Chi era Santa Scorese, uccisa da uno stalker a 23 anni perché aveva scelto Dio
Una testimonianza che tocca le corde dell’attualità quella della giovane barese morta nel 1991, vittima di una violenza di genere. Oggi va verso gli altari «non per come è morta ma per come ha vissuto tutte le sue scelte»

«Ho ventitré anni, non posso morire così!», mormora, rivolta al cognato e allo zio, Santa Scorese, aggredita pochi istanti prima, nel cortile di casa sua, da Giuseppe Di Mauro, dieci anni più grande di lei. È il 15 marzo 1991, ma da tre anni la segue dovunque vada e le lascia biglietti anonimi, per farle capire che dev’essere solo sua, altrimenti morirà. Così avviene, nel giro di poche ore da quell’agguato. Santa, nata il 6 febbraio 1968 a Bari, vive un percorso di giovane coinvolta in vari ambiti della vita ecclesiale e sociale, riuscendo a fare sintesi di tutte queste esperienze in modo personale. Secondo Carmencita Picaro, la Missionaria dell’Immacolata “Padre Kolbe”, che diventa la sua compagna di viaggio, «i suoi due desideri di fondo, ossia essere capace di vivere in pienezza la sua umanità ed essere se stessa alla luce di Gesù, hanno fatto di lei una esploratrice dei segreti di luce per la vita piena, che lei raccoglieva nel campo delle esperienze ecclesiali e che erano presenti, in scintille dello Spirito, in ogni realtà che frequentava». Santa dichiara il suo amore per Gesù in pagine di diario, intessute di riferimenti biblici, in lunghi tempi di adorazione, ma anche tra le lacrime, perché non sempre viene compresa nelle sue scelte. Un’altra costante della sua esperienza è il rapporto con la Vergine Maria, che ha scelto sia affidandosi alle sue cure sia cercando di imitarla come vera donna aperta a Dio e all’umanità. Ama la cultura e la bellezza, s’incanta guardando il mare, pratica la pallacanestro e, con la sorella, ascolta le canzoni di Renato Zero. All’università sceglie inizialmente Medicina per poter essere più utile al prossimo, ma in seguito riconosce di essere più incline all’ascolto che alla cura dei corpi e passa, quindi, a Pedagogia. Continuando la frequentazione di Carmencita e delle Missionarie dell’Immacolata, pensa di poter condividere la loro vita più da vicino per «essere Maria nel mondo», secondo il loro carisma. Tuttavia, dopo un periodo di prova, chiede di non continuare la formazione, per ragioni personali e familiari, ma non abbandona il suo progetto di consacrazione. Proprio in quel periodo, inizia per lei il tempo della persecuzione, che vive come se fosse il suo Getsemani: soffre nel sentirsi limitata nella propria libertà personale, ma sa di non essere abbandonata da Gesù. I comportamenti ossessivi mettono in guardia i familiari di Santa: suo padre è un agente di polizia, quindi cerca di ottenerle una scorta, mentre gli amici l’accompagnano agli incontri a cui sente di non dover mancare. È però sola, la sera del 15 marzo 1991, in cui Giuseppe l’attende nel cortile di casa per portare a termine quello che non era riuscito a compiere il 6 febbraio 1989, in una precedente aggressione; dopo averla ferita con un coltello, viene bloccato e trascorre i successivi dieci anni in un ospedale psichiatrico giudiziario. «Credo che proprio la sua uccisione – aggiunge Picaro – sia stata il suo sigillo d’amore per Gesù e il luogo della sua missione, da dove grida ancora al mondo la bellezza di una vita forte e coerente, vissuta in pienezza, anche se giovane, e la forza che si sprigiona dall’Amore vero condiviso; quello che afferra e trasforma tutta la persona, e che scorre da una fonte che non si dissecca perché è da Dio stesso a cui ci si abbevera in ogni istante».
L’inchiesta su vita e presunto martirio di Santa si è svolta dal 5 aprile 1998 al 7 settembre 1999 nell’arcidiocesi di Bari-Bitonto. Franca Maria Lorusso, avvocata ecclesiastica, che nel 2023 è stata nominata postulatrice della fase romana della causa dall’arcivescovo Giuseppe Satriano, dichiara: «A lui va riconosciuta la lungimiranza (e anche il coraggio pastorale) di non lasciare Santa confinata nella memoria familiare, nella devozione di pochi o in una dolorosa pagina di cronaca» che ha ispirato libri, film, spettacoli teatrali. Pensando a un possibile parallelismo tra lei e altre giovani martiri, uccise da chi voleva violare la loro integrità fisica, aggiunge: «La sua morte non si lascia leggere soltanto come l’esito tragico di una violenza di genere, e nemmeno solo come martirio della purezza. Il cuore della causa è un altro: verificare se Santa sia stata uccisa in odium fidei . Se, cioè, l’avversione dell’aggressore si sia diretta non solo contro la donna che gli si negava, ma contro ciò che lei rappresentava e viveva: la sua fede, la sua scelta di Dio, quella libertà interiore che proprio dalla fede nasceva. Dignità della donna e odium fidei , insomma, non stanno sullo stesso piano. La prima è il volto umano della vicenda, quello che tutti riconoscono al primo sguardo; il secondo, se la Chiesa lo riconoscerà, ne è il fondamento teologico. Santa ha certamente difeso la propria dignità. Ma lo ha fatto perché quella dignità, per lei, aveva un nome preciso: appartenenza a Cristo». La Positio super martyrio è in piena fase di elaborazione a opera di un piccolo gruppo di collaboratori e con la guida del relatore, il carmelitano padre Szczepan T. Praskiewicz. La memoria di Santa viene oggi custodita dall’Aps Amici di Santa , nata nel 2024. Sua sorella Rosa Maria ha percepito un cambio di sensibilità da parte di chi la ascolta per la prima volta raccontare l’esperienza di Santa: «Chiaramente le ragazze sono quelle più coinvolte, si appoggiano, chiedono conforto, ma negli ultimi anni è cambiato moltissimo anche l’atteggiamento dei ragazzi, che cominciano a dimostrare più attenzione su questi temi».
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