Save the Children: «Il Nobel ai bambini di Gaza sarebbe un tributo ai 520 milioni di minori in guerra»
di Diego Motta
Daniela Fatarella, direttrice generale per l’Italia, spiega le ragioni della piena adesione dell'associazione alla proposta rilanciata da Avvenire: «Va evitata l’assuefazione e l’indifferenza delle persone comuni, convinte in modo sbagliato che tanto alla fine a risolvere i problemi ci penserà qualcun altro»

«Un gesto di verità e di giustizia per rompere il silenzio assordante, non dimenticare le vittime più innocenti e ridare un filo di voce all'umanità». Così recita la mail, firmata, arrivata ieri alle 18.17 nella casella di posta (petizione.gaza@avvenire.it) che il nostro giornale ha dedicato all’appello promosso dal professor Eugenio Mazzarella per l’attribuzione dei premio Nobel per la pace ai bambini di Gaza, simbolo di tutte le vittime innocenti e indifese dei conflitti che infiammano il mondo. Non ci sono solo loro: ecco i piccoli israeliani uccisi nel raid sanguinario di Hamas del 7 ottobre 2023 e quelli che sono morti successivamente nelle prigioni dei terroristi. Ecco i bambini ucraini e quelli russi, ecco quelli iraniani e sudanesi. L’infanzia in guerra, tutta e di tutti i tempi, si può riconoscere nella candidatura al Nobel. Al ritmo di una o più mail al minuto le adesioni continuano ad arrivare, e a questi piccoli gesti si unisce il passaparola informale di molte persone, o l’adesione pubblica di associazioni, enti, istituzioni.
Mettere al centro i bambini di Gaza e farne il simbolo dell’infanzia perduta del mondo è insieme un auspicio e una necessità. Lo spiega bene Daniela Fatarella, direttrice generale per l’Italia di Save the Children, quando dice che «per far diventare questi nostri figli costruttori di pace, occorre che la pace la sperimentino davvero. Per questo credo che la proposta del Nobel possa avere un doppio significato».
Quale?
È innanzitutto un riconoscimento dovuto ai bimbi palestinesi, un omaggio alle oltre 21mila vittime bambine della guerra e ai più di 300 piccoli uccisi da quando è stata dichiarata la cosiddetta tregua. In questo senso, è un segno simbolico che chiede fortemente che l’orrore possa finire e trasformarsi in un’idea d futuro. In secondo luogo, deve essere un tributo per tutti i piccoli del mondo che vivono in situazioni di conflitto: sono 520 milioni.
È innanzitutto un riconoscimento dovuto ai bimbi palestinesi, un omaggio alle oltre 21mila vittime bambine della guerra e ai più di 300 piccoli uccisi da quando è stata dichiarata la cosiddetta tregua. In questo senso, è un segno simbolico che chiede fortemente che l’orrore possa finire e trasformarsi in un’idea d futuro. In secondo luogo, deve essere un tributo per tutti i piccoli del mondo che vivono in situazioni di conflitto: sono 520 milioni.
Se guardiamo alla Striscia di Gaza, in particolare, qual è l’emergenza umanitaria che più vi preoccupa in questa fase?
Da settimane a Gaza buona parte della popolazione vive in tende al cui interno la temperatura supera regolarmente i 50 gradi. Ovviamente i più fragili sono anche i più esposti a rischi: ci sono più di 245mila bambini in situazione di malnutrizione.
Da settimane a Gaza buona parte della popolazione vive in tende al cui interno la temperatura supera regolarmente i 50 gradi. Ovviamente i più fragili sono anche i più esposti a rischi: ci sono più di 245mila bambini in situazione di malnutrizione.

Gli interventi di Save the Children a cosa puntano?
Abbiamo sempre pensato che il supporto psicologico, in contesti del genere, abbia una funzione salvavita analoga al sostegno dei beni primari: la salute mentale dei ragazzi in scenari di guerra è a rischio, le scuole spesso sono un miraggio. È difficile ricostruire un senso di normalità, perché le bombe distruggono tutto ciò che un bimbo può conoscere. Per questo chiediamo che nei piani governativi di ricostruzione i fondi vengano destinati, insieme a strade e case da rimettere in piedi, anche a percorsi per curare il disagio e per immaginare nuovi progetti educativi.
Abbiamo sempre pensato che il supporto psicologico, in contesti del genere, abbia una funzione salvavita analoga al sostegno dei beni primari: la salute mentale dei ragazzi in scenari di guerra è a rischio, le scuole spesso sono un miraggio. È difficile ricostruire un senso di normalità, perché le bombe distruggono tutto ciò che un bimbo può conoscere. Per questo chiediamo che nei piani governativi di ricostruzione i fondi vengano destinati, insieme a strade e case da rimettere in piedi, anche a percorsi per curare il disagio e per immaginare nuovi progetti educativi.
Nei giorni scorsi, la Federcalcio palestinese ha annunciato il ritorno dei campionati di calcio. Può essere un segnale giusto in questa direzione?
Il gioco è il primo passo, certo. Rieduca, fa sentire i ragazzi importanti, li mette al centro. La prima cosa che facciamo di solito, come operatori, è ricreare spazi a misura di bambino, spazi fisici in cui si possa tornare a confrontarsi e a divertirsi. Recentemente, in Egitto, dove ci sono diversi profughi palestinesi, ho potuto sperimentare la forza di questi progetti.
Il gioco è il primo passo, certo. Rieduca, fa sentire i ragazzi importanti, li mette al centro. La prima cosa che facciamo di solito, come operatori, è ricreare spazi a misura di bambino, spazi fisici in cui si possa tornare a confrontarsi e a divertirsi. Recentemente, in Egitto, dove ci sono diversi profughi palestinesi, ho potuto sperimentare la forza di questi progetti.
La campagna rilanciata dal nostro giornale ha raggiunto decine di migliaia di firme, a testimonianza del fatto che l’interesse per Gaza e non solo è persistente nell’opinione pubblica.
Sensibilizzare cittadini e associazioni è fondamentale, lo vediamo continuamente anche con le nostre campagne. Permette di evitare di incappare in due rischi speculari: l’assuefazione delle persone comuni, le quali pensano che ormai una guerra non le riguardi più e finiscono così nell’indifferenza, convinti in modo sbagliato che tanto alla fine a risolvere i problemi ci penserà qualcun altro. C’è poi un altro aspetto che va considerato: abbiamo bisogno di ascoltare testimoni e persone che ci raccontano cosa succede. Permettiamo a popoli come quello palestinese, pur dentro un’immane sofferenza, di immaginare qualcosa di diverso. Vale anche per i bambini israeliani. Non possiamo permetterci di azzerare, oltre al loro presente, anche il loro futuro.
Sensibilizzare cittadini e associazioni è fondamentale, lo vediamo continuamente anche con le nostre campagne. Permette di evitare di incappare in due rischi speculari: l’assuefazione delle persone comuni, le quali pensano che ormai una guerra non le riguardi più e finiscono così nell’indifferenza, convinti in modo sbagliato che tanto alla fine a risolvere i problemi ci penserà qualcun altro. C’è poi un altro aspetto che va considerato: abbiamo bisogno di ascoltare testimoni e persone che ci raccontano cosa succede. Permettiamo a popoli come quello palestinese, pur dentro un’immane sofferenza, di immaginare qualcosa di diverso. Vale anche per i bambini israeliani. Non possiamo permetterci di azzerare, oltre al loro presente, anche il loro futuro.
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