L'economia che fa il Bene torna a Milano: gli interventi e i vincitori del premio Innovazione

Il convegno annuale organizzato da Avvenire, insieme all'inserto L'Economia civile, ha portato sul palco esperienze e progetti innovativi, mettendo in dialogo lettori e professionisti sulla buona economia
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November 5, 2026
L'economia che fa il Bene torna a Milano: gli interventi e i vincitori del premio Innovazione
La platea del convegno "L'Economia che fa il Bene" organizzato da Avvenire, insieme all'inserto L'Economia civile
In Italia, le donazioni rilevate dal sistema fiscale ammontano a 1,9 miliardi di euro. «Ma sono solo la punta dell’iceberg» nel nostro Paese, assicura Mario Rocco, partner della società di revisione e consulenza Ey. Che, in una ricerca, ha stimato il valore della filantropia italiana in quasi 25 miliardi di euro: «Circa un punto del Pil – riassume –. Ma, in generale, oggi quasi un italiano su due afferma di donare». È attorno a questa consapevolezza – quella della presenza di «capitali privati che sono investiti a servizio della collettività» - che organizzazioni non profit, istituti di credito bancari e docenti universitari ieri si sono interrogati su come costruire una “Economia che fa il Bene” nella quarta edizione dell’omonimo convegno organizzato da Avvenire, insieme all'inserto L'Economia civile, a Milano.
Tutto comincia dalla raccolta dei fondi. Non solo, cioè, dalla persuasione alla prima donazione, «che nasce spesso da un sentimento diffuso di empatia», ma dalla traduzione di interventi una tantum in prassi private continue e affidabili: «Il nostro lavoro inizia dopo la prima donazione – spiega Iole Ciliberto, responsabile della Raccolta fondi e Sviluppo di Antoniano –. Serve ascolto e un costante esercizio alla gratitudine, perché la donazione non è mai un atto dovuto». A dettare il successo delle operazioni di fund raising, perciò, è sempre il riconoscimento dell'impatto sociale della missione dell'organizzazione: «In fase di trattativa - continua Ciliberto - mi ricordo sempre quale è il nostro intento. Questa idea mi fa lavorare meglio al tavolo del dialogo». Le missioni più convincenti, di conseguenza, sono quelle dall'impatto sociale più elevato e condiviso. «Sono i progetti che coinvolgono più attori nel territorio – commenta Elisa Belfiori, responsabile dell'ufficio Terzo settore di Bper banca – Ma non basta: serve che lo facciano per più tempo con un programma chiaro».
Raccolti i fondi, si avviano i progetti. «La disponibilità di risorse private fa la differenza – spiega Carola Carazzone, segretaria generale di Assifero –. Si tratta di un capitale libero, che si assume rischi e investe in cause che lo Stato e il mercato non finanzierebbero mai. È una visione anticiclica rispetto a quella della politica e delle imprese». Tutte le iniziative devono avere un impatto chiaro sul territorio e sulle comunità locali. Fondazione di Comunità Milano, per esempio, in otto anni ha sostenuto oltre 900 progetti in collaborazione con il Terzo settore, per un totale di 66 milioni di euro: di questi, 40 vengono dalla raccolta fondi nella società civile (per il resto, gran parte arriva da Fondazione Cariplo). «È la testimonianza che i capitali privati cercano di produrre cambiamenti a livello collettivo – chiosa il direttore Filippo Petrolati –. Partiamo dalla conoscenza del territorio e progettiamo programmi innovativi per il benessere locale».
Ma per assicurarsi che l’impegno dei capitali privati faccia davvero “il bene” delle comunità di riferimento, ogni progetto di economia civile termina con una valutazione d’impatto. Che prende le mosse da una consapevolezza: non sempre l’effetto trasformativo dei capitali privati nasce dalla filantropia. «Si produce un impatto anche con i prodotti che metti sul mercato, è questa la nuova frontiera – spiega Mario Calderini, ordinario di “Management for Sustainability and Impact” al Politecnico di Milano e portavoce di Torino Social Impact –. Il vero impatto dei progetti nasce dal coraggio di mettere in discussione la massimizzazione del valore degli azionisti e di cercare dentro alle organizzazioni il modo di garantire profittabilità e impatto sociale». Un ripensamento, cioè, del modello economico in chiave civile. «Finora abbiamo guardato all’economia come a un albero di cui ignoriamo le radici – riassume Francesco Catanese, head of Research, strategy, impact and sustainability di Entopan –. Ma l’economia nasce come amministrazione del bene collettivo». Perciò, anche il suo impatto può essere valutato solo dalla prospettiva dei beneficiari: «La restituzione è alla base del nostro modello: il nostro esercizio torna, da statuto, al 100% sul nostro territorio – spiega Giovanni Maggioni, vicepresidente delle Banche di credito cooperativo di Milano –. In quasi 200 Comuni abbiamo dato sostegno a quasi 600 associazioni locali. Anche così la nostra banca diventa garanzia per soci e clienti».
Il convegno “L’economia che fa il bene” è stata anche l’occasione per conferire il Premio Innovazione a tre startup – selezionate dalla redazione Economia di Avvenire e valutate da una giuria di professionisti e docenti –, che si sono distinte per aver generato un cambiamento positivo. Al terzo posto si è classificata Sizable energy, premiata «per aver reinterpretato il pompaggio idroelettrico sfruttando la profondità del mare, per immagazzinare energia rinnovabile e restituirla quando serve, riducendo il consumo di suolo». Il progetto, in particolare, ha lavorato in tre città – Milano, Reggio Calabria e San Francisco – agendo sempre sul benessere delle comunità locali, ma senza rinunciare a una prospettiva internazionale. Al secondo posto è arrivata ConservaMi, una attrezzeria e officina di quartiere che a Milano ripara biciclette e altri oggetti, insegnando i metodi di riparazione. «È stata premiata – spiega la giuria nella motivazione – per aver trasformato la riparazione in un gesto che va oltre il recupero di un oggetto: una occasione per condividere saperi, costruire relazioni e riscoprire il valore delle cose». Infine, il primo premio lo ha vinto Palingen, una sartoria nata nella casa circondariale di Pozzuoli per offrire formazione professionalizzante, impiego stabile e una seconda possibilità alle donne detenute. «Hanno dimostrato – sostengono i giudici – come l’economia circolare possa diventare uno strumento di riscatto professionale e personale. Trasformano i tessuti destinati allo scarto in nuove risorse e offrono alle donne detenute opportunità di reinserimento».

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