Il Papa a Pavia sui passi di Agostino. «Ripetete: mi interessa una città solidale e di tutti. Onorate la dignità di ogni vita»
di Giacomo Gambassi, inviato a Pavia
L’attesa visita nella città che ospita le reliquie del santo vescovo di Ippona di cui Leone XIV è figlio. Il richiamo a essere «costruttori di pace». Il monito: «Non si può amare Dio se non si ama il fratello». L’incontro con i piccoli pazienti malati di tumore: «Dio non vuole che nessuno soffra». La preghiera commossa davanti alle spoglie di Agostino. Alla Chiesa: non scoraggiarsi di fronte alle difficoltà e alla secolarizzazione

Il sole a picco e il caldo torrido che non aveva trovato ad Annaba, l’antica Ippona, li trova a Pavia: seconda tappa del pellegrinaggio del Papa sui passi di sant’Agostino di cui «sono figlio», aveva detto nel primo saluto dopo la sua elezione. È il giorno di Leone XIV nella città dove sono custodite le reliquie del santo vescovo che lega il suo nome a Ippona, la località del suo ministero e della sua morte, oggi in Algeria, che il Pontefice aveva visitato sotto la pioggia e in mezzo al vento gelido il 14 aprile all’inizio del suo viaggio apostolico in Africa. La frase del dottore della Chiesa che Robert Francis Prevost ha scelto come motto, “Nell'unico Cristo siamo uno”, lo accoglie nella facciata della Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro dove da tredici secoli si trovano le spoglie di Agostino. L’urna è stata spostata sopra l’altare dall’Arca, il monumento funebre gotico al centro dell’abside che per la visita del Pontefice è tornato a nuovo splendore. Il Papa incensa le reliquie. Poi si raccoglie in preghiera: a mani giunte, in piedi, con il volto commosso. Ad accompagnarlo il canto “Magne Pater Augustine”. Quindi accende la lampada votiva, omaggio al santo e segno dalla sua sosta davanti al “dottore della grazia” che lo guida fin dai primi passi della sua vocazione.

«Mi interessa», ripete più volte Leone XIV in piazza della Vittoria dove incontra la città. Un richiamo che fa tornare in mente don Lorenzo Milani e il suo “I care”, quando il Papa invita ciascuno a dire: «Mi interessa la nostra città. Mi interessa la salute di chi ho accanto. Mi interessa la bellezza del luogo in cui abito. Mi interessa la qualità della vita negli ambienti in cui lavoro e dove trascorro il tempo libero. Mi interessa questa pianura così fertile, dove ogni campo e ogni fosso porta i segni del lavoro paziente di chi per secoli ha ascoltato il ritmo del creato, sentendosi in armonia con la natura». È un appello alla «buona cittadinanza» quello che consegna il Pontefice sui passi di Agostino, il santo della “città di Dio” che modella la “città dell’uomo”. Proprio la città è al centro della riflessione di Leone XIV con cui conclude le sue quattro ore a Pavia. «Il nome “città”, dal latino civitas, indica, oltre che un luogo, una condizione umana: la città è una per tutti, è singolare e plurale. Essere sociali significa essere solidali, comportandosi da autentici soci: motivati dal bene comune e non da interessi di parte». E aggiunge: «I cittadini sono sempre concittadini. Difatti, si chiama appunto “Comune” l’ente democratico che si prende cura della città, promuovendo il benessere di quanti vi abitano». Poi il monito: «Poiché il popolo è responsabile dello spazio pubblico, davanti alle sfide attuali chiediamoci che cosa fortifica e che cosa erode le nostre case: domandiamoci che cosa rende stabile e che cosa ferisce la nostra società. Altrimenti, ciò che è di tutti rischia di diventare di nessuno: quando l’indifferenza sembra disgregare la nostra comunità, occorre rinnovare l’attiva partecipazione di tutti alla vita cittadina. Dinanzi a forme di degrado e di analfabetismo civico, siamo chiamati a condividere linguaggi di dedizione e di servizio».

Il Papa torna a citare la Costituzione quando chiede «una medesima cura della persona-in-comunità, con la sua dignità e i suoi valori, quelli che vi uniscono come un solo popolo e che sono anche alla base della Carta costituzionale italiana». E sollecita ad avere uno stile civico che «sa coltivare la concordia attraverso il dialogo e l’incontro costruttivo tra le persone e le culture». Non solo. Leone XIV esorta a valorizzare le radici cristiane dell’Italia prendendo spunto dalla croce che si trova nello stemma di Pavia. «Ben più che un simbolo araldico, è una sintesi culturale: ricorda che qui la storia è ancorata al valore universale dell’amore cristiano; ed è una storia da scrivere insieme, esercitando una memoria creativa nell’intesa tra la Chiesa e gli enti pubblici». E l’indicazione di un impegno comune: «Onorate sempre la dignità di ogni vita umana».

La visita comincia poco prima delle tre del pomeriggio quando l’elicottero “papale” atterra in terra lombarda. Tappa d’esordio: il Centro nazionale di adroterapia oncologica, polo di ricerca dove «l’energia nucleare è a servizio dell’uomo e della cura dei tumori, non strumento di morte», spiega il vescovo Corrado Sanguineti. Un centro che «che fa miracoli», dice il Papa che abbraccia i piccoli pazienti con le loro famiglie. «Dio non vuole che nessuno soffra», tiene a far sapere. E aggiunge: «Quello che ci promette Dio, è che sarà sempre presente. E anche quando siamo troppo deboli, ci manda degli angeli». Perché, prosegue, «Dio opera nelle nostre vite anche tramite i medici, gli infermieri, tante persone». Da qui l’importanza della ricerca come via per preparare il futuro. E la raccomandazione: «Se le cose sono difficili, mettiamo tutta la nostra fiducia in Dio».

Poi l’arrivo nel cuore “agostiniano” di Pavia: la Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro. Di fronte a sé il Papa ha oltre cento rappresentanti della famiglia agostiniana e poi il clero, i religiosi e le religiose, i rappresentanti della diocesi di Pavia riuniti per celebrare con lui la liturgia della Parola. «Qui lei è di casa e si sente a casa», gli dice Sanguineti ricordando le sue visite da priore generale degli agostiniani, quella di Benedetto XVI nel 2007 in cui padre Prevost lo accompagnava, l’ultima nel febbraio 2024 da prefetto del Dicastero per i vescovi per concludere l’Anno agostiniano. Il Papa definisce il padre della Chiesa una figura che «brilla di luce preziosa». Perché, sottolinea, «il suo pensiero, la storia della sua conversione, la sua spiritualità ci ricordano il valore e il primato dell’interiorità». Nel chiostro del convento degli agostiniani, dove incontra trenta religiosi, i vescovi della Lombardia ma anche un gruppo di ragazzi che lo acclamano, spiega a braccio che «sant’Agostino ci insegna a vivere ciò che Gesù ci ha detto: non possiamo amare Dio se non amiamo i fratelli». Leone XIV richiama di nuovo la lezione del santo quando dialoga a braccio con i ragazzi degli oratori e con quelli della comunità latinoamericana di fronte al Duomo di Pavia. «Come ci ha detto Agostino, se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace, dobbiamo cominciare con noi stessi. Vuol dire: basta con parole di odio, basta con gli insulti, basta con i bulli, basta con tutto ciò alimentano le guerre fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace e promotori di riconciliazione».

E Agostino torna nel discorso alla cittadinanza perché è «esempio della sana inquietudine che freme in chi ricerca» e«incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione». Binomio caro a Benedetto XVI che Leone XIV rilancia dalla terra del santo caro a entrambi i Pontefici. «Non si può credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede – afferma papa Prevost –. Con questa fiduciosa apertura, infatti, la ragione umana domanda e progetta: non si chiude in logiche di profitto o di dominio, ma scopre nuovi modi per prendersi cura di sé e del mondo. Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita». A fare da spunto è la presenza secolare dell’università intorno a cui ruotano 25mila studenti che «non sperimentano un agglomerato di saperi, ma un sistema capace di formare la persona senza speculare sul suo lavoro», avverte. E alla Chiesa ricorda l’importanza del «dialogo con la cultura» dal momento che «lo studio e l’elaborazione scientifica spronano i credenti a pensare una proposta di fede capace di illuminare la ricerca di verità, di giustizia e di bellezza che muove l’animo umano».

Alla diocesi di Pavia, ma a ogni diocesi, Leone XIV chiede – nel discorso accanto alle reliquie del santo – di «non lasciarsi scoraggiare dalle fatiche, dal contesto secolarizzato e dalle difficoltà nella trasmissione della fede». E invita a essere «Chiesa viva» con «pietre vive» che «cammina in mezzo alla gente, esperta nell’arte di ascoltare e di accompagnare, curando le relazioni con le famiglie, con coloro che si preparano a ricevere i Sacramenti e anche con chi si affaccia saltuariamente o è lontano dalla vita di fede». Il Pontefice indica due riferimenti. Il primo è «stare uniti a Cristo» che «ci preserva dal rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie». Perché, chiarisce, «il centro è Cristo» e occorre fare «crescere una Chiesa in cui si cammina insieme, capace di rinnovarsi senza dividersi». Il secondo è «imparare ad essere comunità cristiane centrate sull’essenziale», anche se «ciò dovesse comportare la rinuncia a qualche struttura e a qualche sicurezza del passato». Il Papa è consapevole che «le problematiche odierne riguardano la trasmissione della fede e la pratica religiosa» in un tempo «nel quale molte persone sembrano aver perduto il gusto spirituale o, per diverse ragioni, non riescono più ad avvertire come attraente la proposta della fede cristiana». Per questo il Pontefice chiama «anzitutto a portare l’annuncio del Vangelo, un annuncio gioioso e liberante di Gesù Cristo, che faccia emergere la bellezza della fede per la nostra vita e per la nostra società. C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede». Il Papa esorta a valorizzare il «meglio della storia» ecclesiale, come «gli oratori» che cita e che incontrerà poco dopo accanto al Duomo. Ma anche stimola a «sperimentare nuove possibilità di incontro». Richiama «le reti di piccole comunità che si incontrano nelle case intorno al Vangelo, aperte al servizio della comunità parrocchiale o pastorale». Incoraggia «la testimonianza negli ambienti di vita, anche attraverso i movimenti e le associazioni». Spinge «a farsi prossimi dei poveri. Invita ad avere uno «stile sinodale nella vita comunitaria, imparando sempre più a camminare insieme, coltivando la fraternità e promuovendo la corresponsabilità». Fuori dalla Basilica, il Papa incontra i malati e i disabili che saluterà a lungo prima di salire in papamobile. Folla lungo le strade e bandiere con i colori vaticani nelle vetrine dei negozi o ai balconi. Il congedo in piazza della Vittoria prima di partire per Sant’Angelo Lodigiano.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire 





