Alla scoperta del coaching
Una professione nata all'estero negli anni '90 e giunta in Italia da un ventennio. Un'attività che può migliorare l'approccio con il mercato del lavoro: dall'orientamento al ricollocamento. E non solo

Dall'orientamento al ricollocamento. E non solo. Dai giovani in cerca di lavoro agli adulti che vogliono cambiare e trovare un nuovo impiego. Da chi ha bisogno di una motivazione per restare in azienda a chi intende mettersi in proprio. Sono tante le sfide per i coach. Sono circa 5mila quelli in attività nel nostro Paese. E possono dare un contributo notevole alla vita lavorativa e alla carriera delle persone. Una professione nata all'estero negli anni '90 e approdata in Italia circa 20 anni fa. Le principali associazioni internazionali sono Emcc (fondata nel 1992) e Icf (fondata nel 1995). La professione di coach non è giuridicamente regolamentata da un Ordine professionale specifico (come avviene per psicologi o medici) ed è disciplinata dalla legge 4 del 2013. Questo significa che per svolgere l'attività in modo serio e professionale è consigliabile seguire un percorso offerto da una scuola di coaching riconosciuta dalle associazioni come Aicp-Associazione italiana coach professionisti, fondata nel 2009, nel momento in cui i corsi di formazione per coach hanno iniziato ad avere un'offerta strutturata. E che proprio sabato 24 ottobre si riunisce a Roma con il proprio Forum annuale dedicato al tema Il gioco dello sport. L’edizione di quest'anno mette in dialogo il mondo dello sport con il coaching professionale e con le organizzazioni, partendo da elementi comuni quali preparazione, allenamento, collaborazione, gestione delle difficoltà, apprendimento dall’esperienza, leadership e ricerca di una performance sostenibile. Diversi i patrocini: Roma Capitale, Città metropolitana di Roma Capitale, Confederazione dello Sport, Fiis-Federazione italiana imprenditori sportivi, Asc-Attività sportive confederate, Csen-Centro sportivo educativo nazionale.
«Aicp è un’associazione professionale di categoria italiana dedicata alla promozione, tutela e sviluppo della professionalità del coaching. Operiamo attraverso attività di ricerca, formazione, divulgazione, orientamento alla professione, aggiornamento e confronto tra professionisti - spiega il presidente di Aicp Giovanni Soldatich -. A livello nazionale contiamo oggi circa 900 soci e siamo articolati territorialmente in 14 Coaching Club. I Coaching Club rappresentano l’espressione locale dell’associazione: promuovono la conoscenza e la diffusione del coaching, organizzano eventi, seminari, incontri e momenti di formazione continua, favorendo al tempo stesso il collegamento tra il livello nazionale e i territori. La struttura associativa comprende inoltre un Consiglio direttivo nazionale, una commissione Etica indipendente e una serie di Tavoli di ricerca nazionale. Tra gli scopi dichiarati da Aicp rientrano l’approfondimento della metodologia e della ricerca sul coaching, la divulgazione in Italia e la realizzazione di servizi che sostengano i coach nell’esercizio professionale e tutelino la qualità del servizio offerto ai clienti».
Per diventare coach è necessaria la frequenza a una scuola di coaching in cui è garantita la qualità del programma del corso, in cui si svolge oltre la teoria la pratica. Con lezioni frontali in presenza: servono almeno 80 ore prima dell'esame finale per ricevere l'attestato di frequenza. Poi bisogna iscriversi a una associazione di coaching registrata al Mimit-Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Oltre ad aderire a un Codice etico che le associazioni stesse definiscono e promuovono, rendendolo obbligatorio per i propri iscritti; fare attività di supervisione con un professionista qualificato; formarsi continuamente (almeno dieci ore ogni anno).
«Il coaching è prima di tutto una filosofia di vita basata sul rispetto della persona, sulla convinzione che le potenzialità di ognuno, così come la fiducia, la speranza, la determinazione, possono essere allenate - precisa il presidente di Aicp - . Nella pratica il coaching è un metodo di sviluppo personale e organizzativo che si basa sulla relazione di fiducia tra coach e il cliente al fine di valorizzare e allenare le potenzialità del coachee o dell’organizzazione per il raggiungimento di obiettivi definiti. ll coaching ha una natura multidisciplinare, che riunisce in sé principi e contributi della filosofia classica, dell’ambito sportivo, dell’ambito del management aziendale, della psicologia cognitiva e umanistica, fino alla psicologia positiva, accomunati dall’impegno nel miglioramento dell’individuo e del suo benessere».
Ma come migliorare l'orientamento al lavoro nelle scuole e tra le nuove generazioni? E il ricollocamento? «Credo che oggi il tema dell'orientamento vada letto in modo molto più ampio rispetto al passato. Non riguarda soltanto i giovani che devono scegliere una scuola, un'Università o il primo lavoro. In un mercato che cambia con una velocità crescente, riguarda tutti. La vera questione, oggi, è imparare a mantenersi impiegabili nel tempo. Questo significa non limitarsi a fare bene il proprio lavoro quotidiano, ma mantenere uno sguardo aperto su ciò che accade fuori dal proprio perimetro professionale: come stanno cambiando le organizzazioni, quali tecnologie stanno entrando nei processi, quali competenze stanno acquisendo valore, quali professioni si stanno trasformando e quali nuove opportunità stanno nascendo. È un atteggiamento che dovrebbe iniziare già a scuola, ma che deve accompagnarci per tutta la vita professionale», sottolinea Franco Ferrazza, consulente Hr, formatore e orientatore, coach professionista e vice responsabile del Coaching Club Lazio Umbria Abruzzo di Aicp. Dopo 12 anni nella direzione del personale di aziende multinazionali, dal 2003 si occupa di formazione, coaching, orientamento, ricerca e ricollocamento.
«Con i ragazzi vedo spesso un paradosso: hanno accesso a una quantità enorme di informazioni, conoscono rapidamente nuovi strumenti e utilizzano l'intelligenza artificiale con molta naturalezza, ma non sempre questo si traduce nella capacità di leggere la realtà e fare scelte consapevoli - aggiunge Ferrazza - . Per questo nelle scuole servirebbe molto più contatto con il lavoro reale: esperienze, testimonianze, visite aziendali, laboratori, simulazioni di selezione, conoscenza dei percorsi Its, delle imprese e dei molti modi in cui oggi si può costruire una professionalità. Ma c'è un passaggio ancora più importante: aiutare le persone a fermarsi, rileggere ciò che stanno facendo e interrogarsi su ciò che sta accadendo intorno a loro. È qui che, a mio avviso, la cultura del coaching può dare un contributo molto significativo».
Per Ferrazza, però, occorre evitare equivoci: «Il coaching non è orientamento, non è consulenza e non è formazione. Ha un proprio perimetro professionale preciso. Esistono però percorsi specifici nei quali il coach, nel rispetto del proprio ruolo e delle proprie competenze, può lavorare anche su obiettivi collegati alla vita professionale, al cambiamento, alle scelte di carriera e ad alcuni passaggi che accompagnano la ricerca di nuove opportunità. Accanto a queste attività propriamente di coaching, c'è però un secondo livello che considero altrettanto interessante: la cultura del coaching può aiutare anche chi svolge attività di orientamento, accompagnamento e supporto alla ricerca del lavoro, senza che queste attività diventino per questo coaching. Può favorire un metodo di accompagnamento meno prescrittivo e più capace di stimolare il lavoro personale di chi sta cercando. Significa non limitarsi a dire alla persona che cosa dovrebbe fare, ma aiutarla a interrogarsi, a rileggere le proprie esperienze, a riconoscere ciò che sa fare, a mettere a fuoco possibilità e vincoli e a costruire progressivamente una propria direzione. In questo senso alcune modalità tipiche della cultura del coaching — l'ascolto, la domanda, la sospensione del giudizio, la responsabilizzazione della persona — possono rendere più efficace anche il lavoro dell'orientatore o di chi accompagna una persona nella ricerca e nel ricollocamento».
L'obiettivo, quindi, non è sostituirsi a chi cerca, ma creare le condizioni perché quella persona faccia un lavoro su di sé. «Questo per me è un punto centrale: accompagnare non significa prendere per mano qualcuno e portarlo verso una soluzione già individuata. Significa creare uno spazio di pensiero, riflessione e dialogo nel quale la persona possa comprendere meglio ciò che sta vivendo, guardare con occhi nuovi quello che accade intorno a sé e diventare sempre più protagonista delle proprie scelte. La cultura del coaching può essere importante proprio perché abitua a guardare la realtà da prospettive diverse e a non dare per scontato ciò che vediamo», afferma il vice responsabile del Coaching Club Lazio Umbria Abruzzo di Aicp.
E questo vale per un ragazzo che deve decidere cosa fare dopo la scuola, ma anche per un professionista di 40 anni, per un manager, per un operaio specializzato o per una persona che lavora da 25 anni nella stessa organizzazione. Uno dei rischi maggiori oggi è infatti quello di essere molto competenti all'interno del proprio lavoro e, contemporaneamente, non accorgersi abbastanza di quanto il mondo intorno stia cambiando. Mantenersi impiegabili significa invece continuare a interrogarsi: quello che so fare oggi quanto sarà utile domani? Quali competenze devo sviluppare? Che cosa sta succedendo nel mio settore? Che cosa posso imparare da ciò che avviene in altri settori? Come stanno cambiando le esigenze delle imprese?
«Questo aspetto diventerà ancora più importante con la diffusione dell'intelligenza artificiale - dichiara Ferrazza -. L'Ia può aiutare a conoscere professioni, analizzare competenze, preparare un curriculum, simulare un colloquio, confrontare percorsi formativi e leggere un'offerta di lavoro. Sono strumenti molto potenti e destinati a diventare sempre più presenti. Nelle aule, però, mi capita già di vedere ragazzi capaci di ottenere rapidamente una risposta attraverso l'IA e più in difficoltà quando devono decidere se quella risposta sia corretta, utile o davvero adatta alla situazione. Per questo la sfida non è soltanto imparare a usare l'intelligenza artificiale. È imparare a guardare, fare domande, confrontare, verificare e scegliere. E questo riguarda ancora una volta tutti, non soltanto i giovani. Lo stesso vale per il ricollocamento. Una persona che perde il lavoro o che deve ripensare la propria carriera dopo molti anni non può essere aiutata semplicemente aggiornando il curriculum e inviando candidature. Spesso incontro persone che possiedono competenze importanti ma che, dopo venti o trent'anni nello stesso settore o nella stessa azienda, fanno fatica a riconoscerle, raccontarle e soprattutto immaginare come possano essere utilizzate altrove».
Serve allora un percorso che consenta di rileggere l'esperienza, comprendere quali competenze siano trasferibili, guardare al mercato con maggiore apertura e costruire nuove possibilità. Anche qui il metodo con cui si accompagna la persona fa la differenza. Non basta fornire informazioni, strumenti o indicazioni operative: occorre favorire un processo nel quale chi cerca sia chiamato a osservare, riflettere, scegliere, provare e correggere il tiro. Forse è proprio questa una delle grandi sfide dei prossimi anni: passare dall'idea di orientamento come momento occasionale all'idea di una capacità permanente di orientarsi e riorientarsi. Perché in un mondo nel quale tecnologie, professioni e organizzazioni cambiano continuamente, nessuno può più permettersi di guardare soltanto ciò che accade dentro il proprio lavoro quotidiano. Dobbiamo imparare tutti a mantenere uno sguardo curioso e aperto sulla realtà, anche su quella che ancora non conosciamo.
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