Il lavoro povero tra salario insufficiente, produttività e formazione

Ennesimo monito del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sulla perdurante criticità degli stipendi bassi, che incide negativamente sul tasso di natalità e sulla coesione sociale
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October 17, 2026
Il lavoro povero tra salario insufficiente, produttività e formazione
Gian Piero Gogliettino, giuslavorista, Università Ca’ Foscari di Venezia
Dopo l’ennesimo monito del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sulla perdurante criticità del lavoro povero, che incide negativamente sul tasso di natalità e sulla coesione sociale, si è riaperto il dibattito politico e sindacale sulla questione salariale. A una prima impressione si potrebbe parlare di un paradosso, dal momento che nell’immaginario comune la povertà viene spesso ricondotta, impropriamente e semplicisticamente, a una condizione di fragilità economica e sociale dovuta alla mancanza di occupazione. In realtà, le recenti vicende legate alle dinamiche del mercato del lavoro restituiscono l’immagine di una società nella quale, sempre più frequentemente, il corrispettivo dell’attività lavorativa non consente di far fronte adeguatamente a un costo della vita divenuto sempre più gravoso. Una situazione che, in molti casi, è aggravata dall’assenza cronica o dalla riduzione di ore/lavoro.
«In questo modo - spiega Gian Piero Gogliettino, giuslavorista, Università Ca’ Foscari di Venezia - viene meno una delle funzioni fondamentali del lavoro, anche alla luce dei principi costituzionali: quella di contribuire a garantire la dignità della persona e a farla uscire da una condizione di povertà non soltanto economica, ma anche sociale. Un problema che riguarda non solo i lavoratori dipendenti, ma anche quelli autonomi e che rende sempre più urgente una riforma strutturale dell’ordinamento lavoristico, capace di estendere e generalizzare le tutele. È in gioco, quindi, il livello dei salari reali, ormai spesso insufficiente a garantire ai lavoratori e alle loro famiglie una vita libera e dignitosa, come richiesto dalla nostra Costituzione. Recentemente il Parlamento, nell’ottica di rafforzare il potere d’acquisto degli stipendi, è intervenuto introducendo la nozione di “salario giusto” attraverso una tecnica legislativa che, per quanto condivisibile sul piano del metodo, presenta ancora alcuni elementi di criticità sul piano applicativo. In particolare, il mero riferimento alla contrattazione collettiva comparativamente più rappresentativa, superando così l’ipotesi del salario minimo legale, non ha risolto la questione della certezza del diritto che potrebbe essere affrontata compiutamente solo attraverso una legge sulla rappresentanza sindacale».
Si tratta, in ogni caso, di un intervento positivo che mira a incidere sul salario nominale, vale a dire sul trattamento economico complessivo lordo spettante al lavoratore per l’attività prestata, con l’obiettivo di contrastare fenomeni come le retribuzioni inadeguate e lo sfruttamento del lavoro. È evidente, però, che una misura di questo tipo, da sola, non è sufficiente a restituire piena dignità al lavoro. È quindi necessaria un’azione congiunta su altri fattori strettamente correlati, a partire dalla produttività del lavoro. Il salario è, infatti, una variabile fortemente condizionata dall’andamento dell’impresa e dall’inflazione, per cui aumenti retributivi non accompagnati da adeguati incrementi di produttività possono produrre effetti negativi sull’occupazione e sulla capacità produttiva.
Quello della produttività del lavoro è un tema affrontato in più occasioni da autorevoli studiosi ed economisti del lavoro, che hanno evidenziato la condizione di debolezza e stagnazione strutturale della produttività italiana, ormai da circa un ventennio. «Per favorirne la crescita è necessario, innanzitutto, valorizzare il capitale umano, non solo sul piano quantitativo, ma anche qualitativo. In questa prospettiva, l’aumento dei salari può, comunque, rappresentare un fattore positivo: l’investimento delle imprese nella remunerazione del lavoro può tradursi in maggiore motivazione, efficienza e capacità produttiva, oltre a sostenere la domanda aggregata. Questo intervento, tuttavia, dovrebbe essere accompagnato da un’ulteriore e più incisiva riduzione del cuneo fiscale. Esiste, inoltre, uno stretto rapporto tra professionalità e produttività. Per questo è indispensabile investire anche sulla qualità del lavoro, rafforzando la formazione e orientandola alle reali esigenze della domanda di lavoro. Occorre, quindi, destinare maggiori risorse pubbliche allo sviluppo delle competenze professionali strategiche, in grado di accompagnare le imprese nei processi di transizione digitale e tecnologica. Allo stesso tempo è necessario semplificare le procedure amministrative per l’accesso ai fondi destinati alla formazione, così da rendere più efficace e tempestivo il loro utilizzo e sostenere la competitività delle imprese», sottolinea Gogliettino.
La produttività deve essere sostenuta anche attraverso politiche pubbliche a favore delle imprese. In questo senso, sarebbe necessario intervenire con politiche fiscali strutturali, capaci di ridurre significativamente il carico fiscale sui profitti, e sulla semplificazione burocratica rispetto all’accesso a incentivi da destinare alla ricerca, allo sviluppo e agli investimenti tecnologici. È essenziale, inoltre, garantire una maggiore stabilità delle riforme fiscali e del lavoro, così da rafforzare la certezza del diritto e creare condizioni più favorevoli agli investimenti privati. Non da ultimo, sono necessari interventi sul versante della giustizia, per rendere il sistema giudiziario più efficiente, e dell’immigrazione, attraverso una gestione più efficace dei flussi e programmi mirati di formazione professionale e integrazione.
«In sintesi, il contrasto al lavoro povero non può esaurirsi in un intervento sui salari nominali. Deve necessariamente coinvolgere tutti i soggetti interessati — Stato, Regioni, Province, imprese, lavoratori e sindacati — nella costruzione di un modello sociale, industriale ed economico più moderno e sostenibile, capace di valorizzare la dimensione individuale della persona e, al tempo stesso, di tutelare il bene comune», conclude il giuslavorista.

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