Vangelo e società «Visitare i cimiteri ci aiuta a coltivare l’arte del vivere»

Parla don Luigi Guglielmoni esperto dei riti di congedo: «Oggi dovremmo recuperare una predicazione che metta al centro temi come la morte, il giudizio, l’inferno e il paradiso» I gesti e le parole della ricorrenza della festa dei defunti sono un’occasione per tornare all’essenziale Così la commemorazione diventa una “scuola di amore e speranza”.
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November 2, 2026
Vangelo e società «Visitare i cimiteri ci aiuta a coltivare l’arte del vivere»
Roma, 1 novembre 2012 Cimitero Laurentino
Commemorare il 2 novembre, nella festa a loro dedicata, i defunti con la visita ai cimiteri vuol dire ritornare all’essenziale delle nostre esistenze ma anche mettersi in comunione con le vite passate dei nostri cari. Ma anche ricordare quei trapassati dimenticati da tutti. Ma non da Dio. Di questo è convinto don Luigi Guglielmoni presbitero della diocesi di Fidenza (Parma) ed esperto dei riti di congedo. Il sacerdote è parroco a Busseto e a Roncole nella Bassa Parmense, i luoghi di Giuseppe Verdi e di Giovannino Guareschi. «Spesso pensando a questi giorni – è la confidenza – mi tornano in mente i racconti di Guareschi e quel famoso dialogo dove il Cristo in croce dialoga con don Camillo anche dei defunti, riducendo la distanza tra l’aldilà e l’aldiqua e trasformando il lutto in attesa». Con il laico Fausto Negri, già docente di religione, don Guglielmoni ha scritto varie pubblicazioni dedicate a questo tema nodale: La sofferenza da dramma a mistero; La morte maestra di vita; Ho avuto paura (Centro Eucaristico di Ponteranica). «Pulire una tomba, portare un fiore o un cero, sostare in silenzio o rivolgere una preghiera, guardare i volti e le date di altre pietre tombali aiuta a tornare all’essenziale – sottolinea –, cioè essere sottratti per un istante alla distrazione imperante, fare memoria di esempi e insegnamenti di persone che hanno inciso nella propria esperienza, guardare avanti». E annota a questo proposito: «In questi luoghi tutti ci si ritrova nudi e ciechi, impotenti di fronte alla morte, talvolta con rimpianti e sensi di colpa per il non detto o il non fatto, con nostalgia di relazioni e forse dell’Eterno...». In queste giornate dedicate alla visita ai cimiteri don Guglielmoni inforcherà la sua bici proprio come capita nei racconti di don Camillo lungo la Bassa parmense immortalati da Giovannino Guareschi per celebrare i riti ma anche per portare una parola di conforto a chi gliela chiederà. «I ragazzi non sono più educati a partecipare alle celebrazioni esequiali – è il racconto amaro - né fare una visita al camposanto; aumenta il numero dei familiari che portano direttamente i loro defunti dalla camera mortuaria al cimitero o al crematorio, senza alcuna preghiera o atto pubblico. Forse si deve recuperare un linguaggio rinnovato della predicazione sulla morte, giudizio, inferno e paradiso». Un appuntamento quello di domani che ci riporta a questa verità fondante per la nostra fede: seppellire i morti è una delle sette opere di misericordia corporale, indicate dal Vangelo di Matteo. «La comunità cristiana difende il diritto a un funerale dignitoso per ogni persona. Ci sono anche i morti dimenticati (talvolta anche i sacerdoti), le sepolture abbandonate, le vittime senza nome come i migranti deceduti in mare, persone senza dimora che cessano di vivere in strada a causa del freddo, persone sole morte in casa o all’ospedale...». E osserva a questo proposito: «Preoccuparsi di seppellire i morti equivale a non lasciare soli i vivi segnati dal lutto, sostenere chi resta (familiari e amici del trapassato), prendersi cura del dolore altrui e agire sempre a favore della vita di tutti. Tutto va trasformato alla luce del Vangelo e in riserva di speranza attiva». Una giornata quella del 2 novembre che può rappresentare anche per i cristiani di oggi un motivo in più per pregare, come recita il canone della Messa, per i fratelli e sorelle che si sono addormentati nella speranza della vita eterna. «Credo di sì. Il credente, pur illuminato dalla speranza della Risurrezione, nulla sa di quanto – annota - ci aspetta una volta varcata la soglia dell’aldilà. La Chiesa ha sempre coltivato “l’arte di morire” per impostare con più sapienza “l’arte del vivere”. Perché occorre un’intera vita per imparare a vivere e serve un’intera vita per imparare a morire». E anche la liturgia di questi giorni è convinto don Guglielmoni può aiutarci, come direbbe il cardinale Giacomo Biffi, ad avere più confidenza con le «cose di lassù». «Una liturgia ben vissuta è un incontro con l’Eterno, è partecipazione alla Pasqua di Cristo, è riconoscimento – è la riflessione finale - che ogni vicenda personale è una storia sacra, è il segno di una comunità che accoglie e affida a Dio un fratello/sorella di fede, è un guardare in alto per dare un senso a tutta l’esistenza. La Parola di Dio, l’omelia, i gesti di congedo, il saluto ai parenti e amici, la veglia funebre, lo sguardo al Crocifisso... tutto acquista un valore diverso».
Don Luigi Guglielmoni esperto dei riti di congedo.
Don Luigi Guglielmoni esperto dei riti di congedo.

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