
Nelle fasi di turbolenza economica tutto sembra riconducibile ad una sola parola: incertezza, una parola che tiene insieme fenomeni diversi e, così facendo, confonde. Il vero punto non è l’incertezza: è la paura. È questo l’elemento centrale sviscerato da Veronica De Romanis nel suo ultimo libro “L’economia della paura”: la paura non è soltanto effetto della crisi ma forza che contribuisce a produrla e ad amplificarne gli effetti.
L’autrice ci aiuta a riflettere sul fatto che in Italia negli ultimi vent’anni la paura sia diventata una costante della politica, un sentimento bipartisan, presente anche nelle stagioni dei governi tecnici. Tale approccio, facendo leva sull’allarme e sulla difesa, finisce per tutelare rendite e posizioni acquisite, frenare l’innovazione e spingere il Paese verso un inevitabile declino.
Il costo del debito pubblico, di gran lunga superiore alla spesa destinata a sanità e istruzione, insieme a una crescita vicina allo zero che continua a fare dell’Italia il fanalino di coda dell’Europa rivela un sistema più impegnato a difendere l’esistente che a trasformarlo. In questo quadro, le riforme strutturali sono pressoché inesistenti, mentre il prezzo dell’immobilismo continua a gravare soprattutto sulle nuove generazioni, così come dimostra l’altissima percentuale di NEET - giovani che non studiano, non lavorano e non sono inseriti in percorsi di formazione.
Anche nella narrazione finanziaria, la paura occupa un posto centrale. Ogni mattina, in meno di dieci minuti, Silvia Berzoni, nel podcast giornaliero *Morning Finance*, racconta l’essenziale della finanza internazionale dimostrando come l’andamento dei mercati non sia spiegato solo attraverso i dati.
Il sentiment - il sentimento di mercato – viene influenzato da notizie e indicatori ma è guidato soprattutto dalle emozioni. Oggi, tra queste, è la paura a prevalere e ad orientare le decisioni. Lo dimostrano anche le voci dei protagonisti dei mercati; particolarmente significativa l’intervista a Davide Serra, fondatore e CEO di Algebris Investments, che sintetizza in uno slogan la raccomandazione per affrontare questi tempi complessi: “Non fate gli eroi: l’unica difesa, in questo momento, è il cash”. Più che di consiglio tattico, si tratta di un particolare segnale, quello di un clima in cui la protezione conta più della ricerca di rendimento.
Si chiude così un circuito che si autoalimenta: la politica costruisce le politiche economiche sulla paura, la narrazione pubblica la rafforza, i mercati la assorbono nel sentiment, restituendola sotto forma di tensione concreta.
È proprio in virtù di questo circolo vizioso che il sottotitolo del libro di Veronica De Romanis “Perché conservando si arretra” rivela tutta la sua forza. Le sfide che l’Italia deve affrontare oggi richiedono un necessario cambio di passo: risposte coraggiose, innovative, in grado di invertire la rotta verso decrescita e di superare l’immobilismo.
In un contesto dominato dalla paura, conservare non è una forma di difesa ma di immobilismo.
E l’immobilismo, nei sistemi dinamici, è già arretramento.
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