Tanzania, da Likuyu l'appello delle francescane: «Una cucina per salvare il liceo delle ragazze»

di Francesco Gerace
Una congregazione portoghese ha riportato la vita in questo sperduto villaggio del Paese africano, a quasi 11mila chilometri da Roma
January 6, 2026
Tanzania, da Likuyu l'appello delle francescane: «Una cucina per salvare il liceo delle ragazze»
Le alunne del liceo in Tanzania/ WEB
Che c’è oggi a pranzo? Quel che arriva dall’orto. Le suore contadine. Le suore boscaiole. Le suore allevatrici. Per capire la fatica dell’esistenza mischiata con l’allegria della fede cristiana, bisogna andare a Likuyu Mandela. Alla missione delle suore francescane di Nostra Signora delle Vittorie. Una congregazione portoghese che ha riportato la vita in questo sperduto villaggio della Tanzania del sud, a quasi 11mila chilometri da Roma.
Un manipolo di giovani africane ha fatto la rivoluzione del lavoro e della gentilezza in una terra poverissima, popolata di baracche e casupole di mattoni rossi, che sembrava non aver più niente da chiedere alla vita. Sono in 26 e da tempo hanno preso in mano questo posto, restituendogli speranza con la loro sola presenza. Conquistandosi la simpatia e il rispetto di una popolazione al 95% musulmana. E avviando un’opera di rinascita sorprendente.
Queste suorine non hanno studiato agricoltura né zootecnia, ma teologia e Scritture. Eppure allevano polli maiali e tacchini, zappano la terra e producono ortaggi e frutta. Si sostengono così, perché non hanno altre entrate. Centellinano i consumi e non sprecano un grammo di niente. Mangiano ciò che producono. Usano l’energia gratuita dei pannelli solari, faticano con una pesante pompa idraulica per avere l’acqua. Cucinano all’aperto, con la legna recuperata ascia alla mano. E pregano e cantano lungo tutto il giorno.
Il villaggio è come smarrito nella campagna, che ogni tanto diventa foresta, poi torna campagna. Tutt’intorno per chilometri e chilometri non c’è proprio nulla. Da pochi mesi c’è l’elettricità pubblica, ma nelle baracche non ci sono fili, quindi è come se non ci fosse. Idem per l’impianto idrico: la Municipalità ha portato i tubi, ma nelle casupole non ci sono rubinetti. E quasi nessuno ha i soldi per fare gli impianti.
Ma la cosa più sorprendente è che, contro qualunque forma di apparente buon senso, proprio qui le suore hanno aperto addirittura un liceo scientifico. Un liceo a Likuyu, fuori dal mondo? «Vogliamo dare una chance alle ragazze», spiega suor Cacilda Gamboa, 50enne mozambicana, poliglotta, madre generale della congregazione e con un passato di studi a Roma. E aggiunge: «Qui non c’è nulla, solo le elementari. Non c’è lavoro, non ci sono servizi, né artigianato, né industria. Il destino delle ragazze è di stare a casa. Qualcuna cura l’orto o le galline, le altre non fanno nulla e si trascinano in un’esistenza di stenti e miseria. Il liceo apre al futuro, alimenta sogni e speranze, spinge a guadare al domani».
 All’inizio, nel 2016, furono otto alunne, poi 18, poi 32. Oggi sono 129, e per l’anno prossimo ci sono altre 60 iscrizioni. Vengono anche da lontano, vivono nel college. Sono ragazze dai 12 ai 17 anni, che le famiglie affidano alle suore per 11 mesi all’anno.
Perché solo ragazze ? «Storicamente qui le donne sono state tagliate fuori dall’istruzione, adesso si cerca di recuperare il tempo perduto, quindi bisogna dare loro più spazio possibile», dice suor Cacilda, forse la prima donna africana eletta a capo di una congregazione.
Il liceo, intitolato a Mary Wilson, la religiosa britannica fondatrice nel 1884 delle francescane di Nostra Signora delle Vittorie, è lo spartiacque fra il passato di povertà e un futuro alternativo. Alcune alunne dei primi tempi hanno fatto l’Università, trovato lavoro e dignità, portando benessere alle loro famiglie.
 La presenza delle religiose a Likuyu è fatta anche di visite ai malati, aiuto in parrocchia, attenzione alle famiglie. Varcare la soglia dello sgangherato cancello della missione significa trovarsi altrove. Le preghiere cantate all’alba di ogni nuovo giorno portano, nel silenzio dei dintorni, una letizia inedita per questa popolazione, forse anche stupita dal dinamismo di queste donne che non si fermano mai. I canti di fine giornata accompagnano al riposo il villaggio, che al calar della sera si ritrova prigioniero del buio tombale.
L’allegria e il benessere dell’anima sono il biglietto da visita delle missionarie. E non è un modo di dire. Chi viene a contatto con loro non resta indifferente. Ogni momento del loro incessante impegno, specie quello faticosissimo del trasporto dell’acqua o dei tronchi per la cucina, è vissuto con incredibile leggerezza. Alla missione la fatica del vivere quotidiano e le privazioni di qualunque comodità sono parte integrante della scelta di fede. Qui si sgobba e si ringrazia Dio; si vive senza quasi tutto e si è felici; le suorine non possiedono nulla; a volte stanno giorni interi senza luce e acqua, ma non sono questi che fanno la differenza con il vivere bene e la gioia del cuore.
 Oggi però c’è qualcosa che sta levando il sonno alle coraggiose francescane. La cucina della missione (e così della scuola) è una specie di baracca con i muri alti un metro, tetto in paglia, senza finestre e senza porte, senza frigo, senza credenze. Il fuoco a legna sempre acceso consente di cucinare e di bollire l’acqua per uso alimentare e igiene personale. Va detto che qui anche le cucine dei privati sono così, in baracche all’aperto e mai dentro la casa.
Il governo ora ha deciso la graduale smobilitazione di questo tipo di cucine nelle scuole e nelle comunità numerose. Da sostituire con quelle a gas. E questo ha messo in crisi le missionarie.
Una cucina a gas ha costi che le suore non sono in grado di sostenere, circa 15mila euro fra muri, tetto e impianti vari. Una somma proibitiva. Ma senza una nuova cucina, la scuola rischia di perdere la licenza e dover mandare a casa le ragazze. E addio sogni di futuro.  «Abbiamo bisogno di un aiuto economico - dichiara suor Bernadette Celestino, 64enne mozambicana, superiora della missione di Likuyu -. Non possiamo fare la nuova cucina con i proventi della vendita di qualche maiale. Oltretutto la scuola avrà bisogno pure di un nuovo dormitorio e di due aule per accogliere le nuove alunne. Se il liceo dovesse chiudere sarebbe un disastro non per noi, ma per le ragazze e le famiglie di questo territorio». Che fare? Servirebbe un donatore generoso o tanti piccoli donatori, per permettere a questa straordinaria opera di carità di continuare a vivere. 
Le missionarie francescane sono donne eroiche, che condividono in Tanzania, ma anche in Mozambico, Angola, Portogallo, Congo, India, Angola, Filippine, Brasile, Timor Est e presto anche in Uganda e Kenya, lo stile di vita di popolazioni fra le più povere del mondo. Affidandosi alla Provvidenza. La loro preghiera in questo Natale è quella di riuscire a salvare il liceo e con esso il futuro di centinaia di ragazze di questa sperduta parte della Tanzania.

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