«Io, missionario tra i giovani di strada nella Corea che aspetta la Gmg»
di Irene Funghi
Padre Vincenzo Bordo descrive le criticità del Pese dove i suicidi crescono e sono molti i ragazzi che scappano di casa. Tra le risposte della Chiesa, i rifugi di "Casa di Anna" e il pullman di "Azit", che va a cercare chi rimane ai margini

Corri! Vai veloce, non ti fermare. «Ppalli, ppalli», «in fretta, in fretta». La chiamano così a Seul la cultura che dopo l’ultima guerra ha portato a una crescita economica repentina ed esponenziale. Tra il 1950 e 1953, Corea del Nord e Corea del Sud, così divise dopo la fine della Seconda guerra mondiale e sostenute una dall’Urss e l’altra dagli Usa, valicavano reciprocamente i propri confini. Cinquant’anni dopo, Samsung, LG, Hyundai sono diventate solo alcune delle realtà che da lì si sono diffuse in tutto il mondo assieme alla musica, il cibo, le serie televisive e persino il make-up sudcoreani. «Qui funziona tutto!», esclama il missionario oblato di Maria Immacolata padre Vincenzo Bordo, quando, dopo una giornata intensa di lavoro, a sera, si lascia raggiungere da “Avvenire”. «Chi arriverà per la Gmg rimarrà sicuramente colpito dalla tecnologia», aggiunge. I grattaceli svettano, le pareti a vetri scintillano, la metro arriva precisa al secondo. Ma i giovani, lì, come stanno? Padre Bordo, prima di rispondere, fa una pausa. La sua è una missione nata 36 anni fa per andare in cerca dei poveri. «Qui si nascondono», spiega. Non è dignitoso “perdere la faccia”, essere additati come i responsabili di un certo degrado. «Se qualcuno butta una carta a terra, entra in metro urlando o fa confusione, significa che non rispetta la comunità», dice con un esempio tanto semplice, ma capace di accendere una spia sulla cura che anche i giovani del mondo durante la Gmg di Seul dovranno avere.
In questo orizzonte, però, le crepe che spaccano le società occidentali, sottotraccia, si aprono anche in Corea. Quotidiani e statistiche governative alla mano, Vincenzo Bordo inizia a raccontarle in cifre: «Negli ultimi 5 anni, il suicidio in età scolare è aumentato del 65%. L’anno scorso i ragazzi che hanno perso la vita così sono stati 244. Abbiamo un tasso tra i più alti al mondo». Perché? «C’è una forte competizione e chi non riesce a tenere il passo, si sente un escluso». Lo stress legato all’istruzione è senz’altro molto alto, dato che la cultura che deriva dal confucianesimo le dà un grande peso e il giorno che equivale a quello del nostro esame di maturità lì è festa nazionale. È secondo, però, ai motivi familiari. In tanti, infatti, anche senza arrivare al gesto estremo, decidono di scappare di casa e vivere per strada. «Dopo il divorzio, la legge coreana prevede che i figli rimangano a vivere con il padre. La maggior parte degli uomini si risposa con una donna dello stesso livello economico e culturale, che però non accetta i figli del precedente matrimonio. Li esclude, non prepara loro da mangiare e iniziano violenze verbali, fisiche e psicologiche. Allora i ragazzi scappano di casa».
In una Corea in cui tutto brilla, dicevamo, padre Bordo i poveri li ha trovati a Sung Nam, una cittadina di un milione di abitanti poco fuori Seul. «Bisogna avere un cuore allenato, che noti i dettagli, per riconoscere chi è in difficoltà», dice. Per loro, giovani e senzatetto di diverse età, ha creato “Casa di Anna”, una onlus dove 60 assistenti sociali e 500 volontari si spendono per una mensa che offre ogni giorno la cena a 500 persone, il 70% dei quali trova lì l’unico pasto della giornata. Per loro, ci sono sportelli legali, di orientamento al lavoro, un servizio docce, dei barbieri e, una volta a settimana, la distribuzione di vestiti puliti. Mentre, per i giovani che chiedono aiuto, «c’è un rifugio, dove possono stare due anni, con lo scopo di farli tornare in famiglia, quando è possibile. Se non lo è, un altro rifugio li accoglie per circa sei anni. Lì possono diplomarsi, trovare lavoro e cercare poi una casa popolare o accedere a una nostra struttura di co-housing».





Una domanda però rimaneva inevasa: «I ragazzi che vivono per strada sono circa 250mila e nella nostra cittadina ne scappano di casa circa 2mila all’anno. Noi ne aiutiamo 200. Ci siamo chiesti dove fossero gli altri 1.800 e abbiamo organizzato un autobus con cui li andiamo a cercare per le strade della città. Ci fermiamo, sistemiamo tende e sedie e iniziamo a parlare con loro». Il missionario italiano parla così di Azit, il progetto che, per lui, mostra come la Chiesa, provata dalla secolarizzazione, in Asia e nelle società occidentali, potrebbe ricominciare a fiorire. «Ci siamo abituati a una religione di tipo scolastico, insegniamo ai giovani qualcosa scritto nei libri. E loro, col passare del tempo, se ne vanno. La fede, però, è un’esperienza», dice. Non sempre le ferite che si incontrano per strada si possono rimarginare. È il caso di una ragazza diciannovenne, vittima di violenze da parte del padre, di cui anche la madre è succube. «Ormai è maggiorenne e, se non è lei a denunciare, la polizia non può intervenire. Noi, cerchiamo di mantenerci in contatto e starle vicino». Oppure di quella giovane di 16 anni, che «diversi anni fa mi stringeva la mano mentre mi raccontava come, senza neanche accorgersene, entrò nel giro della prostituzione. Le proposi il nostro aiuto, i rifugi, il supporto degli avvocati. Se ne andò, dicendo che ormai era troppo tardi e ancora sento la sua mano che stringe la mia», racconta ancora Bordo. Quel che conta, per lui, è esserci, rimanere lì, come Maria sotto la Croce: «Non possiamo risolvere tutti i problemi dei nostri amici, ma non possiamo nemmeno abbandonarli».







E questo attira: come in tutte le società secolarizzate, anche in Corea l’inverno demografico fa calare il numero dei giovani e gli adolescenti vengono attratti dalla promessa di un benessere a portata di mano più che da una proposta di spiritualità. «La storia della nostra Chiesa, nata dai laici, figlia dei martiri, viene tramandata oralmente, ma rischia di rimanere una memoria che non riusciamo più a incarnare. Nelle parrocchie, la partecipazione alla Messa dei giovani nel ’92 era dell’80%, ora siamo al 17%, ci dicono le statistiche dei vescovi». «Ad Azit, allo stesso tempo, sono arrivati 70 giovani, che non si riconoscono in nessuna religione, per fare volontariato: lì, dove spezziamo il pane per i poveri, fanno esperienza di Dio, come i discepoli di Emmaus, mentre camminavano a fianco del Risorto senza riconoscerlo», aggiunge. «Vorrei che questa esperienza si propagasse per la Corea e anche in Italia», la sua speranza, raccontata anche nel libro “Vi aspetto a Seul”, scritto in italiano in vista della Gmg.
Il mondo intero, per quel grande evento, dal 3 all’8 agosto 2027, si confronterà con questa realtà e si chiederà come vivere la propria fede senza compromessi quando le società suggeriscono altro. La Chiesa coreana «da due anni si sta muovendo per gestire la macchina organizzativa e sta riflettendo su cosa proporre ai giovani che arriveranno. È una grande occasione, per riprendere in mano la nostra storia. C’è molto fermento», dice ancora Bordo, che nella “Casa di Anna” ospiterà gruppi provenienti da Arezzo, Viterbo e Roma e, per alcune diocesi del nord Italia sta facendo da tramite con altri parroci, che stanno mettendo a disposizione altri spazi.
“Abbiate coraggio, io ho vinto il mondo”, il sussurro che, dando il tema alla Giornata, accompagna questi giorni e farà da sfondo all’appuntamento di agosto. Non c’è secolarizzazione che tenga. Seul è pronta a lasciarsi scoprire, a provocare, a mostrare le sue contraddizioni, ma anche a svelare il suo volto più autentico. «Condivideremo quello che avremo e in mezzo a un mondo segnato dall’indifferenza e dall’egoismo saremo pronti ad ascoltare dal Papa parole di unità. Starà a tutti gli educatori, poi, aiutare a far germogliare quel seme di pace che durante la Gmg verrà piantato nel cuore di ogni giovane».
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