«Stiamo accumulando un debito di saluto, serve un cambio di passo»
Cartabellotta (Fondazione Gimbe): la rinuncia, oggi, a visite e terapie farà crescere i problemi, l'accesso al Ssn è sempre meno garantito, occorre un impegno pluriennale

«L’Italia sta accumulando un pericoloso debito di salute. Rinviare oggi prevenzione, esami, visite e terapie significa ritrovarsi domani con problemi più gravi, più costosi e più complessi da gestire. Liste d’attesa e rinunce alle prestazioni possono tradursi in diagnosi tardive e maggiore bisogno di assistenza. Ciò che oggi il Servizio sanitario nazionale (Ssn) non riesce a garantire nei tempi, il Paese lo pagherà domani con gli “interessi”: sanitari, sociali ed economici». Alla vigilia della legge di Bilancio, il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, denuncia un costante deficit di prestazioni sanitarie e invoca un cambio di passo negli investimenti.
Il rapporto Gimbe stima quasi 19 miliardi di euro di “tagli invisibili” in 4 anni. Che significa?
Tra il 2023 e il 2026 il Fondo sanitario nazionale (Fsn) è cresciuto di 17,5 miliardi. Tuttavia, se il finanziamento in rapporto al Pil fosse rimasto stabile al 6,27% del 2022, il Servizio sanitario nazionale (Ssn) avrebbe potuto contare su 18,8 miliardi in più. Non si tratta di tagli nominali, ma di minori risorse stanziate per la sanità, mentre crescono bisogni di salute e costo delle innovazioni. A questo si aggiunge l’inflazione, che negli ultimi 4 anni ha eroso gran parte delle risorse assegnate.
Intanto cresce il divario tra previsioni di spesa e fondo sanitario. Le Regioni potranno reggerlo?
I bilanci regionali sono già sotto forte pressione. Nel 2025 il disavanzo complessivo, ante-coperture, ha sfiorato 2,3 miliardi di euro, quasi 800 milioni in più rispetto al 2024. Inoltre, la forbice tra spesa sanitaria prevista e Fsn continuerà ad allargarsi: 7,6 miliardi nel 2027, 10,7 miliardi nel 2028 e 14 miliardi nel 2029, per un totale di 32,3 miliardi nel triennio. Senza consistenti risorse aggiuntive nella prossima manovra, dunque, le Regioni saranno costrette ad aumentare le imposte e/o tagliare i servizi: a pagare saranno comunque sempre i cittadini.
Perché l’Italia spende in sanità meno degli altri Paesi europei dell’Ocse? È solo colpa del debito pubblico?
Il debito pubblico pesa, ma non spiega il crescente divario con i Paesi europei. La spesa sanitaria pubblica in Italia si attesta al 6,2% del Pil rispetto al 7,1% della media Ocse ed europea e, in termini di spesa pubblica pro-capite, nel 2025 il divario con la media dei Paesi europei ha raggiunto i 36,1 miliardi. È quindi una questione di priorità politiche e di allocazione delle risorse. Per anni l’Italia è riuscita a garantire buoni risultati di salute con una spesa contenuta, ma oggi la corda è stata tirata troppo rispetto all’aumento dei bisogni: popolazione più anziana, aumento delle malattie croniche, salari troppo bassi e innovazioni molto costose. Una politica che celebra i risultati di salute investendo sempre meno consapevolmente, accetta maggiori diseguaglianze e una minore protezione finanziaria delle famiglie.

Il ricorso al privato cresce, mentre i più fragili rinunciano alle prestazioni. Il Ssn è ancora universalistico?
Lo rimane nei princìpi, ma nel mondo reale l’accesso è sempre meno garantito. Nel 2024 oltre 5,8 milioni di persone hanno rinunciato a visite o esami per lunghi tempi di attesa o motivi economici. Nel 2025 la spesa sanitaria pagata direttamente dalle famiglie ha superato i 42 miliardi. Quando l’accesso dipende sempre di più dal reddito e dal luogo di residenza, l’universalismo si indebolisce: chi può paga o si sposta, chi non può aspetta o rinuncia.
In Italia i medici non mancano in termini assoluti, ma c’è una grave carenza di infermieri. Come si corregge questo squilibrio? E i medici stanno davvero fuggendo dal Ssn?
In Italia abbiamo 5,8 medici ogni mille abitanti, il secondo valore più alto tra i Paesi Ocse. Tuttavia, dei quasi 340mila medici, almeno 1 su 4 non lavora nel Ssn né frequenta percorsi formativi post-laurea. Per gli infermieri, invece, la carenza è strutturale: ne abbiamo il 29% in meno della media Ocse e con retribuzioni inferiori del 27%. E soprattutto ne laureiamo pochissimi: 19,5 ogni 100.000 abitanti, meno della metà della media Ocse. Bisogna rendere il Ssn più attrattivo, adeguare gli stipendi, migliorare condizioni di lavoro, opportunità di carriera, sicurezza e valorizzare le competenze.
L’Italia ha raggiunto tutti gli obiettivi del Pnrr: cosa cambia realmente per i cittadini?
Tutti gli obiettivi della Missione Salute sono stati rendicontati e quelli dell’ultima rata attendono la validazione Ue. Tuttavia, raggiungere i target non significa in automatico migliorare l’assistenza. Ecco perché, conclusa la rendicontazione amministrativa, è indispensabile avviare un monitoraggio nazionale, per verificare quanto gli investimenti Pnrr abbiano migliorato l’accessibilità ai servizi territoriali, l’esperienza dei pazienti, gli esiti di salute e l’efficienza del Ssn.
Se avesse responsabilità di governo, quali sarebbero le prime tre mosse per rilanciare il Ssn?
Un piano pluriennale di rifinanziamento progressivo agganciato al Pil. Un grande intervento sul personale per rendere il Ssn un luogo dove i professionisti vogliano entrare, crescere e restare. Una riorganizzazione dei servizi, integrando davvero assistenza ospedaliera, territoriale, domiciliare e servizi sociali, riducendo sprechi e inappropriatezze e completando la trasformazione digitale. Il nostro piano di rilancio del Ssn è molto più articolato: 16 linee di intervento da tradurre in un programma concreto con responsabilità, tempi e risultati misurabili.
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