Voci intorno alla grande fabbrica. «L'ex Ilva chiusa sarebbe una bomba sociale»
di Paolo M. Alfieri, inviato a Taranto
Domani si esprimerà la Cassazione. Nel frattempo l'indotto fa sentire la sua voce. «In questi anni non c'è stata nessuna spinta alla diversificazione. I progetti governativi su Taranto guardano lontano, ma noi viviamo l'emergenza adesso». Si calcola che siano 20mila i lavoratori a rischio

A Taranto la crisi dell’ex Ilva ha appena fatto un altro salto. Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria ha chiesto ieri di portare la cassa integrazione straordinaria da 4.450 a 8.622 dipendenti in tutta Italia, lasciandone in servizio 1.004 per garantire la sicurezza degli impianti, gli obblighi ambientali e amministrativi e quel minimo di continuità necessario a non compromettere il futuro degli asset. A Taranto la richiesta riguarda quasi 7mila addetti. È il segno più visibile di una fabbrica che ha smesso di produrre acciaio e ha messo gli impianti in «riscaldo», in attesa che la Cassazione dica se l’area a caldo dovrà davvero fermarsi. La nuova Cigs riguarda i dipendenti di Acciaierie d’Italia, non l’indotto. Ma qui la distinzione dura poco: quando il cuore della fabbrica rallenta, la crisi attraversa i cancelli e si propaga per tutta la città.
La richiesta dell’azienda arriva mentre cresce anche l’allarme sulle risorse necessarie a pagare gli stipendi e la cassa. Fuori dai cancelli, intanto, il perimetro della crisi è molto più largo. C’è il cerchio degli operai e quello delle imprese dell’indotto, che fanno manutenzione, logistica, impianti, movimentazione. Ventotto aziende hanno già avviato procedure di licenziamento collettivo per oltre 2.500 addetti, per ora sospese. E poi c’è l’indotto dell’indotto, le officine, i gommisti, i trasportatori, le attività che vivono dei consumi e degli stipendi generati dalla grande fabbrica. Si parla di 20mila persone esposte, in una situazione già definita alla pari di una «bomba sociale». «La situazione è drammatica», evidenzia ad Avvenire Fabio Greco, presidente di Confapi Taranto. Dall’esterno l’Ilva appare come un blocco unico di ciminiere, tubazioni e capannoni. Per chi lavora con le imprese che stanno dentro quello spazio, è un’altra cosa. «Vista da fuori non sembra, ma dentro è come se ci fossero cento mini fabbriche».
Greco non rimuove il prezzo pagato dalla città sul fronte della salute. «Tutti abbiamo un paziente oncologico in famiglia, è normale che la prima tentazione sia di chiudere lo stabilimento». Poi però aggiunge: «Rispetto ai valori di quindici anni fa la situazione è un’altra. Oggi l’impianto produce due milioni di tonnellate di acciaio l’anno, con valori nelle normative comunitarie». Il problema, per le piccole e medie imprese, è che in quattordici anni non è arrivata una vera alternativa: «Nessuno ha dato all’indotto e all’imprenditoria locale la spinta a diversificare». I progetti di riconversione discussi con il governo guardano lontano, mentre le aziende devono fare i conti con fatture da incassare, commesse che si fermano e banche che non finanziano la diversificazione. «Ben venga il governo che ci ha permesso di portare le idee al Mimit e al Mase. Ma quei progetti guardano lontano, mentre noi viviamo un’emergenza già oggi. Abbiamo una città di cassintegrati». E ancora: «Con chi diversifichiamo a Taranto, se tra sei mesi qui non ci sono più le aziende?».
Nicola Convertino, presidente di Aigi, l’associazione delle ditte in appalto dell’ex Ilva, vede già materializzarsi uno degli scenari possibili. Le bramme vengono acquistate altrove e poi laminate a Taranto per conto terzi, come previsto dai commissari. È una soluzione che tiene in funzione una parte degli impianti, ma cambia la natura economica della presenza industriale in città. «Chiunque verrà a laminare ciò che gli serve, senza valore aggiunto per il territorio». L’immagine che usa Convertino è quella di un oleificio in conto terzi: ciascuno porta le proprie olive e paga per la frangitura. Taranto rischierebbe di lavorare acciaio prodotto da altri, dopo essere stata per decenni il cuore della più grande acciaieria d’Europa. «Taranto è stata sfruttata negli ultimi sessant’anni. È arrivato il momento che il governo, che si è definito “del fare”, prenda il coraggio a quattro mani e scriva il Piano B per questa città». Quel piano, per Convertino, passa dalla siderurgia decarbonizzata e dalla salvaguardia del lavoro di chi ha tenuto in piedi gli impianti.
Greco, da parte sua, guarda verso il mare. «Esiste Fincantieri, azienda statale. Perché a Genova si costruiscono navi da crociera e militari e a Taranto no, in un porto pronto a riceverle anche grazie al decreto sull’eolico offshore?». È la scommessa sulla diversificazione, ma anche sulla capacità delle istituzioni di accompagnarla. Da martedì la parola passerà alla Cassazione. Se il provvedimento che impone lo spegnimento dell’area a caldo resterà in piedi, il conto industriale e sociale sarà ancora più difficile da sostenere. Il decreto del 13 ottobre tiene gli altiforni in riscaldo e prevede la cassa integrazione in deroga per 4.200 lavoratori dell’indotto, ma con un limite che lascia fuori una parte delle imprese: il sostegno è destinato a quelle che hanno realizzato con Acciaierie d’Italia più della metà del fatturato. Chi lavora per lo stabilimento per il 40 per cento e perde comunque commesse resta scoperto. A Taranto, così, il problema non è soltanto quanti lavoratori finiranno in cassa integrazione, ma quanto resta della rete economica quando il grande stabilimento smette di produrre. Per anni la città ha vissuto dentro questa dipendenza senza costruire un’uscita. Ora il serbatoio si sta svuotando. E il futuro, in mancanza di piani credibili, resta un cantiere senza progetto.
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