Il vescovo di Butembo-Beni. Ma in Congo cresce la presenza jihadista


ROBERTO ROTONDO giovedì 26 novembre 2015
Una nuova frontiera del terrorismo jihadista potrebbe aprirsi a Beni, nel cuore della Repubblica Democratica del Congo. Infatti, intorno a questa città del Nord Kivu, la regione più instabile del Paese al confine con Uganda e Ruanda, la Afd-Nalu, il gruppo di ribelli guidato da Jamil Mukulu, che ha sempre più un carattere islamista, da alcuni anni sta seminando violenza e morte. Solo nel 2015 ha già ucciso oltre quattrocento persone, distrutto villaggi e costretto alla fuga dalle proprie terre settantamila persone, ora a rischio di morte per fame e miseria. Per il vescovo della diocesi Butembo-Beni, Melchisedech Sikuli Paluko, ci sono tutti gli elementi per pensare che questo fenomeno montante, che non ha riscontro in altre zone del Paese, risponda a una strategia per l’istallazione di centri di integralismo islamico nelle aree interne al Congo sul modello Boko Haram in Nigeria. Eccellenza, che cosa sta accadendo a Beni? Nel territorio di Beni più di ottocento persone sono state rapite negli ultimi cinque anni, di tre nostri sacerdoti non abbiamo più notizie dal 2012. Centinaia di persone sono state uccise brutalmente con machete, coltelli e asce; molti bambini sono stati mutilati e intere famiglie decimate. Si tratta di veri e propri atti di genocidio, che sembrano mirino a cacciare la popolazione per avere sotto controllo aree all’interno delle quali possono sfruttare le risorse naturali e creare campi di addestramento e indottrinamento. Ma le “Forze democratiche alleate- Esercito nazionale per la liberazione dell’Uganda” (Adf-Nalu), gruppo di origine ugandese composto anche da guerriglieri di religione musulmana, fino a pochi anni fa dava gli stessi problemi degli altri gruppi ribelli, oggi, invece, per l’International Crisis Group, è il solo gruppo armato congolese considerato un’organizzazione terroristica appartenente alla nebulosa islamista in Africa dell’Est. Che cosa è cambiato? Da quando Adf è guidato da Jamil Mukulu, cristiano convertito alla setta islamica tabliq, si è radicalizzato, diventando un incubo per gli abitanti della regione orientale della Repubblica Democratica del Congo, e un’organizzazione che detiene basi militari per l’addestramento di miliziani provenienti da taltri Paesi. Mukulu è un personaggio di cui si parla ancora poco, ma che ha tanti contatti. Lo scorso maggio è stato arrestato in Tanzania, ma poi è stato stato estradato in Uganda, nonostante le proteste dei difensori dei diritti umani congolesi che chiedevano che venisse giudicato in Congo per i crimini commessi nella zona di Beni. Sui campi di addestramento c’è grande preoccupazione da parte dei vescovi. Molti giovani sono stati attirati tra le montagne del massiccio del Ruwenzori, dove ci sono le basi di questi jihadisti, con la promessa di borse di studio in Medio Oriente, in Europa, in Canada. Poi gli è stata inculcata l’idea che con la conversione all’islam usciranno dalla povertà. Per questo il nostro compito più importante non è solo denunciare questa situazione, ma rievangelizzare il nostro popolo, per salvarlo da queste trappole criminali. Ho avuto un video girato di nascosto in un campo di addestramento dell’Adf in cui si vedono bambini tra i sei e i dieci anni che vengono addestrati in divisa da combattimento sotto il controllo di uomini armati, ragazzi che vengono indottrinati e ragazzine con il velo. Quel video è un documento importantissimo e l’ho consegnato anche alle forze Monusco la missione Onu per la stabilizzazione del nostro Paese. Non so se ci saranno iniziative da parte loro, perché il ruolo di una parte della missione Onu resta poco chiaro: tra i membri della Monusco ci sono stati in questi anni musulmani fondamentalisti, che venivano dal Pakistan e dal Nepal, i quali hanno fondato scuole coraniche e costruito moschee nelle zone vicine alle loro basi. Sabato prossimo lei parteciperà con una delegazione di vescovi congolesi alla visita del Papa a Kampala in Uganda. Che cosa si aspetta? Il Papa ha sottolineato che viene in terra africana «per proclamare l’amore di Gesù Cristo e il suo messaggio di riconciliazione, perdono e pace ». Questo messaggio di pace è molto importante per noi dei Paesi dei Grandi Laghi e la nostra delegazione vuole proprio testimoniare che i vescovi dei Grandi Laghi, aldilà della propria nazionalità, sono uniti per cooperare assieme alla pace.
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