Siamo i più longevi d'Europa. Ma a 58 anni ci ammaliamo
Per 25 anni conviviamo con malattie e disabilità. Il Nuovo Libro Bianco prevede subito terapie digitali, fascicolo elettronico potenziato e revisione del ticket

D’accordo, saremo anche tra i Paesi più longevi al mondo, con una speranza di vita alla nascita di 83,4 anni. Primi in Europa, conferma l’Istat. Ma, restando al Vecchio Continente, abbiamo la quota più bassa di giovani e più alta di anziani, con 14,8 milioni di over 65 (saranno il 30% entro il 2030) e un’età media di 49 anni, 4 in più rispetto all’Ue. Non solo: la vera macchia di questa lunga esistenza degli italiani è che dai 58 anni la nostra salute è in calo e, per oltre 25 anni, siamo segnati da malattie croniche e disabilità. I dati non mentono, visto che già oggi la spesa per la non autosufficienza ha superato i 30 miliardi di euro annui.
Ancora l’Istat: «Negli ultimi decenni, insieme ai guadagni di longevità (tra il 1990 e il 2024 la speranza di vita alla nascita è cresciuta di circa 8 anni per gli uomini e di 6,5 per le donne, arrivando a 81,5 e 85,6 anni rispettivamente) è aumentata la diffusione di patologie cronico-degenerative, tipiche dell’età anziana». Il che vuol dire che il nostro sistema di sanità pubblica non è più sostenibile, squilibrato com’è tra crescente longevità e crisi dei servizi sanitari, assistenziali e previdenziali. Cosa fare? Riformare cure e assistenza, partendo dall’adozione di “terapie digitali”, dal potenziamento del Fascicolo sanitario elettronico, dall’integrazione ospedale-territorio, e dalla revisione delle esenzioni basata sul reddito. Occorre fare tutto questo, e occorre farlo presto. È l’allarme lanciato dal “Libro Bianco sulla cronicità e la non autosufficienza”, curato da Sergio Harari, presidente dell’Associazione Peripato e professore di Medicina interna all’Università Statale di Milano, e da Stefano Paleari, presidente della Fondazione Anthem (che riunisce 300 ricercatori nel campo della medicina e dell'ingegneria) e professore di Public management all’Università di Bergamo.
«Sebbene la speranza di vita in Italia sia tra le più elevate al mondo, quella in “buona salute” si ferma drasticamente a 58 – dichiara Silvio Brusaferro, già presidente dell’Iss e oggi ordinario di Igiene e medicina preventiva all’Università di Udine –. Questo implica oltre 25 anni di vita trascorsi convivendo con malattie o disabilità, con un impatto enorme sulla qualità della vita e sulle famiglie». Oltre 24 milioni di italiani (il 40% della popolazione), riferiscono di essere affetti da malattie croniche. Parallelamente, prosegue Brusaferro, «il sistema è sorretto da oltre 8,5 milioni di caregiver familiari che prestano assistenza a costo di enormi sacrifici personali e professionali, e da oltre 800 mila badanti, con una forte componente di spesa privata, pari a 45 miliardi di euro all’anno, che si aggiungono agli oltre 140 miliardi di spesa pubblica sanitaria, di cui appena 1 è la quota di compartecipazione derivante dal ticket sanitario».
E le prospettive future, sottolinea Luca Degani, presidente Uneba Lombardia (Associazione del Terzo settore che si occupa di assistenza sociale), sono critiche: «Entro il 2043, si stima che 6,2 milioni di over 65 vivranno soli, rendendo i modelli di assistenza attuali del tutto insufficienti». Da qui la necessità di correre ai ripari, anche grazie alla tecnologia che diventa una vera e propria opzione terapeutica: “Digital Therapeutics (DTx)”, la definizione usata nel Libro Bianco, ovvero software certificati, formulati come app, videogiochi, sistemi di realtà virtuale o sensorizzati, con finalità terapeutiche, riabilitative o preventive in ambito cardiologico, pneumologico, neurologico, neuropsichiatrico e oncologico, capaci di monitoraggio da remoto, in continuo, di patologie come diabete, ipertensione e depressione, «per migliorare sia gli esiti clinici sia l’aderenza e l’accesso alle cure, anche a domicilio». Soluzioni già rimborsate in Paesi come la Germania, con costi medi per ciclo di circa 222 euro, ma che in Italia non hanno ancora «un sistema normativo strutturato – afferma Guido Cavaletti, ordinario di Anatomia umana e prorettore vicario dell’Università Milano-Bicocca –. L’introduzione dell’Intelligenza artificiale e il potenziamento del Fascicolo sanitario elettronico permetteranno di passare da una medicina “a silos” a una presa in carico globale, riducendo esami ridondanti, liste d’attesa e ospedalizzazioni».
Sul fronte delle risorse, osserva Rosanna Tarricone, docente della Sda Bocconi School of Management, «suggeriamo di rivedere i meccanismi di esenzione dal ticket, introducendo criteri basati sulla reale capacità economico-patrimoniale per garantire equità e sostenibilità». Inoltre, serve «ripensare la collaborazione pubblico-privato e i sistemi assicurativi, affinché tornino alla loro natura di copertura dei rischi legati alla non autosufficienza e non siano intesi semplicemente come uno strumento per “saltare la coda” pagando un premio». Agire ora, conclude Cristina Messa, ordinario di Diagnostica per immagini di Milano-Bicocca e direttrice scientifica della Fondazione Don Gnocchi, «significherebbe un'importante assunzione di responsabilità da parte del decisore politico, per trasformare quello che oggi viene definito un “silver tsunami” in una vera onda di rinnovamento per il Paese».
Ancora l’Istat: «Negli ultimi decenni, insieme ai guadagni di longevità (tra il 1990 e il 2024 la speranza di vita alla nascita è cresciuta di circa 8 anni per gli uomini e di 6,5 per le donne, arrivando a 81,5 e 85,6 anni rispettivamente) è aumentata la diffusione di patologie cronico-degenerative, tipiche dell’età anziana». Il che vuol dire che il nostro sistema di sanità pubblica non è più sostenibile, squilibrato com’è tra crescente longevità e crisi dei servizi sanitari, assistenziali e previdenziali. Cosa fare? Riformare cure e assistenza, partendo dall’adozione di “terapie digitali”, dal potenziamento del Fascicolo sanitario elettronico, dall’integrazione ospedale-territorio, e dalla revisione delle esenzioni basata sul reddito. Occorre fare tutto questo, e occorre farlo presto. È l’allarme lanciato dal “Libro Bianco sulla cronicità e la non autosufficienza”, curato da Sergio Harari, presidente dell’Associazione Peripato e professore di Medicina interna all’Università Statale di Milano, e da Stefano Paleari, presidente della Fondazione Anthem (che riunisce 300 ricercatori nel campo della medicina e dell'ingegneria) e professore di Public management all’Università di Bergamo.
«Sebbene la speranza di vita in Italia sia tra le più elevate al mondo, quella in “buona salute” si ferma drasticamente a 58 – dichiara Silvio Brusaferro, già presidente dell’Iss e oggi ordinario di Igiene e medicina preventiva all’Università di Udine –. Questo implica oltre 25 anni di vita trascorsi convivendo con malattie o disabilità, con un impatto enorme sulla qualità della vita e sulle famiglie». Oltre 24 milioni di italiani (il 40% della popolazione), riferiscono di essere affetti da malattie croniche. Parallelamente, prosegue Brusaferro, «il sistema è sorretto da oltre 8,5 milioni di caregiver familiari che prestano assistenza a costo di enormi sacrifici personali e professionali, e da oltre 800 mila badanti, con una forte componente di spesa privata, pari a 45 miliardi di euro all’anno, che si aggiungono agli oltre 140 miliardi di spesa pubblica sanitaria, di cui appena 1 è la quota di compartecipazione derivante dal ticket sanitario».
E le prospettive future, sottolinea Luca Degani, presidente Uneba Lombardia (Associazione del Terzo settore che si occupa di assistenza sociale), sono critiche: «Entro il 2043, si stima che 6,2 milioni di over 65 vivranno soli, rendendo i modelli di assistenza attuali del tutto insufficienti». Da qui la necessità di correre ai ripari, anche grazie alla tecnologia che diventa una vera e propria opzione terapeutica: “Digital Therapeutics (DTx)”, la definizione usata nel Libro Bianco, ovvero software certificati, formulati come app, videogiochi, sistemi di realtà virtuale o sensorizzati, con finalità terapeutiche, riabilitative o preventive in ambito cardiologico, pneumologico, neurologico, neuropsichiatrico e oncologico, capaci di monitoraggio da remoto, in continuo, di patologie come diabete, ipertensione e depressione, «per migliorare sia gli esiti clinici sia l’aderenza e l’accesso alle cure, anche a domicilio». Soluzioni già rimborsate in Paesi come la Germania, con costi medi per ciclo di circa 222 euro, ma che in Italia non hanno ancora «un sistema normativo strutturato – afferma Guido Cavaletti, ordinario di Anatomia umana e prorettore vicario dell’Università Milano-Bicocca –. L’introduzione dell’Intelligenza artificiale e il potenziamento del Fascicolo sanitario elettronico permetteranno di passare da una medicina “a silos” a una presa in carico globale, riducendo esami ridondanti, liste d’attesa e ospedalizzazioni».
Sul fronte delle risorse, osserva Rosanna Tarricone, docente della Sda Bocconi School of Management, «suggeriamo di rivedere i meccanismi di esenzione dal ticket, introducendo criteri basati sulla reale capacità economico-patrimoniale per garantire equità e sostenibilità». Inoltre, serve «ripensare la collaborazione pubblico-privato e i sistemi assicurativi, affinché tornino alla loro natura di copertura dei rischi legati alla non autosufficienza e non siano intesi semplicemente come uno strumento per “saltare la coda” pagando un premio». Agire ora, conclude Cristina Messa, ordinario di Diagnostica per immagini di Milano-Bicocca e direttrice scientifica della Fondazione Don Gnocchi, «significherebbe un'importante assunzione di responsabilità da parte del decisore politico, per trasformare quello che oggi viene definito un “silver tsunami” in una vera onda di rinnovamento per il Paese».
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