Tre (e più) storie di come il design migliorerà la vita delle persone

di Elena Inversetti
Dalle clip chirurgiche per chiudere il cordone ombelicale ai giubbotti salvagente pensati per neonati, il design civico mette l'estetica al servizio dei bisogni comuni
April 23, 2026
Tre (e più) storie di come il design migliorerà la vita delle persone
Il progetto del giubbotto salvagente per mamme con neonato
Gli spazi così come gli oggetti hanno una funzione sociale: la posizione delle panchine in un parco cambia il modo di vivere quel luogo; semplici clip chirurgiche, stampate in 3D, per chiudere il cordone ombelicale, evita infezioni dopo un parto in zone povere; giubbotti salvagente, pensati apposta per le mamme migranti salvate in mare, salverebbero anche i 2 neonati al giorno che muoiono nel Mediterraneo… perché scivolano dai giubbotti.
Progettare, a partire dall’ascolto dei bisogni dei futuri utenti per abilitare alla reale usabilità degli oggetti e alla reale vivibilità degli spazi, significa fare design sociale. Il paradigma è il co-design o design partecipativo che si realizza nella pratica di designer che operano come facilitatori di progetti collettivi, mettendo l’estetica a servizio dei bisogni comuni. Negli ultimi 15 anni il design è diventato uno degli strumenti principali della social innovation. Nei casi migliori opera nel solco dell’articolo 55 del Codice del Terzo Settore che sancisce il principio dell'amministrazione condivisa tra pubbliche amministrazioni ed enti del terzo settore. E lo fa valorizzando strumenti collaborativi – come co-programmazione e co-progettazione – basati sul principio di sussidiarietà.
Può dunque il design diventare un linguaggio comune e generativo tra terzo settore, istituzioni e comunità? Sì. Un esempio? Il lavoro di Valerio Vinaccia, designer da sempre e social designer da quando è scoppiata la guerra in Ucraina. «Sono rimasto sconvolto alla vista delle mamme e dei bambini che scappavano, arrancando nel fango. Allora ho detto a mio fratello Giulio, anche lui designer: “Dobbiamo fare qualcosa”. Abbiamo cominciato con le culle d'emergenza, finanziandole con il crowdfunding. Ne abbiamo prodotte 1.000 con tutto il necessario per mamme in viaggio, o meglio in fuga, e le abbiamo spedite a diversi campi profughi e ospedali. È stato allora che mi sono reso conto del potenziale del design come strumento di solidarietà e ho deciso di convertire il 50% del mio lavoro in questo ambito».
È nata così Ánako APS che in greco significa 'ascoltare'. Oggi collabora con diverse università oltre che con ONG come Terre Des Hommes e ActionAid. E proprio da Terre Des Hommes è arrivata la richiesta di pensare a come risolvere il problema dei neonati che “scivolano” dai giubbotti salvagente delle mamme migranti: «Nel Mediterraneo affogano una media di 700 neonati all'anno. Per questo abbiamo progettato Kanguro che contiene un marsupio in cui alloggiare il neonato. Lo abbiamo finanziato con una raccolta fondi e industrializzato grazie all'azienda Veleria San Giorgio. Oggi ne sono in produzione 400».
Ánako applica il design per offrire soluzioni replicabili e producibili localmente. «Per risolvere il problema del supporto delle sacche di sangue, durante il primo soccorso in situazioni di emergenza, per esempio. L’idea è arrivata da un gruppo di studentesse al primo anno dello Iauv: un supporto in cartone pieghevole che pesa meno di 100 grammi e costa circa 1,20 euro». E adesso Ánako ha lanciato un concorso internazionale per soluzioni open source, stampabili in 3D, in collaborazione con Prusa Research. «Vogliamo esplorare come open design e produzione locale possano generare soluzioni in contesti di crisi umanitaria e vulnerabilità estrema».
Il design come tecnologia civica della cooperazione sociale vale «su tutte le scale»: dagli oggetti alle grande aree urbane dismesse, passando per i singoli edifici. Come dimostra il lavoro di Isabella Inti, architetto urbanista e docente di Urban planning alla Facoltà di Architettura e Progettazione Urbana del Politecnico di Milano. Nel 2009 fonda, insieme alla collega Giulia Cantalupi, l’impresa sociale Tempo Riuso «per riportare in Italia pratiche di usi temporanei degli immobili in abbandono. Coinvolgiamo le realtà locali e i diversi gruppi di interesse nel percorso di rigenerazione a base socio-culturale dell’immobile e poi testiamo per un periodo se la destinazione che abbiamo immaginato funziona. Che l’immobile sia di piccole dimensioni oppure una grande area il principio è lo stesso: riunire attorno a uno unico tavolo fruitori, esperti e stakeholder per condividere esigenze, idee e best practices, sempre tenendo insieme in modo equilibrato bisogni, esperienze e professionalità».
Un altro esempio di design sociale applicato alla città, secondo il metodo della partecipazione condivisa, è la Stecca3, lo spazio socioculturale nato, sempre a Milano, da un processo di attivazione dal basso, iniziato nei primi anni 2000, quando un gruppo di associazioni, artigiani e abitanti ha iniziato a riutilizzare gli spazi dismessi dell’ex Stecca degli Artigiani. Nel tempo, attraverso fasi temporanee di utilizzo e virtuose collaborazioni con il Comune, questa esperienza si è stabilizzata nell’attuale edificio Stecca3, gestito da una rete di associazioni di cui Isabella Inti è presidente. «Ci siamo confrontati con reti internazionali, come quella di Berlino, che ci hanno fatto capire in che modo il Comune di Milano avrebbe potuto mettere nell'agenda urbana il tema degli spazi ibridi sia dedicati (falegnameria, ciclofficina, ufficio) sia polifunzionali sia all’aperto, così da accogliere un palinsesto di attività differenti. Ad oggi le realtà presenti per tutto l’anno sono 16, mentre vengono ospitate a rotazione oltre 50 associazioni, gruppi informali, studenti, professionisti che insieme producono oltre 200 attività annuali. È così che si cambia la mentalità». Molto più di spazi condivisi, una vera e propria infrastruttura sociale che nasce dalla co-progettazione tra pubblico, privato e cittadini: «Non si tratta soltanto di engagement, ma di vero e proprio empowerment».
Tutto questo è possibile quando il design diventa una infrastruttura della sussidiarietà. E allora forse possiamo cominciare a pensare il design sociale – che ha molti nomi: co-design, design partecipativo, eco design… – come un unico Design Civico che, prima di essere una tecnica o una disciplina, è un metodo che abilita l’economia ad essere realmente sociale.

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