Faranda e Ricci, la pace di una amicizia disarmante
Sabato sera, nella Veglia per la Pace organizzata dai giovani dell'Azione Cattolica di Roma alla Chiesa del Gesù, la testimonianza di riconciliazione di Adriana Faranda, ex brigatista coinvolta nel sequestro Moro, e Giovanni Ricci, figlio dell'appuntato Domenico, membro della scorta dell'onorevole, ucciso nell'agguato in via Fani.

La «pace disarmate e disarmante» evocata da Leone XIV ha il volto, con le loro mani che si tengono fra loro, di Giovanni Ricci e Adriana Faranda in un sabato notte molto particolare alla Chiesa del Gesù nuovo, a Roma. Nessuno più di loro può testimoniare, drammaticamente, la tragedia a cui conduce la pretesa di portare la giustizia attraverso la violenza e la lotta armata. Lo sa bene lui, che un bel giorno – diventato d’un colpo il più brutto della sua vita – riconobbe l’orologio del padre dalle immagini in tv, dal braccio che fuorusciva, in via Fani, da un lenzuolo che ricopriva un corpo crivellato di colpi, quello del carabiniere Domenico Ricci, autista di Aldo Moro. Lo sa bene lei, ex “postina” delle Brigate rosse, che da quel giorno è piombata in un buio ancora più fitto per aver preso consapevolezza dell’insensatezza di aver contribuito a togliere la vita a delle persone innocenti inseguendo una prospettiva rivelatasi ben presto illusoria.
La pace che è tornata, dopo l’odio, nei loro cuori, al termine un lungo e faticoso cammino di riconciliazione, sono venuti a raccontarla qui, proprio di fronte alla sede della Democrazia Cristiana di allora e a due passi da via Caetani, dove il corpo del presidente della Dc fu fatto trovare dai brigatisti nel bagagliaio di una Renault rossa. C’è un silenzio assoluto in Chiesa, alla veglia di preghiera per la pace organizzata dall’Azione cattolica romana in collaborazione con la Caritas diocesana. Sarà rotto solo alla fine da un caloroso applauso, pieno di commozione.
Una «bomba atomica» nella sua vita a soli 11 anni, la definisce Giovanni Ricci, in grado di generare solo odio. Un odio irreversibile, essendo irrimediabile lo strazio di un padre che si è visto sottrarre alla sua vita di ragazzo. «Ma più odi e più l’odio ti trascina a fondo, e attraverso te trascina inevitabilmente le generazioni successive. Sapere che una persona condannata soffre in carcere per 20, anche 50 anni, non fa la differenza, se anche fosse applicata la pena di morte». La differenza la ha fatta, invece, un percorso basato sulle parole “ascolto” e “dialogo”. «Parole semplici, ma che sono il cuore dell’insegnamento lasciatoci proprio da Aldo Moro, come ci ricorda sua figlia Agnese». Parole che vanno in direzione opposta ai ruoli che la società vorrebbe assegnare a dei “nemici per sempre”. «Come le vittime sono state ridotte ad “oggetti” della lotta armata così noi abbiamo considerato i “carnefici” degli oggetti a loro volta, mentre la loro sofferenza, come ho scoperto poi, è – incredibilmente – persino più forte della nostra. Io dalla mia, per superarla, ho avuto la famiglia, i carabinieri, lo invece sono piombati in un abisso di solitudine». Finché non è arrivata la proposta di un percorso, accettato dopo mille dubbi, resistenze, rancori profondi. Da questo cammino di comprensione reciproca e di revisione dei propri errori (Giovanni ci mette anche i i suoi, quasi li rivendica, contro ogni comodo stereotipo fra “vittime” e “carnefici”) e è scaturita una amicizia inaspettata e spiazzante, profonda e significativa: «Ai giovani andiamo a dire in giro che lottare per un mondo migliore è possibile. E a voi dico: “Guai a chi mi tocca Adriana!”».
Adriana Faranda si mostra commossa da queste riflessioni che ha già ascoltato chissà quante volte, eppure mostra di sentirle nuove ogni volta: «Questo incontro con i parenti delle vittime lo desideravo da tempo, ma quando è arrivato il momento non ci ho dormito per l’emozione la notte prima», spiega. E tira fuori dagli anfratti della memoria un ricordo incredibile, forse mai raccontato con tanti dettagli al figlio dell’appuntato Domenico Ricci. Che ascolta sorpreso: «Tuo padre lo avevo anche conosciuto, durante l’ “inchiesta” prima del rapimento. Una volta, ci incrociammo dal giornalaio, mi chiamò perché mi ero dimenticata di prendere il resto… Come sai in via Fani non c’ero, ho seguito tutto dalla televisione. Il conflitto a fuoco poteva portare ad esiti imprevedibili, qualcuno di noi avrebbe potuto perdere la vita… Ma dentro di me ho anche sperato che quel carabiniere si potesse essere salvato». Quel giorno, dice oggi, «abbiamo superato un limite da cui non era possibile tornare indietro. I processi che abbiamo affrontato ci hanno collocato come “nemici”, ma è un percorso che ti inaridisce, che toglie la vita anche a chi la ha tolta ad altre persone. Finché, a un certo punto, non ci è stata offerta un’altra strada da percorrere. Una strada difficile. Incontrare le persone a cui abbiamo fatto del male è stato come entrare nella carne viva. Ma andando uno verso l’altro abbiamo intrapreso insieme una strada di amore».
Una strada proposta con coraggio da un gesuita, padre Guido Bertagna («Venne più volte a casa a propormelo, ricorda Adriana), in collaborazione con due mediatori qualificati come Adolfo Ceretti e Claudio Mazzucato. La parola perdono non risuona nemmeno una volta. Non è un percorso unilaterale, legato all’iniziativa di una parte sola: «Si chiama riconciliazione – spiega Giovanni – è la pacificazione che deriva dal riconciliarsi con un passato le cui ferite restano, ma poi tutto cambia con un guardarsi negli occhi da cui scaturisce come un lungo cammino di Santiago». Viene loro chiesto: che cosa può insegnare ai giovani questo? «A partire dai “primi terzi” che partecipano a questi incontri, insegna a non volere tutto e subito, come volevamo noi, insegna che occorre tempo, occorre accettare un esito incerto, che conosceremo solo al termine di questo cammino», dice Adriana. «Insegna a prendere in mano l’ago e il filo, e a ricucire i rapporti lacerati. l nostro era un mondo di feroci contrapposizioni, ma anche di ideali, anche se poi si poteva sfociare nella violenza. Oggi per i giovani l’unico “valore” che sembra esser rimasto è proprio la violenza fine a sé stessa. Noi vogliamo la pace, per le nostre vite e per il mondo che ci circonda, e soprattutto per i nostri giovani. A loro vogliamo spiegare tutto il male del manicheismo e tutto il bene a cui porta il dialogo», dice Giovanni.
Da questo sguardo nuovo è scaturita «una cosa bella, limpida, senza nessun tornaconto» assicura Agnese. «Avevo scontato la mia pena e a riaprire le ferite c’era solo da mettere in conto nuove sofferenze, andando anche incontro a critiche da parte di chi non condivide la nostra scelta».
«Ci conosciamo dal 2009, quante ce ne siamo dette…», la incalza Giovanni, alludendo alle tante difficoltà reciproche, alle remore da superare. Il presupposto che ha permesso tutto ciò è stato l’atteggiamento iniziale. Occorre arrivarci disarmati, privi di difese, di stereotipi, di appartenenze. Una persona di fronte all’altra. Esser disarmati e disposti all’ascolto ti fa uscire da un’anestesia che il carcere ti lascia addosso e ti apre a una prospettiva di bene. Bene che non è benessere, come si vorrebbe far credere, o la legge del più forte. Bene che è dentro di noi, nessuno più di noi stessi ci può insegnare che cosa è bene e che cosa è male», conclude Adriana Faranda, esibendo una “strana” serenità a dispetto degli anni, dei capelli bianchi e del bastone col quale si aiuta.
Da queste parole alla preghiera, nella affollata Chiesa del Gesù, è un attimo. Si prega per la pace in Iran, in Palestina, per i conflitti dimenticati, per i ragazzi di La Spezia. La lettura scelta da don Eugenio Bruno, assistente dell’Azione cattolica romana – quella di Gesù che, nell’Orto degli ulivi intima a Pietro di riporre nel fodero la spada con cui ha staccato l’orecchio al servo del sommo sacerdote – indica meglio di ogni altra cosa che cosa intenda il papa nel parlare di pace disarmante e disarmante. E nessuno più di chi ha vissuto sulla propria pelle il buio fitto della lotta armata è stato in grado di rendere quelle parole persuasive ed attuali.
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