Chi è madre Cabrini, patrona dei migranti e prima santa degli Usa (anche se è nata in Italia)

Inviata in America da Leone XIII ha fondato, in 34 anni, 67 istituti tra ospedali, scuole e orfanotrofi. Don Angelo Manfredi (storico della Chiesa): «Ci incoraggia a trovare vie nuove per l’accompagnamento pastorale»
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June 19, 2026
Madre Francesca Cabrini
Madre Francesca Cabrini
In America, il film “Cabrini”, uscito l’8 marzo, prodotto da Angel Studios e diretto da Alejandro Gómez Monteverde, è stato un successo. E all’università frequentata dal Papa, la Villanova University, è stato inaugurato l’anno scorso il “Mother Cabrini Institute on Immigration”, per studiare il fenomeno delle migrazioni. Due elementi, da cui si intravede il quadro più ampio della devozione e conoscenza di santa Francesca Cabrini negli States – la prima canonizzata con cittadinanza americana –, spentasi a Chicago nel 1917, dopo aver fondato, in 34 anni, 67 istituti tra ospedali, scuole e orfanotrofi sparsi in tutto il continente. Ma, nata nel 1850 a Sant’Angelo Lodigiano, come è riuscita a partire per gli Stati Uniti? A raccontarlo ad Avvenire è don Angelo Manfredi, docente di Storia della Chiesa alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale e parroco a Lodi. «Avendo fondato una congregazione religiosa diocesana con ragazze di Codogno, del milanese, del lodigiano e del cremonese – che poi diventeranno le Missionarie del Sacro Cuore di Gesù – e desiderando andare in Cina, raggiunse Roma avendo conosciuto il vicario per la diocesi, attraverso il quale riuscì poi ad arrivare a papa Leone XIII. Contemporaneamente, non lontano da Lodi, si stava muovendo il vescovo Giovanni Battista Scalabrini, che a sua volta aveva una vocazione missionaria, ma da sempre rivolta alla realtà migranti dell'Italia. Lo stretto contatto di Scalabrini con il Papa e la conoscenza diretta tra Scalabrini e la suora, fece sì che Leone XIII chiedesse a Madre Cabrini di non andare ad est, ma negli Stati Uniti, dove stavano arrivando grandi quantità di italiani».
Quale situazione ha trovato e come è riuscita ad andare incontro ai bisogni dei connazionali?
I migranti italiani non riuscivano a inserirsi nel mondo statunitense: innanzitutto, perché non conoscevano la lingua, poi perché c'era uno sfruttamento pesante nel mondo lavorativo di queste realtà ed erano considerati di fatto manodopera a basso costo. In questo, inoltre, gli italiani facevano concorrenza ad altri gruppi, tra cui gli irlandesi, con i quali c'era una fortissima rivalità. Chi proveniva dalla Sicilia, in particolare, sbarcava a New Orleans, dove spesso, dopo la fine della schiavitù, sostituiva gli operai di colore nelle piantagioni. Ma c'era anche una questione ecclesiale: per i vescovi statunitensi, per lo più irlandesi e tedeschi, c’era un vero «problema italiano». Diversamente dagli irlandesi, i nostri connazionali non erano accompagnati dai loro preti e, quindi, non avevano nessuno che potesse seguirli come comunità nazionale. Di solito, quando c’era del personale ecclesiastico, erano sacerdoti che avevano delle pendenze con la giustizia italiana.
Come vennero superate queste difficoltà?
Madre Cabrini era una donna estremamente risoluta e abile. Le testimonianze del tempo ci dicono che avesse un carisma e un fascino personale molto forte e, dove andava, sapeva individuare le persone con cui avrebbe potuto interfacciarsi. C’era un dialogo serrato con tutti gli scalabriniani e i vescovi locali, per poi passare agli italiani che, invece, in America avevano fatto fortuna (anche di estrazione garibaldina e anticlericale). Per i milionari, fare beneficenza era una questione di prestigio: Cabrini, coglieva queste dinamiche tipiche statunitensi e, grazie a questi appoggi, convenzionandosi anche con le autorità pubbliche, riusciva a creare orfanotrofi e scuole per aiutare gli italiani a imparare l’inglese e integrarsi.
Cosa dice al nostro tempo la patrona dei migranti?
Ci parla di grandi cambiamenti culturali, che interessano le comunità. Per prima cosa, ci ricorda che la Chiesa in Italia è chiamata a trovare strade per l’accompagnamento pastorale di chi arriva, segnato da storie ed esperienze religiose anche diverse. Questo per integrare i migranti nella comunità cristiana, ma anche per far sì che la comunità cristiana venga cambiata, trasformata, da questi mondi che arrivano. E poi ci ricorda di tenere lo sguardo su Gesù Cristo, che ci fa uscire da molte nostre chiusure, come il pensiero di essere in pochi o l’essere troppo legati all’organizzazione delle nostre attività.

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