Il grazie per la chiamata al sacerdozio e le "fatiche" di una vita: ecco il testamento spirituale di Ruini

Ripreso ieri dal Papa durante i funerali a Roma, il documento, datato 2016, è stato diffuso oggi dal Sir. Nel documento la gratitudine per le persone con cui l'ex presidente della Cei ha collaborato, la confessione dei proprio limiti e il "disagio" per certe posizioni di Francesco
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June 19, 2026
Il cardinale Camillo Ruini / VATICAN MEDIA
Il cardinale Camillo Ruini / VATICAN MEDIA
Nelle ore in cui la Chiesa italiana rende l’ultimo saluto al cardinale Camillo Ruini, scomparso il 16 giugno a Roma all’età di 95 anni, è stato pubblicato anche il testo integrale del suo testamento spirituale (il testo, in particolare, è stato diffuso dall'agenzia Sir). Un testo che restituisce un’immagine essenziale di una figura che per decenni è stata centrale nella vita ecclesiale e nel dialogo tra fede e società. Il testamento è stato ripreso dal Papa nel corso delle esequie, celebrate ieri nella Basilica di San Pietro, dove si sono riuniti cardinali, vescovi e autorità, segno di un’eredità che ha segnato profondamente la Chiesa italiana. Il documento lasciato da Ruini – datato 3 giugno 2016 – non indulge, però, a bilanci storici o interpretazioni del proprio ruolo. Si apre invece con un atto di gratitudine che è già una chiave di lettura della sua vita: «Ti ringrazio, Signore, per la lunga vita che mi hai dato, per avermi fatto cristiano, per la chiamata al sacerdozio e per i miei tanti anni di prete e poi di vescovo». La storia personale appare interamente inscritta nella logica del dono, dalla famiglia agli amici, fino ai collaboratori.
Anche gli anni più noti del suo ministero sono riletti in questa prospettiva. Ruini, che fu per lungo tempo presidente della Conferenza episcopale italiana e vicario del Papa per la diocesi di Roma, ricorda il rapporto con san Giovanni Paolo II come «una grazia del tutto speciale», aggiungendo: «In Giovanni Paolo II ho sperimentato la tua presenza, Signore, […] il coraggio della fede che guida la storia». È il riconoscimento di una stagione ecclesiale che lo ha visto protagonista nel ridefinire la presenza dei cattolici nella società italiana dopo i grandi mutamenti politici degli anni Novanta. Ma il tratto più forte del testamento è la confessione dei limiti. Con sincerità, Ruini scrive: «Riconosco e confesso però di aver agito a volte con durezza sostanziale […] ne chiedo perdono al Signore e a tutte le persone […] alle quali ho procurato dolore». Non è solo una nota personale: è la consapevolezza che anche nell’esercizio dell’autorità ecclesiale resta decisiva la conversione del cuore.
Ancora più profonda è la pagina dedicata alla fede, che sorprende per il tono quasi spoglio: «Confesso anzitutto la pochezza della mia fede». E spiega: «Nonostante tutto questo, però, nel segreto del mio cuore proprio sulla fede sono stato sempre tentato». Qui emerge un volto meno pubblico del cardinale: non il protagonista del dibattito culturale, ma un credente che avverte lo scarto tra il compito svolto e la risposta personale. La fede, aggiunge, «era e rimane sottodimensionata per reggere e animare una vita che dovrebbe essere tutta dedicata a Dio e ai fratelli». Non manca, nel testamento, uno sguardo alla vita ecclesiale più recente. Ruini si definisce «sempre stato “papista”» e racconta il proprio atteggiamento verso i pontefici, fino a Papa Francesco, del quale riconosce «lo straordinario slancio evangelizzatore». Tuttavia confessa anche una fatica: «Devo confessare però di trovarmi in una situazione di disagio […] perché fatico a comprendere alcuni orientamenti». Subito però la riflessione si trasforma in preghiera: «Chiedo umilmente al Signore di convincermi interiormente che la Chiesa è sua». È una consegna di libertà e obbedienza che va oltre ogni posizione personale. Particolarmente significativa è anche la lettura degli anni dell’emeritato. Ruini li considera un tempo di grazia, ma riconosce la propria povertà nel viverli: «Ti ringrazio […] ma ti domando anche perdono per aver ben poco usato tale tempo». E nel passaggio forse più intenso affida a Dio l’ultima fase della vita: «Signore, aiutami ad accogliere la piccola croce del mio decadimento […] per prepararmi meglio all’incontro con te».
Oggi a Reggio Emilia l'ultimo saluto con i funerali presieduti dal vescovo Giacomo Morandi e poi la tumulazione nel cimitero di Dinazzano.

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