Viaggio nella Spagna della maxi sanatoria: «Lavoro e diritti battono la paura»
di Francesca Ghirardelli, Barcellona (Spagna)
Sulla costa est, la gigantesca industria del turismo poggia sul lavoro quotidiano dei migranti. Oltre un milione di persone sperano nella regolarizzazione straordinaria. «Si svegliano all'alba per caricare merci o pulire hotel. Hanno il desiderio di contribuire alla società»

Una spiaggia tutta diversa, non di morte, disperazione, né di speranze infrante come a Ceuta, nessun salvagente abbandonato né cumuli di ciabatte e vestiti perduti nello sforzo di arrivare a terra. Al tramonto, sulla sabbia della Barceloneta, tra bagnanti locali e turisti, gruppi di ragazzi maghrebini e subsahariani giocano a calcio nel campetto pubblico, mentre famiglie sudamericane richiamano i bambini dall’acqua.
Qui, sulla costa est, la gigantesca industria del turismo poggia sul lavoro quotidiano dei migranti, manodopera imprescindibile per l’infinita galassia di ristoranti, negozi, hotel e bar. Per circa 1.174.000 persone che da anni ci lavorano in nero, le speranze di uscire dall’ombra (e dallo sfruttamento) oggi sono più concrete che mai. Tante sono le richieste presentate (il doppio di quanto ci si aspettava) nell’ambito della “ regularización extraordinaria” , la mega sanatoria spagnola avviata ad aprile e chiusa a giugno, in totale controtendenza rispetto alle politiche migratorie restrittive del resto dell’Unione. «Un atto di normalizzazione, di riconoscimento della realtà di quasi mezzo milione di persone che già fanno parte della nostra vita quotidiana» l’aveva definita all’avvio il premier Pedro Sanchez. Contro questa regolarizzazione punta ora il dito, dopo la crisi di Ceuta, il Dipartimento di Stato Usa, e lo stesso fa la lettera promossa da Italia e Danimarca, indirizzata alle istituzioni dell’Unione e firmata da ventidue Capi di Stato e di Governo per la convocazione urgente della videoconferenza dei ministri dell’Interno, fissata per oggi. “Abbiamo il dovere di scoraggiare e combattere l’immigrazione clandestina, coordinando le nostre azioni, (…) affrontando tutte le politiche che possono fungere da fattori di attrazione, come la regolarizzazione di un numero molto elevato di migranti irregolari”, si legge. Poi il testo fa riferimento a ipotetici rischi di “movimenti secondari” da un Paese Ue all’altro, che però nulla hanno a che vedere con la regolarizzazione che permetterà di risiedere e lavorare legalmente solo in Spagna. Chi mai vorrebbe perdere un permesso legale per ripiombare nella clandestinità altrove, lasciandosi alle spalle un Paese con tassi di crescita economica che nella Ue molti invidiano? Adottata tramite Real Decreto, la sanatoria è frutto di un’Iniziativa Legislativa Popolare (Ilp) che ha caratteristiche senza precedenti. A promuoverla, con l’aiuto di società civile, sindacati e Chiesa Cattolica, è stato il movimento autorganizzato di migranti Regularización Ya. Nato nel periodo del Covid, in sei anni di lotta, prima attraverso una Proposta Non Legislativa (bocciata), poi con una Ilp sostenuta dalla raccolta di 700.000 firme, ha condotto all’opportunità di regolarizzare gli stranieri arrivati in Spagna prima del 1° gennaio 2026 (e richiedenti asilo con domanda prima di quella data) e senza precedenti penali.
Nel suo ufficio a due minuti dal mercato della Boqueria incontriamo Lamine Sarr del Sindicato Popular de Vendedores Ambulantes, uno dei sei portavoce nazionali di Regularización Ya. Originario del Senegal, è arrivato in Spagna vent’anni fa. «Si tratta di un risultato storico, è la prima volta che collettivi di migranti riescono ad arrivare a una regolarizzazione attraverso una campagna di raccolta di firme di cittadini spagnoli. Non ci rendiamo ancora conto della portata dell’enorme lavoro svolto. Avvocati e attivisti ci dicevano che sarebbe stato impossibile».

Chiediamo come proceda la valutazione delle domande e se la crisi di Ceuta avrà ripercussioni sul processo. «Per ora ci sono pochissime risoluzioni definitive. Ceuta non c’entra nulla, l’estrema destra userà di certo il caso, ma la regolarizzazione ha avuto una data di inizio e una di fine» commenta. «Non c’è alcun argomento valido che possa giustificare il collegamento tra questa iniziativa e il massiccio afflusso di persone al confine. È un fatto di giustizia. Vivere qui senza documenti è come stare in una prigione invisibile. Il peggio è trovare un alloggio. I proprietari non vogliono più affittare appartamenti interi, li dividono in stanze, in condivisione. E quando scoprono che sei nero, è impossibile. Molti dormono in baracche». Eppure, argomenta sicuro, «la migrazione stimola l’economia. Ovunque, persino in Senegal, le persone che fanno maggiori sacrifici per guadagnarsi da vivere sono gli immigrati. Qui se all’alba vai in metro, trovi i lavoratori stranieri che si alzano presto per andare a caricare e scaricare camion, lavorare nei campi, pulire hotel, cucinare nei ristoranti, mentre la gente del posto esce alle nove per andare in ufficio. Se nell’Ue ci sono Paesi che non vogliono cogliere questa opportunità, e invece discriminano e reprimono, sono loro che ci rimettono. Dei diritti si beneficia tutti».
Il lavoro di raccolta delle domande è stato frenetico, soprattutto per il rilascio dei “certificati di vulnerabilità” richiesti fra i requisiti. Il governo ha accreditato enti e associazioni a questo scopo. Nella lista c’è anche Caritas, che con altre organizzazioni ecclesiastiche ha dato un forte impulso all’iniziativa. Lo assicura, accogliendoci nella sede di Alicante, Alfredo Marhuenda Fluixa, referente della Caritas locale. «Alcune persone hanno già ricevuto conferma dell’accettazione (non approvazione) della candidatura, il che modifica temporaneamente lo status legale, perché permette di cercare un impiego regolare» precisa. «Se la decisione finale sarà negativa, il permesso sarà revocato». Con un team legale e molti volontari, questa Caritas Diocesana ha assistito 2.469 richiedenti, prevalentemente di origine colombiana e algerina. «Abbiamo istituito un punto di raccolta nella parrocchia del Carmen, zona fra le più fragili della città. C’erano persone che facevano la fila fuori anche di notte. In grande maggioranza, giovani con enorme energia e il desiderio di contribuire alla società, arrivati con un visto in aereo, una minoranza anche in barca. Poi richiedenti asilo venezuelani e persone da Guinea, Nigeria, Egitto, India, Pakistan, rimaste qui in un limbo per tre, quattro, anche sei anni». Descrive «la grande ansia di tutti, perché il processo genera molta speranza ma anche molta incertezza», poi parla della «gratificazione di quando chi arrivava ai nostri sportelli con enormi preoccupazioni, se ne andava con sorpresa e gioia».
Sulle reazioni della popolazione locale, ci tiene ad aggiungere: «Stiamo vivendo un periodo di polarizzazione politica dove gli estremismi prendono il sopravvento, in Europa, in Spagna, come nelle nostre parrocchie. Alcuni sono restii ad accogliere, ma credo che la stragrande maggioranza sia favorevole. Quando gli spagnoli incontrano queste persone nel quartiere, al lavoro o nella scuola dei figli si rendono conto che sono esattamente come loro».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire 





