Di seconda generazione
di Sofia
Guardare (e capire) quel che è successo a Modena dal punto di vista della famiglia

Numero #17| 24.5.2026
L’anno scorso Luisa, che ha due bei bambini di 6 e 8 anni e vive a Ravenna (dove lavora su turni in una grande azienda alimentare, come il marito) ha organizzato così la sua estate di mamma: finita la scuola ha mandato i piccoli all’oratorio estivo, che li ha tenuti impegnati fino alla metà di luglio, cioè oltre un mese. A quel punto è arrivata nonna Ida da Torino, che si è fatta carico dei piccoli 10 giorni, finché sono iniziate le ferie del papà: tre settimane, di cui solo una (l’ultima) condivisa con Luisa, che ha attaccato le successive sue due settimane di ferie per coprire i piccoli nell’infinito agosto. Per arrivare alla metà di settembre, Luisa ha poi usufruito di una settimana di maternità facoltativa conservata con cura negli anni precedenti, di un’ulteriore settimana di centro estivo privato e infine, per i primi giorni di scuola a orari ridotti, ha chiesto di nuovo a nonna Ida di stare con loro a Ravenna. «Come sono sopravvissuta? Questione di fortuna – racconta sorridendo –. Semplicemente, non ci sono stati imprevisti: nessuno si è ammalato, non sono saltati turni, la nonna è stata bene con la gamba che la fa tribolare. Una sola di queste cose avrebbe fatto saltare tutti gli incastri».
Iniziamo questo numero di Sofia con questa piccola storia (che magari hai vissuto anche tu o hai visto vivere a qualcuno della tua famiglia) perché ha un lieto fine: Ravenna è tra i 42 Comuni che aderiranno alla sperimentazione voluta dalla Regione Emilia-Romagna per anticipare l’apertura delle scuole primarie già da quest’anno. La decisione è politica, ma ha effetti sorprendentemente concreti e immediati: Luisa potrà “risparmiare” la settimana di congedo utilizzandolo per un’altra settimana di ferie condivisa con suo marito (vacanze di famiglia, non a pezzi…); potrà investire i quasi 800 euro che sarebbero serviti per il centro estivo privato (400 a bambino per 5 giorni) in un hotel più confortevole, o in una gita speciale, o ancora in un weekend dalla nonna Ida a Torino per visitare la città e risparmiarle il viaggio.
Vedi come non servano grandi piani per migliorare la vita delle famiglie. O meglio, servono anche quelli considerando la fotografia restituita in questi giorni dall’Istat sulla crisi demografica del nostro Paese, ma prima bisognerebbe guardare alla realtà e alle piccole cose che possono cambiare la vita delle persone. Tra una famiglia che arranca e una che riesce finalmente a respirare, a volte, ci sono semplicemente 15 giorni in più di scuola aperta. Tra decidere di costruirla, una famiglia, mettendo al mondo dei figli, oppure rinunciare, non c’è una grande teoria sulla natalità, ma la percezione concreta di potercela fare davvero.
Adesso cominciamo.
Di seconda generazione
Quel che è successo a Modena ci ha fatto paura, diciamocelo senza girarci troppo attorno. Quando la violenza esplode in un luogo che associamo alla normalità – il centro città di sabato pomeriggio, con le famiglie in bici e i bambini col gelato – ci vengono i brividi. Ci immedesimiamo subito con chi era lì: «Poteva succedere a noi». E insieme alla paura montano la rabbia, il bisogno di trovare un colpevole, la tentazione di semplificare tutto. A parole.
Prendiamone due: “seconda generazione”. In questi giorni le abbiamo sentite ripetere ovunque, come se bastasse l’origine straniera di qualcuno che ha compiuto un fatto incomprensibile (e inaccettabile) per spiegarlo. Dietro ogni etichetta, però, ci sono anche in questo caso persone, storie. E, visto che siamo nello spazio di Sofia, ci sono famiglie.
Se non lo sai, la famiglia di Salim El Koudri – il 31enne che sabato scorso s'è lanciato a tutta velocità con la sua auto contro i passanti – s’è trasferita dal Marocco e vive in Italia da più di vent’anni, a Ravarino per l’esattezza, appena fuori Modena. Padre meccanico, madre casalinga, una sorella cresciuta qui (si chiama Carmen), una nipotina appena nata. «Gente buona, colta» raccontano i vicini. Salim è sempre stato un ragazzo brillante, s’è diplomato, s’è laureato in Economia, poi qualcosa è andato storto: la fatica nel trovare lavoro, l’isolamento, il disagio mentale. All’inizio nemmeno i suoi hanno capito davvero cosa stava succedendo.
Ti raccontiamo tutto questo perché vorremmo provare, con te, ad allargare lo sguardo. Non esistono mai mostri o lupi solitari, anche se crederlo ci tranquillizza. Esistono ragazzi e ragazze, uomini e donne, che crescono dentro relazioni forti o fragili, dentro comunità presenti oppure assenti, dentro famiglie che cercano ogni giorno di tenere insieme pezzi diversi. È più difficile per quelle straniere? Certo. Già per le famiglie italiane lo è, nella normalità. Figurarsi se si tratta di orientarsi tra disagio psicologico, centri di salute mentale, percorsi di cura. Immagina per un attimo cosa può significare farlo conoscendo poco la lingua, o magari anche conoscendola benissimo ma senza avere reti familiari allargate, senza sapere a chi chiedere aiuto, o ancora con la paura di farlo per evitare di finire nel mirino, di portare l’ennesimo marchio.
Qui in redazione ne abbiamo parlato con Camillo Regalia, direttore del Centro di studi sulla famiglia della Cattolica di Milano e da sempre studioso del fenomeno, che ci ha ricordato una cosa di per sé elementare: queste famiglie sono spesso molto sole. Resistono, nella maggior parte dei casi. Tengono insieme difficoltà economiche, lavori durissimi, discriminazioni, nostalgia di casa, paura di sbagliare con i figli. Ma quando qualcosa si rompe, quella solitudine esplode. Anche perché in molte culture il disagio emotivo non si racconta come facciamo qui da noi. Dei figli conta soprattutto il comportamento: devono studiare, lavorare, rispettare le regole. Non per mancanza d’amore, ovviamente, ma perché nel Paese in cui si è nati si è imparato a stare al mondo in un altro modo.
Intanto i figli “di seconda generazione” crescono dentro una fatica enorme. Fuori casa cercano di sentirsi italiani; dentro casa diventano spesso i traduttori del mondo per i propri genitori. Documenti, colloqui, burocrazia, lingua: sono figli, sì, ma anche mediatori culturali, spesso costretti a diventare adulti troppo presto. E insieme vivono quel cortocircuito identitario che in tanti hanno studiato e raccontato: sentirsi “troppo stranieri” per essere italiani e “troppo italiani” per sentirsi davvero parte della cultura familiare. Dentro questo spazio fragilissimo, se mancano relazioni sane, comunità e adulti che li accompagnino, il loro disagio può trasformarsi in rabbia e persino in violenza.
L’anno scorso, proprio all'Università Cattolica di Milano, si sono incontrati George Solines e Azdyne Amimour. Hanno perso entrambi i loro figli, Lola e Samy, nell’inferno del Bataclan. Samy, però, era uno degli attentatori. E papà Azdyne (che con George testimonia in giro per il mondo la possibilità di rispondere con la riconciliazione all’odio), raccontando lo choc per averlo scoperto, ha detto una frase impossibile da dimenticare: «Alla fine ho capito che ero una vittima anch’io». Questo perché nessun padre, nessuna madre e nessuna famiglia mette al mondo o cresce un assassino sapendo di farlo.
Ed eccoci al punto. Il confine non passa mai tra “noi” e “loro”. Passa tra le famiglie accompagnate e quelle lasciate sole. Tra chi ha una comunità attorno che intercetta il dolore e chi invece precipita nel silenzio. Forse dovremmo partire da qui, dalle nostre famiglie e dalle nostre comunità, quando parliamo di “integrazione”. Non dagli slogan o dalle etichette così comodi per la politica, ma dalla vita concreta delle persone come noi. Dal fatto che nel nostro Paese ci sono milioni di italiani che vengono da lontano e che chiedono esattamente quello che chiediamo tutti: sentirsi parte di qualcosa. I muri non proteggono proprio nessuno, al massimo nascondono i problemi. I ponti invece sono faticosi: richiedono scuola, ascolto, relazioni, servizi e tempo. Però sono l’unica cosa che abbia mai trasformato davvero la paura in convivenza.
🧰 La cassetta degli attrezzi
A metà tra la bussola e l'archivio
Siamo dentro a una società sempre più multiculturale, ma ancora poco preparata a sostenere davvero le fragilità delle famiglie che vivono “tra due mondi”.
• Dati: in Italia i residenti stranieri sono circa 5,3 milioni, poco meno del 9% della popolazione. I minori con background migratorio superano 1,3 milioni e oltre il 65% di loro è nato nel nostro Paese. Nelle scuole gli studenti con cittadinanza non italiana sono quasi 920mila (l’11% del totale). Tra le famiglie straniere il rischio di povertà o esclusione sociale è molto più alto rispetto alla media italiana.
• Rischi: isolamento sociale, famiglie lasciate sole nella gestione del disagio, stigma culturale legato alla richiesta di aiuto, ragazzi costretti a diventare adulti troppo presto traducendo il mondo ai propri genitori, rabbia identitaria alimentata dall’assenza di relazioni e comunità educanti.
• Opportunità: scuole come luoghi di integrazione reale, reti territoriali di sostegno alle famiglie, mediazione culturale, sportelli psicologici accessibili, educatori di strada, associazionismo interculturale, comunità capaci di intercettare il disagio prima che degeneri.
Questo è il momento per leggere la nostra riflessione ampia sul tema, strutturata a domande e risposte. È lo strumento che può esserti utile per confrontarti con gli altri, in casa e fuori. Se non hai tempo adesso, mettila via e tornaci con calma.
🖋️ Scritto in piccolo
Lo spazio a misura di bambino
Nascere e crescere in Italia, sentendosi italiani, ma senza poter esserlo: cinque ragazzi dai 13 anni in su ci hanno raccontato ai microfoni di Popotus, il giornale di Avvenire per i bambini che esce ogni giovedì, la loro storia e la loro fatica di ogni giorno nell’abitare un Paese (il loro) da cui non si vedono attribuire pieni diritti e pieni doveri. Abbiamo raccolto le loro voci in un podcast.
A proposito di diritti negati, nel numero dello scorso giovedì Popotus si è occupato dei bambini in cella che, secondo i dati pubblicati da Antigone, sono 26, il doppio rispetto a due anni fa. Veri innocenti: ma la pena la scontano comunque.
Secondo il ministero dell’Istruzione di Singapore, per mali estremi ci vogliono estremi rimedi. Così sono state pubblicate le nuove linee guida anti-bulli che prevedono, se nessun altro metodo educativo funziona, le frustate. Pensa che secondo un sondaggio svolto in Italia alla metà dei nostri studenti piacerebbe che i bulli fossero malmenati anche qui. Ma è davvero così che si risolve il problema? Illusi!
📱 Chi ti influencer?

Famiglie sui social e in Rete
Le cosiddette “seconde generazioni”, quando smettono di essere raccontate attraverso slogan e paure, assumono il volto concreto di persone e famiglie. Guai a definirle così in ogni caso con Noura Ghazoui, che in Italia è nata da genitori marocchini: mamma, attivista, un po’ genovese, un po’ gigliese, una vita attraversata da lingue e culture diverse, senza che una cancelli l’altra. L’abbiamo incontrata.
⌛ Tempo al tempo
Cose da leggere, vedere, ascoltare e fare in famiglia
• Restando su Modena, ti proponiamo la bella riflessione della sociologa Sara Nanetti. Noi dove eravamo?
• In due pennellate, quelle del collega del Corriere della Sera Massimo Gramellini, la dimostrazione pratica di cosa significa farsi vicini a qualcuno indipendentemente da quali siano le sue origini.
• Sempre a partire dai fatti di Modena, è suonato un allarme sulla situazione dei servizi dedicati alla salute mentale nel nostro Paese. Non se la passano affatto bene...
• Che poi, quanta paura abbiamo, tutti quanti, di diventare matti?
• I giornali hanno parlato tanto anche di Taranto in questi giorni e di Bakari Sacko, il bracciante ucciso a calci e pugni per strada da un gruppo di ragazzini. Con la sua storia c'entra un matrimonio, quello di Muhammed e Raffaella.
• Italia multiculturale: quindi italiani, nuovi italiani, non italiani, expat. La professoressa Cristina Pasqualini, che insegna Sociologia all'Università Cattolica del Sacro Cuore, sta realizzando una ricerca per l'Osservatorio Giovani dell'Istituto Toniolo assieme a Fondazione Migrantes e Istat a tema “nonni-nipoti”. Se hai voglia di raccontare la tua storia, o conosci qualcuno che vorrebbe farlo, scrivile.
• Già, expat. Anche noi ci spostiamo in altri Paesi dove mettiamo su famiglia, sperimentiamo le fatiche nel farlo, abbiamo figli di “seconda generazione”. Paola Molteni ha fatto un viaggio tra Francia, Stati Uniti e Vietnam per raccontare le storie dei migranti italiani.
• Torniamo all'inizio, alle difficoltà di Luisa e alla decisione dell'Emilia-Romagna di aprire prima le scuole a settembre: Massimo Calvi è partito da un'indagine promossa da Fondazione Cariplo per analizzare le ragioni per cui i genitori di tutte le regioni del Nord, cioè il territorio più ricco e sviluppato del Paese, sono sotto stress.
• A proposito di bambini in carcere invece: secondo noi si tratta di un fallimento enorme, collettivo, politico, umano.
• Nell'ultima Sofia (qui puoi leggerle tutte) ci siamo occupati di anziani. Anche loro restano soli, troppo spesso invisibili alle comunità e ai servizi sanitari. Sul tema è tornato con la sua profondità di sguardo il geriatra Marco Trabucchi.
• Figli (e non solo) alle prese con la tecnologia: è partito un progetto molto ambizioso di Avvenire e Iusve, l'Istituto universitario salesiano di Venezia, con la consulenza del giornalista Gigio Rancilio e la collaborazione dell'Ufficio per le comunicazioni sociali della Cei. Si chiama Ci sto! ed è una bussola di orientamento in 8 puntate, articolate attorno alle parti del corpo. Si candida ad essere uno strumento educativo molto, molto utile.
• Due interviste da non perdere, in cui due campioni di ieri e di oggi raccontano la propria famiglia: sono quelle che abbiamo fatto a nonno Gustav Thöni (coi suoi 12 nipoti!) e a papà Federico Pellegrino.
• Famiglie e fatiche dei genitori sono al cuore dello spettacolo che il pedagogista Daniele Novara ha deciso di portare in giro per l'Italia. Ma come (e perché) si mette in scena l'educazione? Glielo abbiamo chiesto.
• C'è il pane a parlare di famiglia, di multiculturalità e a ricordarci che siamo proprio tutti fatti della stessa pasta. Il tema è al cuore di una mostra fotografica in corso alla Fabbrica del Vapore di Milano fino al 28 giugno: vale una bella visita coi tuoi.
• Finalmente un po' di sole caldo e di estate nei nostri weekend. Due proposte per trascorrere del tempo di qualità fuoriporta coi figli, i nonni o con chi vuoi tu: una sul Lago d'Orta, per scoprire la Torre di Buccione col suo panorama mozzafiato e la storia di Gianni Rodari, che ad Omegna ebbe i natali. L'altra a Pienza, nel cuore della Val d'Orcia, con le proposte dell'Emporio letterario. Buon viaggio!
Essere adulti affidabili (perché i nostri figli alle promesse credono)
Continua la serie sul vocabolario dei ragazzi che ha inaugurato su Avvenire lo psicologo e scrittore Luigi Ballerini (esce ogni mercoledì, se vuoi leggerla sulla carta). Nell'ultima puntata si è parlato di promesse e del perché è importante mantenerle. Leggi qui.
Il nostro padre ignoto alle prese col Fantacalcio
Il dibattito sulla formazione della domenica con un figlio adolescente e i modi possibili per renderlo generativo. Vai alla nuova puntata.
Una passeggiata “last minute”
Per la Giornata Mondiale della biodiversità il Fai propone decine di camminate nella natura. Scegli la tua.
🗣️ La tua Sofia
La famiglia non si racconta da sola, servi anche tu
Hai una storia da raccontare o una riflessione che vuoi condividere a proposito di tutto quello di cui abbiamo parlato finora?
Scrivici a sofia@avvenire.it
Grazie di averci aperto la porta di casa.
Torneremo da te tra 15 giorni, domenica 7 giugno.
👋 Alla prossima!
— La redazione di Avvenire con Viviana Daloiso e in questo numero: Camillo Regalia, Nicoletta Martinelli, Giuseppe Matarazzo, Luciano Moia, Arianna Salvatori
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire Temi






