L'abbraccio che unisce i vivi e i morti: perché Ognissanti è legata alla commemorazione dei defunti

Nel succedersi di due feste tanto significative del calendario cristiano c’è l’indicazione di un legame che salda il morire con la vita eterna, e che spinge lo sguardo del credente “oltre”
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November 1, 2026
L'abbraccio che unisce i vivi e i morti: perché Ognissanti è legata alla commemorazione dei defunti
Dio è il Misericordioso. È scritto nel libro dell’Esodo, pronunciato con la bocca di Mosè: «Io sono il Signore Dio misericordioso, pietoso, lento all’ira e ricco d’amore e fedeltà» (Es 34,6). Tale identità riecheggia e risplende nel Volto del Figlio, della «stessa sostanza del Padre», che confessa: «Chi non ama non ha conosciuto Dio perché Dio è Amore» (1Gv 4,8). L’Amore si compie nel Figlio: «Si è ricordato della sua misericordia» canta, infatti, la Madre (Lc 1,54); quindi si innesta nei credenti attraverso i doni dello Spirito. La tradizione cattolica ci consegna le Opere della misericordia. Sono quattordici: sette di misericordia corporale e sette di misericordia spirituale. L’ultima, la corona, è quella che riguarda quanto la Chiesa celebra oggi e domani: la festa di Ognissanti e la Commemorazione dei defunti. Così infatti, recita: «Pregare Dio per i vivi e per i morti».
Pregare per i morti delle nostre famiglie: per mio cugino Egisto morto stupidamente, per una caduta da una scala, in casa, e per suo figlio che si chiede smarrito: “si può morire così”? Storie di tutti: quanti parenti, quanti amici morti per un tumore che in pochi mesi li ha strappati al mondo. E per tante altre disgrazie che ci hanno portato via le persone più care. Pregare per i morti vuol dire pure protestare, interrogarsi, tormentarsi sul perché del morire, di questa terribile rapinatrice di luce che è la morte. Pregare vuol dire restare e resistere nell’affetto che ai nostri morti ci lega, un amore che è «tenace come gli inferi» (Ct 8,6 ).
L’opera di misericordia chiede ai cristiani di pregare non solo per i congiunti ma anche per i morti dell’intera comunità ecclesiale e umana. Quanto è accaduto con i funerali di papa Francesco, durati quasi una settimana dopo la Pasqua dello scorso Anno Santo. Una folla spontanea s’è recata a pregare nell’immensa piazza San Pietro. «Perché sei qui?», chiese un giornalista a una signora. La sua riposta fu: «Perché papa Francesco amava i poveri e io sono povera». In quella preghiera per il Papa ella gustava la dignità della sua povertà, il valore e la bellezza della sua stessa vita.
All’inizio di settembre abbiamo celebrato i funerali di Enzo Bianchi che ci ha lasciato un messaggio prezioso: la morte non è la vita che si spezza, piuttosto la sua “raccolta”, nell’autunno della vendemmia... Ci ha confermato che «ai tuoi fedeli, Signore la vita non è tolta ma trasformata» (dalla Preghiera eucaristica). Da uva matura in un vino squisito, con cui fare un brindisi alla Vita e riconciliare ciò che era disgiunto, diventare una cosa sola nel calice del Cristo.
Lo stesso giorno di settembre v’è stata la liturgia di lutto per Angelo Casati, uomo, sacerdote stupendo della Diocesi di Milano, poeta di Dio, profeta della Chiesa. In lui la piccolezza s’è fatta profumo di Grazia per i santi di oggi e di domani. Pochi giorni prima, in agosto, sulle colline del Modenese il cardinale Zuppi celebrava i funerali semplici e privati di Francesco Guccini, un cantore della vita nei suoi aspetti sociali ed esistenziali: «Sembrava che non dovesse finire ma a ogni inverno finiva l’estate» sospirava la sua “Canzone per Piero”. Gli anni passano e tutto cambia... e allora occorre trovare nel tempo presente la sua dimensione relativa che spinge ad acquistarne una visione più obiettiva, una prospettiva spirituale di “già e non ancora”. Un sogno e un riscatto di libertà.
Nella Bibbia seppellire i morti è uno dei più grandi precetti, pregare per loro è un dovere morale assoluto; chi, infatti, rimane insepolto è corpo di maledizione. Il pensiero va allora a tanti, tantissimi bambini e adulti uccisi orrendamente ancor oggi dall’umana malvagità e lasciati senza una sepoltura. Fatti a pezzi come la moglie del levìta, di cui ancora ci narra la Bibbia: violentata fino alla morte, una donna fu fatta in dodici pezzi dal marito, le parti furono poi inviate alle dodici tribù di Israele con questo messaggio: «È forse mai accaduta una cosa simile da quando gli Israeliti sono usciti dalla terra d'Egitto fino ad oggi? Pensateci, consultatevi e decidete!» (Gdc 19,30). E un’altra pagina terribile di Geremia dice: «Non saranno rimpianti né sepolti, ma diverranno come letame sul suolo» (Ger 16,4).
Ma non sarà la fine! La parola del profeta, la preghiera dei superstiti, il cuore convertito delle nuove generazioni, interverranno su quei corpi dissacrati, si farà un supplica di rinascita e certamente dal fango spunterà una nuova Radice di Vita. Santi e morti sono, dunque, indisgiungibili, nei giorni del primo e due novembre per la Chiesa cattolica e sempre nella vita di ogni credente. Santi sono sia i morti sia quelli, come noi, ancora in vita, legati da quel cordone ombelicale che unisce il sangue del grembo al grido del neonato: il Corpo mistico del Cristo morto e risorto. Nervo d’Amore, laccio d’abbraccio tra il qui e l’Oltre. Pregare per i morti comporta pertanto, allo stesso tempo, pregare per i vivi. Siamo un Corpo unico, dove insieme si troverà salvezza, come continua a dire, con pacata e determinata insistenza, papa Leone. Giorno lieto, lietissimo, è dunque, questo; giorno di gratitudine e di Grazia, di ricordo e di Memoria, di lacrime e di Speranza. Giorno di fede dove vediamo nelle foglie marcite l’incipienza di trasformarsi in nuovi, sacri germogli. Poiché tutti noi, santi, siamo rigenerati nell’humus di quel “Santo, Santo, Santo” che è “il Signore, Dio dell’Universo”.

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