La forza di Sofia, che sta scalando la vetta del lutto con un podcast
Una rete di sostegno psicologico, gruppi di mutuo aiuto e spazi di racconto condiviso per familiari e amici delle vittime: come da una storia di vita tragica è nato il progetto promosso dal Club alpino italiano

Quando un alpinista parte per la montagna c’è sempre qualcuno che rimane a casa ad aspettare. E, di solito, è una donna, dato che l’alpinismo è ancora un’attività prevalentemente maschile, anche se non sono mancate e, certamente, non mancano nemmeno oggi alpiniste di grande valore. Resta il fatto che, in maggioranza, l’alpinismo è, ancora, un mondo “al maschile”. Di conseguenza a casa, ad aspettare contando i giorni, restano le donne: mogli, fidanzate, figlie e sorelle. Non sempre l’attesa (che può variare da una giornata a diverse settimane se non mesi, nel caso di spedizioni himalayane) finisce con l’abbraccio al rientro del proprio caro. Non sempre la giornata si chiude con il racconto dell’avventura vissuta. Dalla montagna si può anche non tornare. Gli alpinisti lo sanno e lo mettono in conto. Nessuno esce di casa con lo zaino in spalla pensando di non farvi ritorno, ma il rischio è sempre dietro l’angolo. In montagna basta poco perché l’estate diventi un gelido inverno, o una valanga travolga vite e sogni, o un appiglio cedevole faccia precipitare chi fino a un attimo prima arrampicava felice con la faccia al sole. E per chi resta a casa ad aspettare l’attesa finisce con una telefonata che non si vorrebbe mai ricevere. E le domande si rincorrono, feroci, nella testa. I «perché?» si inseguono senza risposta e fanno sempre più male. Perché farsi una ragione di una cosa apparentemente irragionevole, come il morire in montagna, è anche più duro e difficile che scalarle, le montagne. Tanti non capiscono, non vogliono capire. E per chi resta a piangere un marito, un fidanzato, un figlio o un fratello diventa tutto più devastante. Finché non si incontra sul proprio cammino qualcuno con cui raccontare e raccontarsi, piangere e consolarsi a vicenda. Un compagno di cordata per portare, insieme, uno zaino troppo pesante per una persona sola.
Sofia Farina ha vissuto tutto questo un anno e mezzo fa quando dalla montagna non ha più visto tornare il proprio compagno Tom. Una tragedia che l’ha profondamente segnata ma che le ha dato l’occasione di conoscere altre persone, soprattutto donne, coinvolte nel medesimo dramma. «Sono stata contattata da mogli, fidanzate, mamme e sorelle di alpinisti morti. Non tutte le conoscevo ma tutte avevano il mio stesso bisogno: raccontare e sentirsi capite». Comincia così la storia di Sofia che, dopo questi primi contatti, vuole saperne di più. Un giorno si imbatte nel sito del Club Alpino degli Stati Uniti, che da tempo porta avanti un progetto sul “lutto alpino”, in cui è previsto anche il supporto psicologico dei parenti di alpinisti morti in montagna. «Li ho contattati – racconta Sofia Farina – e ho scritto la mia esperienza di dolore, chiedendo anche consigli e suggerimenti per superarlo. È stata un’esperienza molto utile: per la prima volta mi sono sentita capita». Sofia si è messa così a cercare ma non ha trovato un’esperienza simile né in Italia né in Europa. Eppure le aveva fatto tanto bene condividere con altre persone il proprio dolore. Non si è persa d’animo e ha contattato il presidente generale del Club Alpino Italiano, Antonio Montani, che l’ha ascoltata accogliendo «con grande interesse» il progetto. È nato così “Oltre la vetta”, una rete per il dialogo sul lutto traumatico in montagna. «Una grande iniziativa di solidarietà sociale», l’ha definito il presidente Montani. Tre le articolazioni del progetto: un fondo, messo a disposizione dal Cai, per favorire l’accesso al supporto psicologico per familiari e amici delle vittime in incidenti in montagna. Il secondo componente della cordata è l’associazione Psicologi per i popoli, professionisti attivi in tutta Italia nel sostegno alla popolazione colpita da catastrofi naturali, come i terremoti, le inondazioni eccetera. Spetterà a loro attivare e condurre gruppi di mutuo aiuto (inizialmente online, poi in presenza) per congiunti di vittime di incidenti in montagna. Infine, terzo anello della rete di solidarietà, nel corso del 2026 sono previsti incontri sul tema nelle principali città montane italiane.
“Oltre la vetta” è, inoltre, anche un progetto di video-podcast, con Sofia Farina che intervista alpinisti che hanno perso compagni di cordata o familiari e parenti di vittime di incidenti in montagna. Sono previste dieci puntate e le prime quattro sono già visibili sul sito dedicato al progetto (https://organizzazione.cai.it/oltre-la-vetta/), su Youtube, Spreaker e Spotify. «In queste prime settimane – ricorda Sofia Farina – ci hanno contattato tantissime persone. Familiari, amici e parenti di alpinisti morti in montagna, che hanno voluto raccontare come queste tragedie avevano cambiato le loro vite. C’è tanto bisogno di parlare di queste cose e oggi, grazie al Cai, abbiamo anche un luogo, uno spazio dedicato a questa esigenza di condivisione e di racconto comunitario. Con la rete degli psicologi, formata da più di novanta professionisti, siamo presenti in tutte le regioni, con gruppi di mutuo aiuto e altre iniziative sul territorio». Delle tante persone incontrate, nessuna, sottolinea Sofia Farina, ha «maledetto la montagna». Nessuno l’ha chiamata «assassina». Secondo il sentire comune, di chi in montagna non ci va e non la conosce, sarebbero anche stati giustificati, se lo avessero fatto. Ma non lo hanno fatto. E, forse, non l’hanno nemmeno pensato. «Abbiamo vissuto esperienze costruttive e generative», conclude Sofia Farina. Una medicina capace di curare anche le ferite più profonde.
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