giovedì 18 maggio 2017
La nota testimone sopravvissuta a un aborto era stata invitata per oggi dagli studenti. Ma i "malumori" di alcuni docenti hanno convinto il cappellano a spostare l'incontro dall'ateneo alla chiesa
Gianna Jessen, californiana, 39 anni, abortita alla 30°settimana è sopravvissuta, ma è affetta da paralisi cerebrale

Gianna Jessen, californiana, 39 anni, abortita alla 30°settimana è sopravvissuta, ma è affetta da paralisi cerebrale

"Voglio che si sappia che io non ho revocato nessun permesso: avevo dato il via libera due settimane fa all'incontro degli studenti nella mia facoltà di Lettere con Gianna Jessen, e quel via libera per quanto mi riguarda è tuttora valido. A creare il problema sono stati i malumori di alcuni docenti", che si sono appigliati a un cavillo formale per censurare la testimonianza contro l'aborto. Così il preside di Facoltà della Scuola di Lettere, Filosofia e Lingue di Roma Tre, professor Claudio Giovanardi, chiarisce la sua posizione, rispondendo a chi attribuisce a lui la decisione di chiudere le porte dell'ateneo a Gianna Jessen (testimone americana notissima per essere sopravvissuta a un letale aborto salino) e trasferire la sua testimonianza odierna dalle aule universitarie alla chiesa di San Paolo fuori le Mura.

L'università Roma Tre (Foto Siciliani)

L'università Roma Tre (Foto Siciliani)

Una circolare ai docenti ideologizzati

Addirittura il preside fa sapere che "questa mattina ho scritto una circolare interna ai miei docenti, dicendo che non tollero simili pregiudizi ideologici. In una università, dove si formano i giovani, è importante ascoltare le testimonianze, senza censurare alcuna voce e soprattutto senza apriorismi".
E' lo stesso preside Giovanardi (solo omonimo del senatore) a rivelare senza remore e con lucida serenità come sono andate le cose: "Gli studenti avevano diffuso una locandina che conteneva un'inesattezza nella forma. Anziché citare la Scuola di Lettere, Filosofia e Lingue, attribuiva l'incontro al Dipartimento di Studi Umanistici", che della suddetta Facoltà fa parte. Un errore veniale, addirittura un pretesto evidente, ma anche sufficiente come alibi per chiedere al preside di annullare l'iniziativa. "Io invece ho risolto nel modo più semplice, chiedendo di ritirare le locandine pietra dello scandalo e tenere regolarmente la conferenza oggi pomeriggio nelle nostre aule universitarie, come previsto da settimane".

Ha deciso il cappellano

A questo punto è stato il cappellano di Roma Tre, don Francesco, a preferire di fare le tende e trasferire l'affollato incontro nella cappellania universitaria, ovvero nella vicina San Paolo fuori le Mura. Una sorta di "non ci vogliono? E noi ce ne andiamo". Forse il modo migliore per evitare polemiche sterili e pretestuose, specie da parte di insegnanti. Come sottolinea il preside: "Anche questa mattina al cappellano ho ribadito il mio sostegno a restare in università e gli ho chiesto di poter chiarire con gli studenti la mia reale posizione. Sono molto arrabbiato con quei docenti che hanno creato un caso solo per poter censurare la donna americana, tra l'altro disabile. Da non praticante, devo dire che oggi si tollera tutto, in Italia, tranne che anche i cattolici possano esprimere il loro pensiero".

Lo stupore degli studenti

"Siamo una realtà di studenti apartitici e aconfessionali, non legati ad alcun movimento, alcuni dichiaratamente atei, ma tutti interessati al tema della vita", spiega Chiara Chiessi di Universitari per la Vita, il gruppo che ha invitato a parlare Gianna Jessen. "Proprio per questo siamo stupefatti. E' incredibile che proprio gli insegnanti, coloro che dovrebbero aprire le nostre menti, si siano opposti alla testimonianza pacifica di una persona, per di più adducendo un motivo tanto banale come la locandina". In questo momento, comunque, la Jessen sta tenendo il suo incontro con i ragazzi a San Paolo fuori le Mura.


"Dovevo bruciare nel sale. Invece dopo 18 ore nacqui viva"

«Sono stata abortita al settimo mese di gravidanza. A mia madre, 17 anni, consigliarono l’iniezione di una soluzione di sale nell’utero. Il bambino la inghiotte e il suo corpo brucia dentro e fuori, poi dopo 24 ore viene partorito morto. Si chiama aborto salino. Ma con me non funzionò: dopo 18 ore nacqui. E vivo. E sono molto felice di questo!». Gianna Jessen, oggi 39 anni, californiana, è una delle pochissime voci al mondo che possa parlare come "vittima" di aborto. Negli Usa in alcuni Stati si può interrompere la gravidanza fino al nono mese: «La mia madre biologica si rivolse alla principale clinica abortista americana, la Planned Parenthood, che fattura milioni di dollari l’anno – Gianna Jessen ha raccontato più volte ad Avvenire –. Io rimasi nella soluzione salina per 18 ore, ma non furono sufficienti a bruciarmi tutta e nacqui viva». Capita rarissimamente, e allora si dà al bambino un farmaco che gli ferma il cuore. «Ma per fortuna il medico del mio aborto era andato a casa a dormire: erano le 6 del mattino del 6 aprile 1977... La miglior rivincita è che poi, al suo arrivo, ha dovuto firmare il mio certificato di nascita».
A 17 mesi le fu diagnosticata una paralisi cerebrale, inoltre è tuttora affetta da "Post traumatic stress disorder" (la patologia che colpisce le vittime di grandi catastrofi o guerre, tipica delle persone che si sono trovate all’improvviso davanti alla morte dovendosi difendere): "Nata durante aborto salino", spiega la cartella clinica.
«È solo questione di soldi», denuncia la Jessen: da una parte «uccidiamo milioni di figli foraggiando il business dell’aborto», dall’altra «li programmiamo con l’utero in affitto», oggi l’affare più grande e più turpe.

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