«Vi raccontiamo le nostre madri, tra le 21 donne che fecero la Repubblica»

Ottant’anni fa le donne furono chiamate per la prima volta ai seggi: si decideva il futuro dell’Italia dopo il fascismo. Parlano le figlie di Nadia Gallico Spano e di Angiola Minella: «La cosa più bella era vederle discutere, cercando di fare sintesi da posizioni opposte»
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June 1, 2026
Alle urne con il bimbo in braccio. La fotografia fa parte della mostra allestita alla Camera con gli scatti dell’Ansa
Alle urne con il bimbo in braccio. La fotografia fa parte della mostra allestita alla Camera con gli scatti dell’Ansa
Chiara Spano è cresciuta a pane e politica. Era figlia di Nadia Gallico Spano, parlamentare del Partito comunista italiano, e di Velio Spano, per quattro legislature senatore del Pci. Ha avuto una madre e un padre costituenti, eletti tra i 556 dell’Assemblea che poi scrissero la Costituzione. «Anche la famiglia era come un partito: era missione, era servizio, era tutto» dice oggi, nei giorni che precedono il 2 giugno. Tra telefonate, iniziative, mostre commemorative, è un periodo impegnativo per Chiara, nata nel 1941, seconda di tre figlie. Chiara ha una memoria incredibile, fatta di luoghi e momenti cruciali di quella straordinaria primavera italiana. «Il 30 maggio 1946, tre giorni prima della consultazione tra Monarchia e Repubblica, andammo con mamma al comizio finale della campagna elettorale del partito» spiega Spano. «Era una festa campestre, partecipavano migliaia di persone. Ricordo che all’improvviso lei venne chiamata sul palco, in quanto responsabile femminile del Pci. Ovviamente non l’avevano avvisata. Palmiro Togliatti in persona le chiese di fare un piccolo saluto. E lei eseguì». Tornare oggi al racconto di quei tempi significa portare alla luce storie dimenticate, fatte di ideali e di democrazia. «Mamma conservò a lungo rapporti importanti con tutte le donne costituenti, a partire dalle donne dc. Nonostante la diversa appartenenza partitica, si respirava chiaramente la volontà di comporre i dissidi tra le varie componenti. Si cercava di fare sintesi ad ogni costo, anche con difficoltà». Tra le compagne di viaggio di allora, c’era anche Angiola Minella, torinese, la cui storia è stata raccontata in un libro di Cristina Ricci, “Quando le donne firmarono il futuro”, edito da Graphot. «La mamma resta sempre la mamma e io l’ho apprezzata sempre di più con il tempo» ricorda Laura Molinari, figlia di Angiola Minella.
Nadia Gallico Spano al Palatino, con le figlie Chiara e Paola
Nadia Gallico Spano al Palatino, con le figlie Chiara e Paola
Bisogna entrare in quegli anni per capire cos’era il fascismo e cosa volle dire liberarsene. «Mamma frequentava il liceo D’Azeglio con l’avvocato Gianni Agnelli, quando improvvisamente la dittatura la costrinse a fuggire dalla città, dopo l’attentato fascista di cui fu vittima il padre. Fu prima crocerossina, poi partigiana. Il 25 aprile e il 2 giugno hanno cambiato il Paese. Quanto alle donne - conferma Laura Molinari - c’era molta solidarietà tra le 21 madri costituenti, un’unità d’intenti che durò anche dopo quell’esperienza». Da bambine e da ragazze, si cresceva in fretta. «A Roma ci muovevamo da sole, io e mia sorella, eravamo piccole ma sveglie» riprende Chiara Spano. La mensa con minestra a Sant’Andrea Della Valle, i giochi in Piazza Navona con Gianni Rodari, le prime chiacchierate a base di antifascismo e politica in casa. «Negli anni Cinquanta si parlava sempre di Nato, del trattato Euratom, della cosiddetta “legge truffa”». Poi gli incarichi e gli spostamenti di famiglia: VelioSpano diventa segretario regionale del partito in Sardegna, Nadia Gallico fa avanti e indietro dall’isola al continente con la figlia piccola per i suoi impegni parlamentari. «Si discuteva molto, anche tra noi donne, ma la cosa più bella era sentire i miei genitori confrontarsi alla pari, consultarsi, se necessario criticare l’operato l’uno dell’altro, ma sempre con grande civiltà e rispetto».
L’Italia dell’epoca era ancora un progetto in embrione e la situazione economica e sociale per chi era uscito dal secondo conflitto mondiale si presentava complicata. «Si faceva politica casa per casa e, quando c’erano i comizi, mia madre parlava nelle piazze senza paura davanti a una platea in grande maggioranza maschile: alcune signore ascoltavano nascoste da dietro le finestre, perché i mariti non le facevano uscire». La scelta a favore della Repubblica, contro la Monarchia, fu una diretta conseguenza della voglia di democrazia. «Ci insegnarono una canzoncina prima del referendum: “un, due, tre, abbasso il re”. Eravamo già educati, da bambini, ma non ci volle molto a condividere quelle idee una volta diventate grandi, sapendo delle nefandezze compiute dai fascisti». E le donne furono fondamentali, benché largamente minoritarie. «Già allora portavano nei palazzi della Repubblica le virtù dell’ascolto e della mediazione - sottolinea Laura Molinari -. Virtù che via via sono emerse nel tempo, anche se per raggiungere la parità effettiva con l’uomo, la strada resta molto lunga».

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