficile immaginare che dopo questo voto Meloni lasci in sospeso il caso Delmastro.
Dall’altra parte del campo, nel centrosinistra, la vittoria del “no” accelera la composizione della coalizione unitaria in vista del 2027, come dimostra l’apertura del leader di M5s, Giuseppe Conte, alle primarie per individuare il candidato presidente del Consiglio. A uscirne sicuramente fortificata è la leadership di Elly Schlein nel Pd, dato che diversi dirigenti dem avevano scelto il “sì” non solo nel merito ma anche come un tentativo di riequilibrare il rapporto tra riformismo liberale e sinistra all’interno del partito. Ora la segretaria ha pienamente il Pd tra le mani, mentre i dissidenti sono al bivio. Così come al bivio, indirettamente, è arrivato Carlo Calenda: l’opzione centrista appare sempre più schiacciata, come Matteo Renzi ha capito da tempo, e paradossalmente la sopravvivenza è affidata a quanto il centrodestra vorrà concedere con la legge elettorale. In ogni caso anche il “campo largo” dovrà accelerare le scelte, proprio per non perdere la scia del voto referendario. Non solo sulla leadership, ma anche sul programma che resta incompiuto soprattutto sui temi di politica estera, mentre sulla politica economica la quadra sembra esserci sul lodo-Sanchez (anche se l’Italia non è la Spagna). Dietro l’angolo c’è l’errore di presunzione di sentirsi rappresentanti del 54% del Paese, senza andare a indagare le restanti aree di spinto astensionismo – specie al Sud – e considerando già acquisito il voto di cittadini che hanno detto “no” sulla giustizia dopo anni in cui non si sono recati alle urne. Il loro è un messaggio in bottiglia, non una delega in bianco. Insomma la campagna elettorale per il 2027 inizia oggi. Una scadenza dal doppio valore, perché chi vince governa e guadagna la golden share nell'elezione del prossimo presidente della Repubblica.
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