Nei borghi della Sardegna la scuola dista anche 3 ore. «Un viaggio che compromette il futuro»

Due ricercatori dell'università di Cagliari hanno calcolato l'impatto del trasporto pubblico sul successo degli studenti. In molti Comuni le scuole raggiungibili in 90 minuti sono solo tre
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July 15, 2026
Nei borghi della Sardegna la scuola dista anche 3 ore. «Un viaggio che compromette il futuro»
Veduta di Escalaplano, in Sardegna
Escalaplano è un paesino «minuscolo per il resto d’Italia, ma abbastanza grande da avere una scuola media in Sardegna». Conta circa 2mila abitanti e negli ultimi trent’anni ha cambiato provincia tre volte. Cristian Usala in quel borgo ci è nato e, per raggiungere le scuole superiori, ogni giorno impostava la sveglia alle 6 del mattino. Prendeva il pullman alle 7 e non tornava a casa prima delle 15 con due ore di viaggio sulle spalle. A quell’ora riprendere a studiare o uscire di casa per fare sport era un’impresa: «Ricordo nitidamente due sole sensazioni – racconta –: la fame e la stanchezza». Ora Usala è ricercatore in Statistica all’università di Cagliari e ha fatto dell’impatto della mobilità sulla povertà educativa l’oggetto della sua ricerca: «Ho visto moltissimi dei miei compagni, anche più bravi di me nelle materie scientifiche, interrompere gli studi perché vivevano troppo scollegati dalla scuola e dai servizi – spiega –. L’ho sempre vissuta come un’ingiustizia e, per questo, ora raccolgo dati che spieghino i motivi dietro alle scelte degli studenti». Con il professor Mariano Porcu, ordinario di Scienze economiche e statistiche a Cagliari, Usala ha analizzato – per la prima volta in modo sistematico – la correlazione tra trasporto pubblico e accessibilità delle scuole. Con risultati che non stupiscono i pendolari: in decine di Comuni sardi le scuole raggiungibili entro 90 minuti non superano le tre. E le opzioni si riducono quando la scelta non ricade sui licei: a chi abita in un Comune sardo senza secondaria di secondo grado per raggiungere un istituto tecnico servono mediamente almeno 40 minuti di viaggio al giorno.
La Sardegna è un osservatorio speciale per questo genere di ricerca, che Porcu ritiene «facilmente ripetibile a livello nazionale». Da un lato, perché è un’area in cui convivono molti Comuni a bassa densità abitativa. Dall’altro perché, secondo la prima indagine della Commissione Istat sulla povertà educativa, è la regione con le fragilità maggiori in Italia. Non solo: «Oltre a queste difficoltà – commenta Porcu –, la Sardegna ha anche una popolazione adulta, i genitori degli attuali studenti, con livelli di istruzione nettamente più bassi della media nazionale».
Per calcolare l’impatto del trasporto pubblico sul successo formativo e sulla dispersione scolastica, i due ricercatori hanno raccolto le informazioni di tutti gli iscritti all’università dal 2010 a oggi e le hanno confrontate, Comune per Comune, con i dati ottenuti tramite i Gtfs (General transit feed specification): un pacchetto di informazioni dettagliate sul trasporto pubblico locale – nome e coordinate delle fermate, orari delle partenze, provider, etc. –, tramite il quale i ricercatori hanno calcolato tutti i tempi di percorrenza. Il risultato è stato riassunto in mappe e pubblicato sul portale Iter, che consente di calcolare quante scuole sono raggiungibili in un’ora e mezza dal Comune selezionato o quanti Comuni sono abbastanza vicini da permettere un arrivo alle 8.30 nella scuola di arrivo. «Questo ci ha permesso di capire che gli studenti delle aree interne – commenta Usala –, quindi quelli che erano pendolari alle superiori, hanno performance migliori all’università sia in termini di voti sia di probabilità di abbandono scolastico». Il motivo ha a che fare con quello che in gergo tecnico definiscono “pregiudizio del sopravvissuto”: «È il frutto di uno sbarramento all’ingresso – conclude il ricercatore –. Significa che chi non ha medie alte alle superiori non si iscrive all’università, perché pensa che non ne valga la pena».
Le mappe di Iter tracciano anche grandi aree nella Sardegna centrale e settentrionale in cui le secondarie di secondo grado non sono presenti. «Tutti i ragazzi che abitano in queste zone – sintetizza Porcu – non hanno affatto possibilità di scegliere se studiare». Sulle mappe del portale, in realtà, si scopre che la maggior parte dei residenti in Comuni periferici ha accesso alle superiori. Ma molto spesso a un solo indirizzo. «Si chiama “monocoltura dell’istruzione” – spiega il professore -: spesso, se nasci in un certo Comune, puoi andare solo a un liceo e non a un tecnico. Ma se la famiglia, spesso poco scolarizzata, non sente di poter sostenere un investimento che arrivi all’università, capita che vieni buttato fuori dal sistema già negli anni della tua adolescenza».

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