Il nunzio in Angola: «Il Papa porta speranza in un Paese ferito da miseria e divisioni»

Oggi Leone XIV arriva a Luanda. Parla l'arcivescovo Kryspin Dubiel: la povertà è effetto di contingenze negative, dissesto climatico e ostilità belliche
April 18, 2026
Il nunzio in Angola: «Il Papa porta speranza in un Paese ferito da miseria e divisioni»
Il nunzio apostolico Kryspin Dubiel insieme al governatore di Huambo/ VATICAN MEDIA
Povertà, ferite della storia e disuguaglianze sociali si intrecciano nel presente dell’Angola. «Ma il Paese non è solo questo. Lo scorso anno, ad esempio, ha guidato l’Unione Africana e si è dimostrato un efficace mediatore tra i Paesi in conflitto», racconta l’arcivescovo Kryspin Dubiel, presule d’origine polacca che dall’estate 2024 è nunzio apostolico in Angola. È una nazione in cerca di speranza e riconciliazione quella che Leone XIV visita da oggi fino a martedì, terza tappa del suo viaggio apostolico in Africa. Speranza significa anzitutto riscatto dalla miseria strutturale che attanaglia la popolazione, nonostante il Paese sia uno dei principali produttori di petrolio nel continente (e uno dei primi dieci fornitori dell’Italia), ma faccia anche i conti con una così pesante dipendenza dal greggio tanto da essere definito la “maledizione delle risorse naturali”. «È vero, la povertà è uno dei punti dolenti nella vita sociale. Molte persone vivono in condizioni di bisogno. Però va detto che oggi è possibile invertire la rotta», spiega ad Avvenire il rappresentante diplomatico della Santa Sede nello Stato affacciato sulla costa occidentale dell’Africa meridionale, che ha 39 milioni di abitanti e un’estensione pari a due volte la Francia.
L’economia è in ripresa; però lo scorso anno la capitale Luanda è stata teatro di manifestazioni popolari di protesta contro l’aumento dei prezzi che sono state accompagnate da violenze e arresti. «La povertà è un effetto di contingenze negative, dissesti climatici, ostilità belliche – afferma il nunzio –. Qui ci vuole il coraggio di soccorrere la gente». E poi c’è la sfida della riconciliazione. Il Papa – il terzo in Angola dopo Giovanni Paolo II e Benedetto XVI – arriva in un Paese che nel 2025 ha ricordato il mezzo secolo di indipendenza ma anche l’inizio della guerra civile che lo ha dilaniato fino al 2002. «I cinquant’anni d’indipendenza sono stati segnati da scontri armati che hanno seminato lutti e lasciato cicatrici non rimarginate nella società angolana. Ecco perché è necessario un lungo e faticoso percorso che consenta di sanare le ferite collettive. E in prima linea c’è la Chiesa cattolica». Chiesa cattolica che è la principale confessione religiosa in un Paese a maggioranza cristiana dopo il ventennio di ateismo di Stato che fino al 1992 era stato imposto dal regime comunista. «La comunità ecclesiale ha un punto di forza: la gioventù – sottolinea l’arcivescovo Dubiel –. Non è un caso che si dedichi molto all’educazione: ciò vuol dire investire sui giovani e quindi sul progresso nazionale».
Eccellenza, che cosa attendersi dalla visita del Papa?
«La visita è già fonte di gioia per il popolo dell’Angola. C’è attesa di ascoltare la voce del Pontefice e di pregare insieme con il “Pietro dei nostri tempi”. A scandire la sosta sarà la dimensione della speranza di cui il Paese ha un notevole bisogno per vedere il prossimo, il domani e la comunità internazionale con occhi di fiducia».
Leone XIV ha dedicato la prima esortazione apostolica ai poveri. L’Angola è la terza economia dell’Africa subsahariana. Ma perché una povertà così diffusa?
«Il Paese ha urgenza di progetti e buone pratiche che creino un clima di condivisione. Ci vuole un cuore sensibile per vedere il povero e fare qualcosa in favore di chi soffre. Il mondo di oggi ha le potenzialità per dare un futuro diverso alla gente e va fatto tutto il possibile per sradicare ogni forma di povertà».
Papa Leone ha parlato di popoli derubati. L’Africa continua a essere sfruttata?
«L’Africa è un continente con molte ricchezze che, però, spesso diventano oggetto di azioni abusive. Le risorse naturali sono patrimonio dei popoli che vivono qui e che hanno il pieno diritto di goderne i benefici. Certo, non mancano conflitti provocati proprio dal loro controllo. Pertanto serve un giusto e trasparente processo nel governo di questi beni che deve andare di pari passo con programmi tesi all’equità sia fra i cittadini, sia fra gli Stati».
Anche l’Angola si confronta con la crisi ambientale.
«Il cambiamento climatico è un dato di fatto. La gestione irresponsabile delle risorse naturali provoca effetti negativi su intere popolazioni. Il tema dell’ecologia e della salvaguardia del creato è nell’agenda della Chiesa. Sono convinto che il Papa ci offrirà opportunità di riflessione su una nuova visione del continente africano e sull’impegno a essere responsabili per costruire un avvenire nel segno della solidarietà umana e cristiana».
I vescovi del Paese hanno denunciato la corruzione, domandato più risorse per la popolazione, chiesto garanzie sui diritti fondamentali. Si fanno interpreti dei malesseri sociali?
«La Chiesa è presente in modo attivo nella vita nazionale. E i suoi pastori, uniti nella Conferenza episcopale, intendono essere voce di chi non ha voce, di chi non ha spazi per esprimersi. Sostengono ogni iniziativa che tenda al bene comune. E la visita del Papa sarà di fondamentale supporto».
Come favorire una riconciliazione post-guerra civile?
«Ancora il Paese si porta con sé ingiustizie e tensioni. Va incoraggiato un cammino di guarigione. E qui il messaggio di salvezza che viene da Cristo offre elementi che possono essere un balsamo per quanti hanno sofferto e soffrono: il perdono, la giustizia e la misericordia sono bussole del Vangelo».
L’Africa è corteggiata da russi, cinesi, turchi, arabi. Quale il ruolo dell’Angola?
«Anzitutto, il Paese vuole mostrarsi sulla scena internazionale come un interlocutore valido e competente. Nei confronti degli Stati limitrofi ha dato buona prova di saper tutelare i valori cari al continente. E anche durante il vertice con l’Unione Europea, che la capitale Luanda ha ospitato a novembre, ha testimoniato come si possano reinventare le relazioni fra il nord e il sud del mondo».
L’Angola, Paese a maggioranza cattolica, ma vede proliferare le sette.
«La gente ha un profondo legame con la Chiesa. E tra i cattolici si nota sia una forte identità, sia un radicato senso di appartenenza ecclesiale. Eppure non mancano casi in cui si esce dalla Chiesa per rifugiarsi in una vita spirituale “light” che non è esigente. Al tempo stesso l’Angola dice come la Chiesa cattolica sia presente in molti ambiti della vita quotidiana. Perché vuole essere là dove le persone hanno bisogno di aiuto. Tre sono i verbi che raccontano il suo stile di prossimità: vedere, valutare e agire. A cominciare dai sacerdoti e dagli ordini religiosi che sono accanto a chi ha maggiori difficoltà».

© RIPRODUZIONE RISERVATA