domenica 29 gennaio 2023
Storie di coppie che grazie alla Scuola della pace di via Paolo Sarpi, a Milano hanno imparato ad apprezzare le reciproche diversità
Ragazzi italiani e cinesi alla Scuola della pace in via Paolo Sarpi realizzata dai volontari di Sant’Egidio Sotto le famiglie protagoniste delle storie di integrazione

Ragazzi italiani e cinesi alla Scuola della pace in via Paolo Sarpi realizzata dai volontari di Sant’Egidio Sotto le famiglie protagoniste delle storie di integrazione - .

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«La medusa… Una volta, sei riuscito persino a farci mangiare la medusa ». « Prima di assaggiarla, però, non sapevate che cosa fosse. Lo avete scoperto solo dopo avermi detto che vi piaceva». Elisa e Yunzi sorridono mentre ritornano indietro nel tempo, a parecchi anni fa, quando accadeva loro spesso di condividere una cena che diventava momento di condivisione e conoscenza.


«In tavola, arrivavano piatti che non avevamo mai assaggiato prima », ricorda Elisa. « E intanto, attraverso i racconti di Yunzi e di sua moglie Xiaoju, io e Ulderico scoprivamo un Paese che ci era ancora quasi del tutto sconosciuto».



Un Paese, la Cina, che Yunzi e Xiaoju avevano lasciato da poco, spinti da uno “spirito d’avventura” che li aveva portati in Italia, dove immaginavano di costruire il loro futuro e quello di Xiaofeng, il loro primo figlio, che all’epoca aveva solo sette anni. E che ancora non conosceva l’italiano, la lingua che parlavano tutti i suoi nuovi compagni di scuola. Xiaofeng era gentile, educato, diligente, molto bravo in matematica. Serviva che qualcuno, però, gli desse una mano per capire come funzionavano quelle parole e quei suoni così diversi da quelli a cui era abituato. E la mano fu quella di Elisa, di Ulderico, dei giovani volontari della Comunità di S. Egidio, che avevano appena dato vita alla “Scuola della Pace” nel cuore della Chinatown milanese.

Ragazzi italiani e cinesi alla Scuola della pace in via Paolo Sarpi realizzata dai volontari di Sant’Egidio Sotto le famiglie protagoniste delle storie di integrazione

Ragazzi italiani e cinesi alla Scuola della pace in via Paolo Sarpi realizzata dai volontari di Sant’Egidio Sotto le famiglie protagoniste delle storie di integrazione - .



« All’inizio degli Anni ’90, avevamo la sensazione che ci fosse un clima di ostilità crescente nei confronti degli stranieri. E la situazione ci sembrava particolarmente problematica nel quartiere cinese di Milano», racconta Elisa. « Prevaleva l’idea che quella cinese fosse una comunità molto chiusa, refrattaria all’integrazione. Noi volevamo andare oltre quel pregiudizio. E per farlo, decidemmo di iniziare dai bambini».

A sostenere l’entusiasmo di quel gruppo di ragazzi furono da subito due suore cinesi del vicino convento canossiano, che fecero da tramite linguistico e, soprattutto, crearono un clima di fiducia fra loro e le famiglie cinesi del quartiere. « Noi non volevamo solo fare un “doposcuola”, però - continua Elisa - , volevamo che i bambini imparassero l’italiano, certo, ma anche i valori dell’accoglienza, della pace, dell’amicizia. Desideravamo che la “Scuola della pace” fosse un luogo di incontro e di integrazione. Per loro. E per i loro genitori».

In oltre 30 anni, sono cambiate tante cose nel quartiere che ruota intorno a Paolo Sarpi, oggi una delle vie più vivaci della città. Anche la comunità cinese si sta trasformando e ha sempre più il volto di giovani, nati nel nostro Paese, che rivendicano con serenità il loro sentirsi sia cinesi che italiani.

Ragazzi italiani e cinesi alla Scuola della pace in via Paolo Sarpi realizzata dai volontari di Sant’Egidio Sotto le famiglie protagoniste delle storie di integrazione

Ragazzi italiani e cinesi alla Scuola della pace in via Paolo Sarpi realizzata dai volontari di Sant’Egidio Sotto le famiglie protagoniste delle storie di integrazione - .



La “Scuola della Pace”, però, è rimasta un punto fermo della zona. E, nel tempo, ha saputo realizzare l’obiettivo per cui era nata. Come ben raccontano i legami che si sono creati fra i suoi banchi e poi fortificati attraverso momenti di serenità e allegria, ma anche di difficoltà e impegno. Legami che hanno cancellato stereotipi e pregiudizi, per lasciare spazio all’amicizia e al sostegno reciproco. Cominciando dai bambini, per arrivare fino agli adulti. «Quando Xiaofeng è arrivato per la prima volta alla “Scuola della Pace”, io e Ulderico non eravamo nemmeno fidanzati. Poi, ci siamo sposati, sono nati i nostri due figli e, qualche anno fa, tutti insieme abbiamo partecipato al suo matrimonio », riprende Elisa.

«Spesso, la sera, lo riaccompagnavamo a casa e ci fermavamo a parlare con Yunzi e Xiaoju. Per loro era tutto nuovo e complicato. Le pratiche da compilare, la burocrazia da affrontare, il lavoro da cercare… Da parte loro, però, non c’era solo la necessità di un aiuto concreto, ma anche un profondo desiderio d’amicizia. Il nostro rapporto è maturato nel tempo, mi ha aiutato ad andare oltre i luoghi comuni sulla Cina e mi ha dato la spinta a studiarne la storia, per conoscerla meglio. E questo per me è stato un grande tesoro».

«Quanti annunci di lavoro abbiamo letto insieme… E con Ulderico, abbiamo scritto a mano il mio primo curriculum in italiano», ricorda Yunzi. «Quando poi trovai lavoro come cameriere, la sera finivo sempre molto tardi e la metropolitana spesso era già chiusa. Ulderico allora mi regalò il suo motorino. Era un po’ vecchio, certo. Per me, però, fu utilissimo. E quando ci trasferimmo a Como per aprire un negozio di delivery, fu a lungo il mio fedele alleato per le consegne. Ulderico ed Elisa per noi sono persone di famiglia e ci hanno fatto sentire l’Italia più vicina».

Anche Alberto e Federico si sono conosciuti nelle aule colorate della “Scuola della Pace”. Alberto, 19 anni, è un giovane volontario; Federico, 14, nato a Milano da una famiglia arrivata dalla Cina oltre 20 anni fa, la frequenta da quando era alle elementari. « All’inizio, apprezzavo soprattutto la merenda, che era gratis…», racconta sorridendo. « Non ci ho messo molto, però, ad accorgermi che era un posto dove avrei potuto farmi nuovi amici. Oggi, mi piace quando usciamo insieme per le strade del quartiere per dare una mano a chi ha più bisogno».

«Quando ho visto Federico per la prima volta, ho avuto la sensazione di conoscerlo già», riprende Alberto. « E in effetti, è il fratello di Silvia, una mia compagna di scuola alle medie. Io non ho mai avuto un grande amore per la matematica; lei, invece, era bravissima. Prima delle verifiche mi prendeva il panico. Allora la chiamavo e lei era sempre pronta a darmi una mano per ripassare».

Silvia ha aiutato Alberto con la matematica; Alberto Federico con l’italiano. Un piccolo circolo vir-tuoso che, nel tempo, ha racchiuso anche le loro mamme. Spesso infatti, quando erano ancora bambini, la mamma di Alberto passava a prendere il caffè al bar di Emanuela, la mamma di Silvia e Federico. E, mescolando italiano e cinese, chiacchieravano dei figli e di molte altre cose… « La scuola di via Giusti e la “Scuola della Pace” sono sempre state un riferimento importante per tante famiglie cinesi, soprattutto per chi, all’inizio, non conosceva l’italiano. Anche per me sono state un aiuto prezioso», sottolinea Emanuela. « Ho fatto amicizia con tanti genitori e spesso loro mi aiutavano a ricordare gli incontri con gli insegnanti, mi informavano su tutto ciò che accadeva a scuola. E poi, ci vedevamo alle feste di Natale e di fine anno scolastico».

Nel tempo, davanti alla scuola si sono creati tanti legami, si sono intrecciate tante storie. Alcune lievi, serene; altre più difficili e dolorose. « Nella classe di mia figlia, in prima elementare, era arrivato un bimbo cinese che ricordavo dall’asilo, perché era stato un compagno dell’altro mio figlio” racconta Tiziana. « E ricordavo bene anche il padre, che lo accompagnava sempre a scuola e con lui era molto tenero, affettuoso. Scherzavano, giocavano e avevano un legame davvero forte. Poco tempo dopo l’inizio della scuola, però, il papà si era ammalato ed era mancato. È stato allora che abbiamo conosciuto la mamma. E ci siamo subito resi conto di quanto fosse difficile la sua situazione». La mamma di Marco (il nome è di fantasia, n.d.r.) era arrivata in Italia una decina di anni prima. Faticava ancora molto con la nostra lingua e non aveva un lavoro.

Non aveva parenti né amici. E quando il marito era morto, si era ritrovata completamente sola. « Marco era la sua unica ragione di vita e aveva un solo obiettivo: offrirgli la possibilità di un futuro migliore », sottolinea Lisa, una volontaria della “Scuola della Pace”.
«Aveva delle necessità materiali, certo; ma aveva anche bisogno di qualcuno su cui poter contare. Qualcuno che si fidasse di lei, che non mettesse in dubbio la sua capacità di continuare a occuparsi di suo figlio, nonostante tutte le difficoltà. Aveva bisogno di essere ascoltata e capita. E di non essere abbandonata».

E così, ancora una volta, intorno alla scuola si è creata una catena di solidarietà. Fatta di gesti concreti (»abbiamo raccolto dei fondi per aiutarla e fatto in modo che il pomeriggio Marco potesse stare con i suoi amici e che non perdesse mai un’attività, una gita, una festa di compleanno…» riprende Tiziana) ma, soprattutto, di vicinanza emotiva. «Ci ha affidato Marco ed è sempre stata grata per quanto facciamo per lui», conclude Lisa. « Il rapporto che ho costruito con lei, però, è andato ben oltre il semplice supporto scolastico. È un legame profondo di amicizia, confidenza, affetto. Mi ha aperto la sua casa e sono diventata parte della sua famiglia».
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