martedì 28 luglio 2020
A proposito della sentenza della Corte d'Assise che ha assolto Welby e Cappato dall'accusa di aiuto al suicidio assistito di Davide Trentini, avvenuto nel 2017 in Svizzera
Marco Cappato (a sinistra) e Mina Welby (seconda da sinistra) con gli avvocati dopo l'assoluzione nel processo  per la morte di Davide Trentini

Marco Cappato (a sinistra) e Mina Welby (seconda da sinistra) con gli avvocati dopo l'assoluzione nel processo per la morte di Davide Trentini - Ansa

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Le abbiamo chiamate così tante volte «sentenze creative» che la cosa sembra non avere più senso. Bisogna forse cominciare a parlare di strategia per la «creazione di sentenze» con stesso letale fine ideologico. Così pure nel caso Trentini. La legge fissa un principio (qui che il suicidio è tragedia da non incentivare), la Consulta indica i limiti interpretativi della norma, eppure spunta sempre qualche giudice che svuota la legge e smonta anche i paletti della Corte costituzionale. La smania di condannare è madre di ingiustizia, come la smania di assolvere a ogni costo.

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