Figli, prima che individui: perché la filosofia ha cancellato la gravidanza (c'entra il maschilismo)
di Marie Leborgne Lucas
Per secoli il pensiero occidentale ha immaginato l’essere umano come autonomo, indipendente, capace di costruirsi da solo. Ma tutti abbiamo iniziato a esistere nel corpo di una donna. In un libro il viaggio nell’esclusione dell’esperienza femminile che ha plasmato l’idea stessa di soggetto

Gravidanza, filosofia, ma non solo. “Un corpo per due. Una filosofia della gravidanza” (Vita e Pensiero, 232 pp.) della filosofa francese Marie Leborgne Lucas è un viaggio dentro l’esperienza della gestazione, osservata non soltanto come fatto biologico, ma come evento umano, relazionale e culturale. Dalla cancellazione della gravidanza nel pensiero occidentale alle mestruazioni, dalla scoperta del corpo che cambia alla presenza dell’“altro dentro”, fino al parto e ai dibattiti contemporanei sulla medicalizzazione della nascita, l’autrice attraversa tutte le tappe dell’attesa interrogando temi come identità, differenza sessuale, corporeità, intersoggettività, maternità e origine della vita. Eccone uno stralcio.
Quando sono rimasta incinta la prima volta, non mi sarei mai aspettata di vivere un’esperienza fisica così intensa. Il mio corpo non era mai stato tanto pesante, affaticato, lento e indolenzito. Ma allo stesso tempo non mi ero mai sentita tanto viva, centrata e in collegamento con me stessa, con il mondo e con questo altro che, in maniera del tutto inaspettata, aveva stravolto il mio corpo, prima ancora della mia vita. Sono passati otto anni. Nel frattempo ho avuto altri due figli. Per cercare di capire cosa succedesse al mio corpo durante la gravidanza ho letto moltissimo, spulciando nella mia biblioteca di filosofia dove però ho trovato poco e niente riguardo al corpo femminile, e men che meno riguardo alla gravidanza. Poi mi sono imbattuta nella filosofia femminista, trovando degli spunti di riflessione tra gli scritti delle filosofe anglosassoni, che da quarant’anni indagano le specificità del corpo delle donne. Così mi sono lanciata in un lavoro di ricerca che ha portato alla pubblicazione di alcuni articoli scientifici sulle mestruazioni e sulla gravidanza.
Ma perché, dunque, una filosofia della gravidanza? La gravidanza non è forse un’esperienza da vivere, più che da pensare? Come per qualsiasi altra esperienza fisica intensa, non esistono parole in grado di descrivere e spiegare con precisione cosa significhi essere incinta. Ma ciò non toglie che ci si possa sviluppare attorno un pensiero, giacché la gravidanza non ha a che fare solo con i corpi, non è solo un processo naturale: si tratta di un avvenimento che coinvolge un soggetto e impatta sul suo modo di vivere il proprio corpo e di relazionarsi con il mondo.La filosofia della gravidanza riguarda tutte le donne, in quanto «emblema dell’esperienza che fanno di loro stesse e del mondo». Il corpo delle donne è un corpo che può o ha potuto portarne dentro un altro. O, più precisamente, è un corpo dal quale è possibile aspettarsi che possa portare la vita, anche se a volte si rivela impossibile. Fare una filosofia della gravidanza rappresenta però un’operazione delicata: si teme di risvegliare i vecchi demoni dell’essenzialismo, che predica un femminile eterno al quale ogni donna dovrebbe conformarsi. Ma ci si può rifiutare di essere madri, anche in via definitiva, o si può non essere in grado di diventarlo, senza per questo essere meno donne. Il corpo delle donne rappresenta la loro situazione, non il loro destino o la loro essenza. [...]
La filosofia della gravidanza riguarda tutte le donne, anzi di più: riguarda tutti noi, in quanto provenienti da quel corpo che ha rappresentato il nostro mondo. Proveniamo tutti da quelle «acque immemorabili», da quella semi-fusione con un altro essere che ci ha accolti, nutriti, portati dentro prima di metterci al mondo. Occorrerebbe rifondare l’intera filosofia a partire dalla gravidanza, perché questo essere-con è l’origine che ci accomuna tutti quanti. In principio l’essere non è separato, isolato. In principio, prima di esistere per sé stesso, l’essere viene portato, accolto.[...] «Tutta la vita umana sul nostro pianeta nasce da donna. Per tutta la vita e persino nella morte conserviamo l’impronta di questa esperienza. Eppure stranamente c’è ben poco materiale che ci aiuti a comprenderla e a servircene». Le prime righe del saggio di Adrienne Rich, uscito nel 1972, prendono le mosse da un’evidenza: siamo tutti nati da una donna. Siamo tutti venuti al mondo attraverso il corpo di una donna che ci ha accolto, nutrito, lasciato crescere e diventare forti. Un corpo che per darci la vita ci ha donato parte della sua vitalità, parte della sua vita. Proveniamo tutti dal corpo materno, nel quale – o meglio con il quale – abbiamo iniziato a esistere. Eppure ben poco è stato detto circa questa origine che ci accomuna tutti; o meglio, si può dire che sia stata completamente estromessa dalla riflessione filosofica. Bisogna attendere i lavori di Iris Marion Young, che nel 1990 pubblica il suo celebre saggio Pregnant embodiment, perché la gravidanza entri a pieno titolo nel campo della riflessione filosofica.

Dunque non sono passati neanche quarant’anni da quando la filosofia ha iniziato a interessarsi a ciò che può essere definito niente meno che l’origine di qualsiasi esistenza. Fino a quel momento, sulla gravidanza era sostanzialmente regnato il silenzio. Ma come si spiega una tanto prolungata assenza dal discorso filosofico? Possibile che si tratti di semplice combinazione? Le gravidanze accadono esclusivamente nel corpo delle donne, motivo per cui è stato necessario attendere che delle donne entrassero a tutti gli effetti in filosofia perché la gravidanza diventasse oggetto di un pensiero. Ma le cose non sono così semplici. La gravidanza non è solo stata dimenticata dalla riflessione filosofica occidentale: in qualche modo, ne è stata cancellata. Il soggetto occidentale si è sempre pensato come un individuo indipendente, separato dagli altri, che si costruisce da solo e non deve niente a nessuno. In sostanza, si è costituito nel mito dell’uomo che si è fatto da sé. Questa cancellazione assomiglia a ciò che Luce Irigaray chiama un «matricidio»: il rifiuto di riconoscere la nostra dipendenza originaria. Eppure ciascuno di noi ha cominciato a esistere in una relazione. Prima di ogni autonomia c’è stata una dipendenza; prima dell’individuo, un legame; prima dell’io, un essere-con. La gravidanza introduce un’immagine diversa dell’esistenza. Mostra che la nostra origine non è l’indipendenza ma la relazione. Siamo stati portati prima di poter camminare, nutriti prima di poter scegliere, ospitati prima di poter abitare il mondo.
Per questo la gravidanza non rappresenta un tema marginale o privato. Essa interroga i concetti fondamentali della filosofia: il soggetto, il corpo, la libertà, l’alterità. Se è vero che tutti proveniamo da una donna, allora la riflessione sulla gravidanza non riguarda soltanto le madri. Riguarda il modo in cui comprendiamo noi stessi. La ragione principale che ci permette di spiegare il clamoroso silenzio della filosofia riguardo alla gravidanza è il fatto che per lungo tempo questa sia stata considerata come un accadimento puramente fisico e naturale, che succede dentro il corpo delle donne senza però che esse debbano contribuirvi in alcun modo. La gravidanza è stata ritenuta per secoli uno stato passivo di cui la donna è solo il luogo, non già un’agente o un’attrice. Se la donna è relegata al suo destino di mammifero, il fatto di essere incinta non presuppone niente di specificamente umano e dunque niente che la renda degna di essere oggetto di pensiero filosofico. Da un punto di vista esteriore, la gravidanza può sembrare un mero evento fisico che si svolge all’interno del corpo delle donne senza che sia richiesta o necessaria la loro partecipazione. Ecco perché le donne incinte sono state a lungo considerate come il luogo nel quale si svolgeva la gravidanza. Questa le coinvolgeva in quanto corpi, non in quanto soggetti: le donne assistevano passivamente alla trasformazione del proprio corpo a beneficio di un altro. Questa idea ha attraversato secoli di storia del pensiero, rafforzando l’immagine della donna come semplice contenitore di una vita che si sviluppa altrove, quasi indipendentemente da lei. La gravidanza sarebbe allora qualcosa che accade nel suo corpo, ma non davvero a lei. Eppure questa interpretazione non regge né all’esperienza né alla ricerca contemporanea. Da un punto di vista scientifico, per esempio, l’idea che le donne incinte siano meno performanti o mentalmente annebbiate è falsa. Gli studi più recenti mostrano che durante la gravidanza e il post partum avvengono importanti modificazioni cerebrali. Non si tratta di un cervello che «si riduce», ma di un cervello che si riorganizza. Alcune funzioni vengono riallineate, altre potenziate. Le donne non pensano meno bene: pensano in modo diverso. Concentrarsi esclusivamente sui presunti deficit ha contribuito a consolidare l’immagine di una donna temporaneamente indebolita. Ma l’esperienza della gravidanza racconta spesso qualcosa di diverso.
Di una donna incinta diciamo che «aspetta» un bambino, come se questa nuova vita arrivasse direttamente da un altro pianeta. Come se il bambino non fosse già lì, ad allargare ogni mese di più i confini del suo corpo. Come se la gravidanza fosse soltanto una parentesi di attesa e non un’esperienza che trasforma in profondità il rapporto con sé stessi, con il tempo e con il mondo. In definitiva, ciò che il pensiero occidentale ha spesso faticato a riconoscere è che la gravidanza non avviene nel corpo delle donne a loro insaputa. Avviene dentro di loro e con loro. Non è soltanto un processo biologico: è un’esperienza incarnata, relazionale, che mette in questione la nostra idea di soggetto, di autonomia e perfino di origine. Per questo la gravidanza non costituisce un tema marginale della filosofia. Forse ne custodisce, da sempre, una delle domande più radicali.
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