martedì 22 maggio 2018
La mappa dal Piemonte alla Puglia. «Stanno zitti perché hanno paura»
L'Italia dei braccianti schiavi: 3 euro l'ora

Non solo al Sud. La piaga del caporalato e dei lavoratori ridotti in schiavitù colpisce anche il Nord, anche le province più industrializzate. Dalla Lombardia al Piemonte, dalla Toscana all’Emilia Romagna. Contadini braccianti, stranieri ma anche italiani, sfruttati nella raccolta di mele, pesche, albicocche e olive. Sottopagati, con la schiena ricurva per ore, al caldo e sotto il sole. Senza dignità e nessun tipo di tutela. Succede nel Cuneese, nel Bresciano, nel Chianti e nel Mantovano.

A Saluzzo, nel Cuneese, è attivo il progetto 'Presidio' di Caritas italiana, uno sportello – fra i dieci disseminati in tutta Italia, da Nord a Sud – che offre supporto, accoglienza e integrazione per i lavoratori stagionali, in particolare i migranti, che ogni estate raggiungono il territorio per la raccolta di mele, pesche ed albicocche. Centinaia di uomini, provenienti per oltre la metà da Mali, Costa D’Avorio e Senegal, che vengono a vivere da maggio a novembre nella zona di Saluzzo in cerca di lavoro. Arrivano dalle grandi città. D’inverno vivono a Torino, se la cavano con pochi e saltuari lavoretti, in attesa della stagione più calda. La maggior parte di loro trova lavoro nella raccolta della frutta in un raggio di venti chilometri da Saluzzo, spostandosi quotidianamente con la bicicletta. Con l’apertura della stagione di raccolta, in collaborazione con l’amministrazione comunale si sta allestendo un dormitorio, presso l’ex caserma Filippi che potrà accogliere fino a 500 migranti raccoglitori.

A Guidizzolo, nel Mantovano, pochi giorni fa è stato arrestato un imprenditore agricolo, un 37enne di nazionalità del Bangladesh che pagava i suoi braccianti 3 euro all’ora. Le forze dell’ordine sono riuscite, con un blitz, a fermare l’uomo che stava impiegando nei suoi campi otto braccianti, tutti con regolare permesso di soggiorno. Interrogati, hanno rivelato di essere costretti a turni massacranti. Costretti a lavorare da mattina a sera, col caldo, la pioggia e il freddo, a una paga di appena tre euro all’ora. Fra i 'moderni schiavi' ci sono anche gli italiani. Ma le vulnerabilità maggiori riguardano gli stranieri. Rispetto ai primi, infatti, sono pagati meno e spesso e volentieri vivono in condizioni degradate, in baracche e luoghi di fortuna, senza servizi e acqua corrente.

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«Fra gli stranieri il problema è più acuto – spiega Manuela De Marco, di Caritas italiana – perché vivono in condizioni abitative al limite della dignità». Al Sud, in Puglia, i volontari del progetto 'Presidio' dell’ente caritatevole, che gira intercettando i lavoratori sfruttati nei campi e nelle serre, ha trovato braccianti stranieri che vivevano nei piloni dell’elettricità. Purtroppo, però, il problema è che spesso queste persone preferiscono non denunciare. Hanno paura delle ritorsioni. Hanno paura di perdere quei pochi soldi che danno loro l’unico modo per guadagnarsi da vivere.

Le nuove schiavitù, ovviamente, non riguardano solo l’agricoltura. In Campania, ad esempio, il fenomeno colpisce l’edilizia piccola e privata. Nei lavori di ristrutturazione di piccole imprese, soprattutto a carattere familiare, che cercano profughi a basso costo per reperire manodopera. E alla vigilia dell’estate si guarda anche all’ambulantato stagionale sulle spiagge. «Dallo sportello di Nardò e Gallipoli ci segnalano di venditori ambulanti costretti a fare chilometri sotto il sole, sulle spiagge dei turisti». Sono i cosiddetti vu cumprà, da decenni ormai presenti nel nostro Paese. Anche loro 'schiavi' di un’Italia moderna.

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