«Non era Richelieu, credeva davvero di poter essere cristiani nel mondo»
di Paolo Viana
Sergio Belardinelli, coordinatore scientifico del comitato del Progetto culturale della Chiesa italiana, traccia un profilo dell’ex presidente della Cei

La politica lo ha dipinto nei panni di Richelieu. La cultura laica in quelli del defensor fidei, arcigno custode dei valori non negoziabili. Il sociologo Sergio Belardinelli, che ha coordinato il comitato del Progetto culturale della Chiesa italiana, ha visto da vicino un Cardinale diverso. Più sorridente e complesso. Ammette che l’immagine pubblica di Ruini e quella del suo Progetto culturale sono state controverse «ma questo non è dipeso certo dal fatto che il Cardinale Ruini e la Chiesa italiana non si siano impegnata a fondo nel donarsi all’Italia, quanto perché il Paese non ha compreso l’importanza della sua sfida, che è tuttora attuale, a giudicare dal livello del mainstream e della cultura popolare diffusa dal digitale».
Cosa aveva in mente Ruini quando promosse il progetto culturale?
«Ciò che aveva in mente anche Giovanni Paolo II, che nell’82 al Meic disse: “Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta”. Ruini, che era a capo della Cei, comprese l’importanza di passare da una pastorale dottrinaria a una pastorale antropologica e che ciò non avrebbe disseccato le radici della fede ma le avrebbe rinvigorite. A partire dalla prolusione del ’94, mise al primo posto l’evangelizzazione della cultura e l’inculturazione della fede, convinto com’era che il Paese avesse bisogno di “vivere” le radici cristiane».
Si illuse che l’Italia fosse pronta?
«Chi ritiene che quel progetto non abbia raggiunto i propri obiettivi non riconosce che la Chiesa italiana da allora si è staccata da alcuni vecchi paradigmi per operare in un campo largo, quello dell’antropologia cristiana. Rileggiamo il discorso del 2005: «in Gesù Cristo, nella sua vita e nella sua morte e risurrezione, nelle sue parole e nelle sue opere, ci è data una precisa immagine e interpretazione dell’uomo, che è alla base di un’antropologia ben determinata e al contempo plastica e dinamica, capace cioè di incarnarsi nelle più diverse situazioni e contesti storici, conservando però la specifica fisionomia, i suoi lineamenti essenziali e i suoi contenuti di fondo». Ruini rivendicò la libertà delle scelte del cristiano, ricostruendo però un legame diretto, personale e culturale, tra queste scelte e la verità della fede. Penso che sia stato criticato non tanto dai cristiani che si sono trovati “sfidati” a inculturare la propria fede, ma da chi ha visto cambiare atteggiamento a quella Chiesa che si illudeva di poter strumentalizzare come alleato o come avversario».
Si riferisce al mondo politico, evidentemente.
«E’ evidente che con la presidenza Ruini, ma anche poi con quella del cardinal Bagnasco, la Chiesa italiana abbia adottato un modo di rapportarsi meno diretto, più libero e articolato, nei confronti del mondo politico. Non piacque a tutti».
Il suo intento era di controllare la politica?
«No, e neanche la cultura, ma di affermare il tema dell’antropologia cristiana. Centrando la riflessione e l’esistenza stessa su Gesù Cristo difendeva la dignità dell’uomo sotto tutti gli aspetti, per quanto alla pubblicistica laica sia piaciuto affermare che fosse attento soltanto ai temi bioetici. Il progetto culturale scrisse pagine ben più ricche, come quelle sulla sfida educativa, sulla demografia e sul lavoro. I suoi convegni cercarono di aprire un dibattito di alto livello, ad esempio interrogandosi sulla dimensione contemporanea della figura di Gesù. Questa riflessione portò a valorizzare la ragione umana, come molti laici compresero, e a farne qualcosa di molto più ampio della semplice ragione scientifico-tecnica. E questo irritò chi si riteneva danneggiato da una sorveglianza etica sulle applicazioni del sapere scientifico. Ma anche qui lo scontro non fu di potere bensì di visione dell’uomo: laddove la tecno-scienza lo vorrebbe ridurre a “oggetto”, il Cardinale Ruini rimetteva al centro il soggetto e la sua dignità. Ciò non era negoziabile e non l’utilizzo della scienza: lui contrastava “l’idea ingannevole e anti-umana di uno sviluppo deterministico e neutrale della tecno-scienza” e la convinzione che non tutto ciò che è fattibile è anche etico. Un discrimine su cui lavorare ancora».
Ruini fu il Cardinale prediletto di Wojtyla?
«Fu uno dei più stretti collaboratori e interpreti di quel Papa, esattamente come di Benedetto XVI, al quale era legato da una simmetria intellettuale. Oltre che di teologia, Ruini era appassionato di matematica, filosofia, di arte, perché assegnava una importanza antropologica alle “prestazioni” della nostra intelligenza e della nostra libertà. La centralità della cultura nella sua pastorale non era un vezzo intellettuale ma la traduzione del motto “Veritas liberabit nos”, la verità ci farà liberi. Collegare libertà e intelligenza era la sua “strategia”, che lo univa a Ratzinger, così come a tanti laici, che non a caso dialogarono con Benedetto XVI. Entrambi rispettavano la ragione ma la difendevano dal delirio di onnipotenza che sta distruggendo tuttora la dimensione universalistica della ragione umana per assolutizzare il valore delle sue applicazioni, come se dovessero essere indipendenti dalla loro origine, che è nell’uomo e per l’uomo. Vale per l’AI disumanizzante come per la guerra che miete tante vite».
Il dibattito sulla bioetica e sui valori non negoziabili divise il mondo cattolico. Fu un errore?
«Non sono convinto che vi fossero – né vi siano - cattolici contro le radici cristiane dell’Europa, la famiglia, il rispetto della vita umana, la bioetica, così come non ho ascoltato cattolici, che abbiano un’idea di che cosa significhi esserlo, schierarsi contro l’accoglienza ai migranti e lo sguardo privilegiato della Chiesa per i poveri, o addirittura contro il Magistero di papa Francesco. Queste sono divisioni che piacciono ai giornali, ma che poi, gratta gratta, non ritrovi nella quotidianità del popolo di Dio. Certo, Ruini aveva una sua ostinazione a tener fermi i “valori non negoziabili”, che però erano cari anche a San Giovanni Paolo II e a Benedetto XVI e non mi risulta che l’emergenza antropologica di cui si parlava allora sia venuta meno negli anni di Francesco, quando è esploso il digitale e la Chiesa ha proseguito a vari livelli la riflessione “antropologica” intensificata dal Progetto culturale ma che ha le sue radici – almeno – da Leone XIII in poi. La Magnifica humanitas dimostra quanto l’approccio del Magistero sociale sia lo stesso. Quanto alla scelta di schierarsi con il referendum del 2005 sulla “procreazione medicalmente assistita”, la considero anch’io una scelta politicamente scaltra, ma nel contempo anche un richiamo utile ai cattolici a impegnarsi senza perdere di vista Gesù Cristo. La vita cristiana comporta un certo modo di essere nel mondo, che bisogna amare senza assecondarlo, altrimenti significa accettare l’irrilevanza, come spiegò più volte lo stesso Ruini».
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