La ferita della guerra e il sapore della libertà

Nel racconto dei volontari inviati dalla Cei presso il Comitato organizzatore locale della Gmg, le impressioni di chi in un Paese apparentemente in pace si trova davanti al confine più militarizzato del mondo
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October 21, 2026
La ferita della guerra e il sapore della libertà
La veglia della Gmg di Lisbona del 2023 / Siciliani
Capita spesso a chi vive a Seul di sentire parlare del confine tra le due Coree. Quella linea di confine per gli abitanti della penisola è una ferita: racconta una storia che riguarda famiglie, ricordi e persone ancora oggi divise le une dalle altre. Anche noi quando siamo arrivati nella capitale sudcoreana come volontari del Comitato organizzatore locale (Col) della Gmg sapevamo tutto questo, ma ritrovarsi davanti al luogo che separa i due Paesi è un’altra cosa. L' Osservatorio della Pace di Ganghwa, vicino alla zona demilitarizzata, è uno dei punti più vicini al confine. Una volta arrivati lì, a separarci dalla Corea del Nord c'era solo il fiume. Lo si potrebbe attraversare a nuoto, eppure quella è una distanza che nessuno può percorrere. È stata la vicinanza a colpirci di più. Ci siamo fermati davanti a un piccolo altare: una musica accompagnava quel luogo e raccontava, senza bisogno di molte parole, la storia di chi è stato sepolto lontano da casa e di tante famiglie separate dalla guerra. Genitori, fratelli, figli che si sono salutati pensando di potersi rivedere presto e che invece non hanno più avuto la possibilità di farlo. Siamo rimasti lì qualche minuto, in silenzio. Poi siamo saliti più in alto, verso una terrazza. È stato strano vedere come cambiasse il modo di guardare lo stesso paesaggio. C’era anche chi si fermava a fare una foto sorridendo, con la Corea del Nord sullo sfondo. Il contrasto con quello che avevamo appena visto era forte. Pochi metri prima avevamo davanti agli occhi la storia di famiglie divise; sulla terrazza, invece, quel confine poteva sembrare una semplice attrazione da fotografare. Anche noi, in fondo, eravamo lì per guardare. Anche noi abbiamo usato i binocoli. Si inserisce una moneta, si punta l'obiettivo e dall'altra parte del fiume si distinguono campi, edifici e, in lontananza, qualche persona. È stato forse questo il momento che ci ha fatto riflettere di più. Per qualche minuto stavamo guardando un Paese attraverso un binocolo, da una posizione sicura e privilegiata. Ma quelle persone che vedevamo da lontano hanno una vita che noi difficilmente possiamo immaginare. Da lì il pensiero è andato quasi da solo alla libertà. Ci siamo resi conto di quante cose, che per noi sono normali, in realtà, non lo siano per tutti: poter viaggiare, scegliere dove vivere, dire quello che pensiamo, incontrare persone diverse, decidere della nostra vita. Tutti aspetti a cui spesso non facciamo nemmeno caso. Noi siamo a Seul perché lo abbiamo scelto. Guardando quel fiume, ci siamo accorti di quanto fosse libera la nostra scelta. Siamo tornati in città con molte domande e poche risposte. Una su tutte ci è rimasta impressa: che cosa facciamo della libertà che abbiamo? 

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