Importazioni cresciute del 45%, la Ue prepara la strategia anti-Cina

di Gabriele Rosana
Il vertice dei leader a Bruxelles ipotizza indagini anti-dumping e incentivi per chi diversifica. Obiettivo tutelare la competitività delle imprese europee
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June 20, 2026
Importazioni cresciute del 45%, la Ue prepara la strategia anti-Cina
La presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen durante la conferenza stampa dopo il vertice dei leader Ue a Bruxelles/ REUTERS
«L’anno scorso l’Unione europea ha registrato il disavanzo commerciale più ampio mai avuto con la Cina: 360 miliardi di euro, pari a un deficit di un miliardo al giorno». Una situazione che vale per tutti i 27 Paesi membri, nessuno escluso. Alla fine ci ha pensato Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, a rompere l’incantesimo e a fare il nome dell’elefante nella stanza. Il vertice dei leader Ue che si è concluso ieri a Bruxelles ha avuto, infatti, come piatto forte un confronto a tutto campo sulle crescenti tensioni economiche con Pechino, ma le conclusioni finali non si riferiscono espressamente alla Repubblica popolare. Temendo strappi con il gigante asiatico da cui dipendono per una serie di componenti strategici per la transizione pulita e digitale come chip e terre rare, le diplomazie hanno preferito affidarsi alla formula felpata degli «squilibri macroeconomici globali» che ostacolano la competitività delle industrie europee. Da affrontare «sviluppando e, se necessario, rafforzando ulteriormente» gli strumenti di difesa commerciale dell’Ue. L’identikit, però, conduce a un solo sospettato. «Negli ultimi cinque anni le importazioni dalla Cina verso l’Ue sono aumentate del 45%», ha detto von der Leyen in conferenza stampa: «Non si tratta soltanto di importazioni a basso costo. Assistiamo a eccessi di capacità produttiva che stanno erodendo la nostra stessa base manifatturiera. E ciò è, semplicemente, insostenibile». Insomma, se il dialogo con Pechino «resta essenziale», allo stesso tempo serve fare di più per contenere una strategia fatta di sussidi pubblici che alterano l’equa concorrenza con le imprese Ue e di maxi-volumi a prezzi stracciati che affollano i mercati europei. L’Unione ha già colpito con i dazi le auto elettriche cinesi (e potrebbe presto estenderli alle ibride plug-in, secondo indiscrezioni di stampa), mentre sull’acciaio dal 1° luglio alzerà uno scudo per limitare al massimo le importazioni, dimezzando le quantità a dazi zero e raddoppiando l’aliquota sui volumi restanti, con una misura che vale per tutti i Paesi, ma mette nel mirino le imponenti quantità provenienti dal Dragone.
Adesso, però, è il ragionamento svolto a Bruxelles, occorre andare oltre e intervenire in maniera più sistematica. «C’è chiaro sostegno a proseguire sulla strada della diversificazione e della riduzione dei rischi nei nostri rapporti economici», ha spiegato la numero uno dell’esecutivo Ue, determinata «a utilizzare in modo più proattivo e strategico l’ampio arsenale di strumenti di cui ci siamo dotati negli ultimi anni per difendere gli interessi europei». Parole che alludono a un impiego più disinvolto che in passato delle indagini anti-dumping per identificare pratiche commerciali sleali, un po’ come fanno gli Stati Uniti con la “Section 301”. Nessuno evoca il “bazooka” anti-coercizione creato nel 2023 per proteggere dalle minacce economiche concepito (ma mai attivato) proprio in funzione anti-cinese, ma i toni sono cambiati se pure la fino a poco tempo fa insospettabile Germania ha contestato l’aggressività sostenuta da una moneta, il renminbi, «artificialmente mantenuta debole» - così il cancelliere Friedrich Merz -; un’accusa condivisa con gli Usa nel G7. Ma c’è anche chi frena, come il premier spagnolo Pedro Sánchez, secondo cui in un mondo sempre più conflittuale «l’Europa ha bisogno di amici». Nel difficile esercizio di equilibrismo, von der Leyen ha annunciato che presenterà (i bene informati scommettono a settembre, in occasione del suo annuale discorso programmatico) una nuova iniziativa per incentivare la riduzione drastica delle dipendenze. Si tratterebbe di un meccanismo di agevolazioni per le aziende dell’Ue che si impegnano a fare a meno dei prodotti “made in China”, rivolgendosi a fornitori alternativi e ritenuti più affidabili. L’obiettivo ultimo è consentire alle imprese di compensare i maggiori costi della diversificazione. Insomma, uno strumento per continuare a dare forma a una politica industriale europea, ma che senza risorse finanziarie dedicate rischia di poggiare sulla consueta flessibilità sugli aiuti di Stato, che avvantaggia chi ha spazio di manovra nei bilanci.

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