Perché il processo ai social network in corso negli Usa resta ancora senza un verdetto

Sulle accuse a Meta e Alphabet di creare dipendenza nei minori la giuria non è ancora riuscita a prendere una decisione. Il caso è pilota per migliaia di cause e possibili nuove regole
March 25, 2026
Perché il processo ai social network in corso negli Usa resta ancora senza un verdetto
/ REUTERS
È tutto da scrivere il finale del processo americano sulla dipendenza da social media, che ha messo sotto la lente d’ingrandimento i nostri comportamenti sulle piattaforme. La Corte Superiore di Los Angeles, in California, lo scorso 27 gennaio aveva aperto le sue porte ai giurati, eppure, oggi, a distanza di due mesi e dopo decine di audizioni, non è stato ancora raggiunto un verdetto unanime sulle accuse rivolte ad Alphabet, casa madre di YouTube e a Meta Platforms, proprietaria di Instagram, identificate, dall’avvocato dell’accusa, Mark Lanier, come dei «casinò digitali» per alcune loro funzionalità come «lo scorrimento infinito paragonabile alla leva di una slot machine». Sulla carta l’esito di questo storico processo è molto atteso poiché andrà a costituire un precedente, una sorta di caso pilota, per 1.600 cause simili intentate da famiglie e distretti scolastici negli Stati Uniti. Intanto, la giuria, chiamata a decidere in che misura le piattaforme di social media debbano essere ritenute legalmente responsabili dei disagi psicologici causati su bambini e adolescenti, ha comunicato al giudice di avere avuto difficoltà a raggiungere un verdetto condiviso su uno dei due imputati, anche se non ha specificato quale sia tra YouTube e Instagram. Il giudice Carolyn B. Kuhl ha invitato, quindi, i giurati a proseguire le loro deliberazioni: «Se non riuscirete a raggiungere un verdetto - ha aggiunto - il caso dovrà essere sottoposto a un’altra giuria, selezionata con le stesse modalità e dalla stessa comunità da cui siete stati scelti, con conseguenti costi aggiuntivi per tutti». L’avvocato Lanier che rappresenta la querelante Kaley, una ragazza, oggi ventenne, che aveva iniziato a usare YouTube e Instagram all’età di 6 e 9 anni, ha cercato di dimostrare che i dirigenti delle big tech erano a conoscenza dei rischi di queste tecnologie e che l’obiettivo primario di Meta è sempre stato quello di incoraggiare gli utenti più giovani ad accedere alle sue piattaforme e, una volta iscritti, trovare tutti i modi possibili per fidelizzarli. 
Uno dei nodi più critici è rappresentato dalla  funzionalità dei “filtri di bellezza”: secondo l’accusa, seppur Meta Platforms avesse assunto degli esperti che confermarono come tali filtri per migliorare l’aspetto contribuissero a generare problemi di immagine corporea tra gli adolescenti, il Ceo di Meta, Mark Zuckerberg, non volle eliminarli. In aula il miliardario fondatore di Facebook si è giustificato così: «Abbiamo permesso alle persone di usare quei filtri se lo desideravano, ma abbiamo deciso di non consigliarli. Questo è stato il compromesso che abbiamo raggiunto per permettere alle persone di esprimersi come vogliono». Durante le testimonianze sono emersi i contorni di uno scontro: da un lato l’accusa che la vita degli adolescenti fosse stata messa in pericolo da «due delle aziende più ricche della storia, che hanno creato dipendenza nel cervello dei bambini» come ha dichiarato in tribunale Mark Lanier, l’avvocato di Kaley. Dall’altro, l’argomentazione principale degli imputati è che Kaley e tutti gli altri sono responsabili di se stessi e del proprio benessere. Meta ha affermato di aver continuamente migliorato Instagram per renderlo non solo migliore, ma anche più sicuro. YouTube ha affermato di non essere nemmeno un’azienda di social media. Ma che cos’è la dipendenza quando si applica all’ambito digitale? Solo un’etichetta, hanno sostenuto le big tech. «Sono sicuro di aver detto di essere stato dipendente da una serie Netflix quando l’ho guardata tutta d’un fiato fino a tarda notte, ma non credo che sia la stessa cosa di una dipendenza clinica», ha aggiunto Adam Mosseri, il capo di Instagram, al processo di Kaley. Altri hanno adottato un punto di vista più severo:  Nicklas Brendborg, ricercatore danese nel campo delle biotecnologie è convinto che i social media «inducano comportamenti compulsivi nelle persone che non sono in grado di controllarsi». Le big tech si trovano ad affrontare un momento di resa dei conti in materia di sicurezza dei minori non soltanto nel processo in California, ma pure nel procedimento parallelo al tribunale di Santa Fe, nello Stato del New Mexico. Anche in questa causa le funzionalità di Facebook e Instagram sono finite sotto esame per il loro presunto impatto sulla salute mentale dei bambini. Le denunce pesanti dell’accusa riguardano come i social network intenzionalmente abbiano creato dipendenza e amplificato contenuti che promuovono l’autolesionismo, l’ideazione suicidaria e la dismorfofobia. «Facciamo del nostro meglio per mantenere Facebook al sicuro, ma non possiamo garantire», ha spiegato Mosseri, che è volato a Santa Fe per testimoniare a favore della difesa. «La sicurezza è incredibilmente importante per noi». Adolescenti, distretti scolastici e stati hanno intentato migliaia di cause legali accusando i colossi dei social media di aver progettato piattaforme che incoraggiano un uso eccessivo. Questi casi rappresentano alcune delle minacce legali più significative per Meta, Snap, TikTok e YouTube, esponendoli potenzialmente a nuove responsabilità riguardo il benessere degli utenti. Una vittoria per i querelanti potrebbe innescare ulteriori cause legali e portare a risarcimenti in denaro, oltre a modificare il modo in cui vengono progettati i social media.

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